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Museo Egizio_Fiore di Loto (4)L’idea di questo blog nasce in maniera imprevista, in una serata insonne in cui i miei pensieri, aggrovigliati e indefiniti come i miei ricci, erano giunti a un punto morto. Accade spesso che aspirazioni e desideri, che sembrano infrangersi contro l’alienante frenesia della quotidianità, riemergano prepotentemente nel serale incontro con me stessa. Cerco di dormire ma la mia mente macina potenziali progetti in maniera autonoma, fino al momento in cui credo di avere trovato l’illuminazione. A quel punto, posso addormentarmi. Il risveglio ridimensiona inevitabilmente l’idea geniale che sembra diventare, tutto a un tratto, tristemente banale. Non questa volta, però!

Il mio cervello è iperattivo, e spesso neanche io riesco a stargli dietro, è invaso da riflessioni che mi piacerebbe condividere con persone consapevolmente o casualmente interessate, quindi l’idea del blog potrebbe essere un’ottima soluzione, anche se non sono una grande esperta di  comunicazione ma, si sa, la rete rende tutti più interessanti!

Ora, senza dilungarmi troppo, provo a illustrarvi la mia idea: ho voluto creare uno spazio virtuale in cui poter discutere, commentare, conoscere una parte dell’Italia meticcia, attraverso lo sguardo di chi, come me, vive la propria esistenza rimanendo in bilico (o in equilibrio?) su una linea in bianco e nero.

Un luogo in cui rendere tangibile la fusione tra mondi diversi e lontani, attraverso la condivisione di luoghi, libri, iniziative che ritengo possano rappresentare la mistione tra la mia vita nel Bel paese e le mie radici da (ri)scoprire.

Non ho pretese, è solo il mio punto di vista, ma se pensate che la mia idea, seppure non illuminante, possa incuriosirvi, ci rincontreremo presto su queste pagine, altrimenti, possiamo solo sperare di incontrarci per caso!

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Un passo alla volta, ma il primo deve essere l’ascolto!

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Quando iniziai l’esperienza di questo blog ero (o mi sentivo) sola a gridare al mondo quello che avevo nella testa e nella pancia, poiché non c’erano siti, né gruppi e nemmeno pagine in cui si potesse dar vita a un confronto o esprimere quello che era il nostro vissuto di italiani neri o misti, senza filtri, senza intromissioni. Qualcosa che fosse fatto da noi e per noi. Mi ritrovai, quindi, ad adeguare al mio caso una delle perle della grande Toni Morrison (R.I.P.): Se c’è un libro che vuoi leggere, ma non è ancora stato scritto, allora devi scriverlo”!

Seguendo questo consiglio, decisi allora di lanciarmi in quest’avventura per confermare a me stessa che ero ormai pronta a tirare fuori quello che avevo dentro e che fremeva per affiorare in superficie. Inoltre, speravo potesse infondere una piccola speranza ed essere fonte d’ispirazione per tutte coloro che, come me, erano alla ricerca di letture oneste e sincere sul lungo e duro percorso che ognuna di noi aveva intrapreso alla ricerca di se stessa, in un paese che ci voleva, e ci vuole, silenziose, conformi, riconoscenti.

Fu così che nacquero amicizie, confronti e riflessioni. All’inizio eravamo in tre a comprenderci e ispirarci a vicenda sulla rete, poi siamo diventate cinque, dieci, venti e anche più. Con il passare del tempo, le voci si sono moltiplicate e l’esigenza di far emergere esperienze e testimonianze alla luce del sole si è manifestata attraverso il susseguirsi di nuovi progetti e iniziative a ogni angolo della penisola. Oggi siamo in tante ad aver preso la parola, in maniera esplicita o simbolica, ognuna a modo suo, scrivendo, cantando, filmando, recitando, disegnando, insegnando, producendo abiti, valorizzando la cura dei nostri capelli, raccontandosi e raccontandoci insomma.

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Siamo riuscite, tutte insieme, poco alla volta, ad abbattere dei tabù, ad andare oltre le nostre fragilità, a riscoprirci donne impavide e consapevoli, grazie al lavoro fatto su noi stesse in termini di autostima e consapevolezza e, ve lo assicuro, non è per nulla un compito facile.

Ancora oggi, sfugge a molti la complessità di questo percorso, in cui devi innanzitutto vincere una battaglia interiore con il tuo io. Inizialmente, essa sembra un gigante macigno al centro della tua strada e, prima di intraprenderla, resti paralizzata a osservare l’ostacolo, per mesi o addirittura anni, nel tentativo di capire quali siano gli strumenti migliori che hai per riuscire a scansarlo, andare oltre e avanzare.

Ti barcameni tra un’infinità di domande alle quali altri, per te, hanno sempre dato risposte semplificate, se non addirittura messo in dubbio la necessità stessa di porle. Riconsideri le certezze che ti hanno avvolto in un calore rassicurante e, quando avresti bisogno che qualcuno ponga delicatamente una coperta calda sulle tue spalle per limitare lo sbalzo termico in questo tuo salto verso un’infinità di dubbi, ti ritrovi sola e infreddolita, quasi spoglia, a ridefinire una tua identità, perché nessuno intorno a te sembra aver voglia di riconsiderare la maniera in cui vuole che tu sia.

E mentre inizi a intravedere una sagoma di quella che potresti e vorresti essere, il mondo che ti è attorno t’invia continui segnali per convincerti che stai andando nella direzione sbagliata e che quel qualcosa che pare definirsi pian piano all’orizzonte non è un’immagine migliore di te, ma una proiezione sbagliata rispetto a quello che dovresti essere, secondo gli altri.

Per evitare di destabilizzare tutte le idee preconcette e categoriche che si sono costruite attorno e su di te, ti s’invita con insistenza a fare passi indietro, nella speranza di un ritorno al punto iniziale, quando eri molto più facile da comprendere e modellare. Tu invece continui ostinatamente, talvolta arrancando, a fare un passo dopo l’altro, respirando a pieni polmoni quando raggiungi una vetta o annaspando, come se ti mancasse l’aria, quando trovi un altro bivio in cui fare scelte importanti.

Nel frattempo passano gli anni, tu cresci e aggiungi un tassello a ogni esperienza che vivi, a ogni delusione che provi, a ogni sfida che superi, fino a quando ti rendi conto che è giunto il momento di essere protagonista, non perché tu abbia un ego invadente da soddisfare, ma perché hai finalmente capito chi sei e quali parole usare e pensieri formulare per descriverti e definirti. A quel punto, non sei più disposta ad accettare che qualcun’altro ti dica come tu debba sentirti, come e su cosa tu debba esprimerti, quanto peso ci sia nelle tue sofferenze e quale sia il metodo migliore o la strategia vincente per affrontare le tue paure e le tue difficoltà quotidiane.

Ora, alla soglia dei quaranta, è bello e confortante vedere come, anche quelle che un tempo erano le nostre “sorelline”, siano divenute giovani donne nere o miste caparbiamente impegnate a far sentire la propria voce. Siamo tante ormai e non è più possibile far finta che non sentiate quello che abbiamo da dire. Non siamo aggressive, non siamo rabbiose, non siamo esagerate, siamo solamente stanche di essere messe da parte. Siamo stanche di essere trattate come delle bambine che hanno bisogno di una guida che le accompagni al parco giochi, dove altri si dilettano a dondolare sull’altalena dei luoghi comuni, sfrecciare sullo scivolo della minimizzazione, girare sulla giostra della permalosità antirazzista, mentre noi dovremmo restare in silenzio a osservare, al massimo giocare in disparte con paletta e secchiello, perché, altrimenti, ogni intromissione rischierebbe di sovvertire il momento di ludico appagamento di chi, nascondendosi dietro la nostra ombra riflessa sulla sabbia, si diverte a interpretare il ruolo del protagonista.

Volete veramente sostenerci nelle nostre rivendicazioni ed essere validi alleati in questa lotta contro razzismo e discriminazioni? Ebbene, fate un gran bel respiro, calmatevi e digerite quel che avete letto sinora, astenetevi per un attimo dallo scrivere o dall’intervenire, uscite fuori dal vostro ruolo di attivisti bianchi, genitori, compagni o amici di persone afrodiscendenti, mettete da parte la buona fede che c’è nelle vostre azioni (e che nessuno mette in dubbio), non considerate per un attimo l’impegno che avete fino ad oggi dimostrato.

Fate tabula rasa di tutto quello che potrebbe portarvi a personificare e a ricondurre a voi stessi questa battaglia e ascoltate, prestando cuore, mente e orecchie a questo fiume in piena di sensibilità e consapevolezza che riecheggia attorno a voi. Siamo tante e non abbiamo più voglia di gridare sopra le vostre voci, ASCOLTATECI, perché, come scriveva il grande Ahmadou Kourouma, il ginocchio non porta mai il cappello quando la testa è sul collo!

Migranti: la dignità è un’altra cosa!

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In questi giorni abbiamo assistito ad una delle diatribe più assurde sulla questione dei migranti degli ultimi decenni. Da una parte, gli eroi salvatori di vite umane, dall’altra, i carnefici senza pietà. E mi chiedo come sia possibile ridurre una questione così complessa e articolata, che tocca la vita di migliaia di persone, coinvolge paesi da una sponda all’altra del Mediterraneo e implica le responsabilità di entità politiche sovranazionali di due continenti (Unione Europea e Unione Africana), ad una rappresentazione che sembra una partita di ping pong, in cui ogni colpo rappresenta un’offesa, una provocazione e uno slogan rinviati all’avversario, mentre le due fazioni di tifosi, diametralmente opposte, fanno la ola ad ogni punto conquistato e i migranti, come una pallina, sbattono in un campo e nell’altro.

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Sia chiaro, la vita umana va SEMPRE rispettata e tutelata ed è giusto che si accolga con plauso il coraggio e l’intraprendenza della capitana Carola o di chiunque altro si dedichi a soccorrere e a portare in salvo le persone abbandonate in mare, ma il punto non è questo.

Il vero problema è l’immagine svilente e distorta, incollata addosso a queste persone e alle loro esistenze, che emerge da questa lotta mediatico-politica e intellettuale, fondata su due visioni semplicistiche, quanto falsate: per la sinistra sono “esseri umani in cerca di dignità”, per la destra “invasori parassiti che rubano il nostro benessere”.

Non voglio soffermarmi troppo su questa seconda posizione perché è evidente che si tratti di una propaganda mirata che ben poco corrisponde alla realtà dei fatti, ma mi permetterei di suggerire una strategia di contrasto basata sull’offuscamento della visibilità. Ossia, smettiamola di dare risalto alle uscite sensazionalistiche e volutamente esagerate, nonché irrealizzabili, di coloro che sanno, meglio di chiunque altro, strumentalizzare la risonanza mediatica per conquistare consensi.propaganda

Non ripubblichiamo all’infinito quei volti dagli sguardi indemoniati o meschini, sbraitanti durante un comizio o compiaciuti con un paninozzo in bocca, non diamo seguito a provocazioni deliranti o a insulti gratuiti, perché nell’intento di voler dimostrare la loro disumana insensibilità finiamo per fare il loro gioco senza neanche rendercene conto e premiarli con una presenza costante e martellante su qualsiasi mezzo di informazione e comunicazione. Fate copia e incolla di articoli o interventi che ritenente interessanti, indicandone certamente la fonte, ma non ricondividete titoli aberranti, immagini vomitevoli, citazioni piene di odio. Ora basta!

Allo stesso tempo, cerchiamo di andare oltre gli slogan del “restiamo umani” e “abbattiamo le frontiere” perché anche questa visione non apporta alcuna soluzione concreta. L’idea apparentemente solidale di “dare dignità alle persone” contiene in sé il messaggio implicito e, secondo me, profondamente razzista, che l’unico modo in cui un africano possa sperare in una vita dignitosa sia quello di giungere in Europa, dove tutte le sue pene saranno ripagate e dove troverà una società umana e aperta, in grado di accoglierlo e offrirgli tutto quello a cui ha sempre aspirato. È ovvio che rispetto all’inferno libico anche la depressa Europa è in confronto un paradiso, ma siamo così sicuri che, in tutto questo percorso, le persone non abbiano lasciato, in fondo, la loro dignità nel luogo di origine che hanno abbandonato?

Non parlo certo di coloro che sono scappati da guerre e persecuzioni nei loro paesi, ma di tutti quelli che, come si dice qui in Costa d’Avorio, vivevano nella “galère”, ossia sotto la soglia di povertà o in condizioni di estreme difficoltà quotidiane, privi della speranza di vedere la propria situazione evolvere e destinati a vivere giorno dopo giorno con la preoccupazione di guadagnare almeno quei 3.000 franchi cfa (4,50 euro) per dar da mangiare alla propria famiglia. Cosa che non avrebbe mai consentito loro di abitare in una casa sicura, di nutrirsi adeguatamente, di curarsi in caso di bisogno, di istruire i propri figli e via dicendo.

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Indubbiamente, in queste condizioni, l’idea di lavorare per 12 ore al giorno in un campo di pomodori nel sud d’Italia per 3 euro l’ora non è una cosa così spaventosa, soprattutto se si ritiene, come pensano in molti, che sia solamente la prima tappa di un percorso evolutivo che porterà, in qualche anno, all’ascensione sociale.

Questo è il vero inganno! Le persone partono perché credono (spesso giustamente) che la loro condizione nel paese di origine, nonostante tutti gli sforzi possibili e immaginabili, non cambierà mai e che saranno destinate a “galérer” per una vita intera; mentre confidano, e quindi sperano, che una vita oltremare possa garantire loro un salto qualitativo e un’affermazione personale che in realtà non arriveranno (quasi) mai.

In tutto ciò, però, sfugge un po’ a tutti il vero concetto di dignità: agli europei perché hanno la tendenza a confonderlo con il concetto di benessere materiale, agli africani perché danno per scontate alcune dinamiche socio-culturali proprie del loro bagaglio personale.

Mi spiego meglio, nelle mie conversazioni ormai quasi quotidiane con ivoriani, più o meno giovani, che intendono raggiungere, in un modo o nell’altro, l’Europa, uno degli argomenti che più di ogni altro attira la loro attenzione e li riconduce alla ragionevolezza è proprio la questione della dignità.

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In Costa d’Avorio puoi anche non avere nulla, ma nessuno può toglierti il ruolo sociale che la cultura e le tradizioni ti attribuiscono all’interno della comunità, della famiglia, del villaggio o del quartiere. Tutti, prima o poi, saranno “grand frère/grande soeur, tonton/tantie, papa/maman” di qualcun altro e questo andrà di pari passo con l’assunzione delle relative responsabilità e le dimostrazioni di rispetto da parte degli altri. Passare da questo all’essere percepito come un numero o un oggetto, un peso di cui liberarsi, un problema che deve essere risolto, in un contesto in cui si perde ogni punto di riferimento e ogni certezza, è già un primo tassello di dignità che scompare.

Il secondo si offusca nel momento in cui inizi a renderti conto che la tua storia e il tuo passato, che un tempo avrebbero costituito il tuo bagaglio di valide esperienze, non ti appartengono più completamente, che qualcuno si prenderà la briga di giudicarle adeguate oppure no, che sarai costretto a mentire e reinventarti un vissuto triste e credibile per essere all’altezza di ciò che gli altri si aspettano da te, che dovrai riuscire a smuovere la pietà e la compassione delle persone per ricevere anche solo un po’ di aiuto e sostegno.immigrazione

Poi continui a mentire, anche alla famiglia e a tutti quelli che hanno riversato tante aspettative in questa tua avventura, le stesse persone con le quali prima condividevi tutto e che ora ti sembra di tradire. Ed ecco che un senso di colpa si insinua accanto alla solitudine emotiva ed interiore, mentre il terzo tassello crolla e, con lui, vacilla anche la convinzione di potercela fare.

Fino a quando realizzi che sei solo un ne*ro di merda e, quasi quasi, inizi a pensare di esserti meritato tutto questo, anzi, devi pure ringraziare che non ti caccino a calci in culo e non ti rispediscano come un animale in un lager nord africano; nel frattempo anche il quarto tassello non c’è più, è svanito insieme all’autostima per te stesso e alla fierezza per le tue radici.

Ne resta ancora uno, ma devi decidere se giocartelo mendicando davanti a un supermercato, perché l’aiuto basato sulla condivisione che tu conoscevi, qui si trasforma in elemosina; oppure rientrando come un perdente quando ti rimpatrieranno, sapendo che tutte le menzogne dette, a quel punto, verranno a galla. A te la scelta, tanto la nostra coscienza è ormai pulita, ti abbiamo aiutato e pure troppo, avanti il prossimo!

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E il prossimo non è uno solo, ma sono centinaia di bambini, di uomini e di donne di cui si parla ogni giorno in termini assistenzialisti ed emergenziali senza neanche prendere in considerazione il fatto che si possa essere poveri, ma con dignità; meritarsi il rispetto degli altri anche vivendo in una bidonville; che la solidarietà di cui si gode ogni giorno a casa è sempre meglio dell’implorare la compassione di chi si erge a tuo salvatore. Questo è quello che emerge quasi sempre alla fine delle conversazioni, una presa di coscienza del proprio valore e della propria rispettabilità che, a quel punto, non si è più disposti a mettere in discussione, né a lasciare che altri ne facciano un uso strumentale per vincere la coppa del consenso durante una partita simbolica di ping pong.

Purtroppo, però, tutto questo non si vede e non si tiene in considerazione nel dibattito e l’approccio che utilizza come argomento difensivo la contrapposizione povertà vs dignità, in un paese fortemente intriso di stereotipi sull’Africa, in cui un vero povero può essere solo rappresentato da colui che muore di fame o malattie e veste di stracci, è perdente in partenza e offre materiale propagandistico buono solo ai discorsi d’odio. Perché, in questa narrazione, un giovane in forze, che magari spinge carriole cariche di merci sotto il sole per 200 fcfa (30 centesimi), che tiene al suo decoro portando abiti decenti di quarta mano, alla sua igiene mostrandosi pulito e ben rasato, è troppo dignitoso per essere considerato un marginale, non rispecchia lo stereotipo e diventa automaticamente uno sfaticato parassita.

Dobbiamo cambiare strategia, lasciare da parte le idee preconcette, ridefinire l’approccio narrativo ed iniziare ad ascoltare queste persone, capire quali siano realmente le loro necessità, i loro sogni, le loro difficoltà e aspettative a monte del percorso migratorio, non solamente quando arrivano allo stremo delle loro esistenze, dopo mesi di violenze psico-fisiche devastanti, e quando l’unica alternativa che resta loro è la morte o il salvataggio in mare.

Quante attività commerciali e imprenditoriali di piccole e medie dimensioni si sarebbero potute realizzare con i 200.000 euro raccolti per le spese legali e le multe della Sea Watch? Quanti nuclei familiari sarebbero potuti uscire dalla soglia di povertà con tutti i miliardi investiti inutilmente in progetti fallimentari di cooperazione allo sviluppo?

Forse è arrivato il momento di domandarci se siamo veramente interessati alla vita reale di queste persone e non solo ai loro corpi da strumentalizzare o se preferiamo continuare a gongolarci nel nostro ruolo di benefattori per sentirci, magari, un po’ meno ipocriti!

Chi ha paura dell’uomo nero? Esce oggi “AFROFOBIA ” del sociologo Mauro Valeri. Un saggio storico sul vecchio e nuovo razzismo (Fefè Editore)

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Nei documenti ufficiali ONU e UE si fa sempre più uso del termine afrofobia per indicare “paura eccessiva” e avversione nei confronti di africani e afro-discendenti. In realtà il razzismo moderno nei confronti dei neri ha origine molto antica e mutazioni recentissime. Il libro ricostruisce, attraverso un’analisi storica e sociologica di uno dei più importanti esperti sul tema, il sociologo Mauro Valeri, le metamorfosi del razzismo da quello schiavista a quello coloniale, da quello  di stato a quello democratico, da quello  ribaltato a quello di guerra. Con particolare attenzione al razzismo italiano dal 1860 ad oggi.

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MAURO VALERI
AFROFOBIA

Razzismi vecchi e nuovi

Fefè Editore
Pagine 220 / prezzo 13 euro

In libreria il 10 aprile

 

 

 

 

 

 

Afrofobia è la storia del razzismo dalle “origini” ai nostri giorni scritta da uno dei più importanti esperti sul tema, Mauro Valeri.  

Prima ancora che i termini di razza e di razzismo, nell’accezione moderna, venissero inseriti nei dizionari, scrive Valeri nell’introduzione: «il nero era già stato marchiato a fuoco sulla pelle e nell’anima. Un marchio di disprezzo, indelebile, inferto con violenza dai bianchi per esigenze di dominio economico, sociale e psicologico.

Tutto ha inizio ai primi del Cinquecento, a seguito della “conquista” del Nuovo Mondo e della decisione delle potenze europee di renderlo economicamente vantaggioso avviandovi un sistema di piantagioni che richiedevano un numero elevato di lavoratori abituati al clima tropicale, reperibili a buon prezzo e facilmente ricambiabili. Fallita la possibilità di utilizzare i nativi o un’emigrazione europea di massa, la scelta ricade sui neri dell’appena “scoperta” costa occidentale africana, i quali, dopo essere stati catturati, stivati su navi in condizioni al limite della sopravvivenza, una volta arrivati nelle Americhe vengono venduti come schiavi. Prende così avvio la tratta negriera, che coinvolge circa 12 milioni e mezzo di africani per quella che è una delle più grandi deportazioni di massa della storia». Soprattutto nella fase iniziale, quando i “padroni della tratta” sono prevalentemente le cattolicissime Spagna e Portogallo, il marchio del disprezzo assume i connotati della maledizione religiosa.

In seguito, a questa visione del nero e dell’Africa non sfugge neanche il filosofo tedesco Friedrich Hegel, per il quale “il negro rappresenta l’uomo naturale nella sua totale barbarie e sfrenatezza”, affermazioni che saranno riprese per molti decenni. Secondo il sociologo Mauro Valeri il disprezzo e la paura del nero sono alimentati da tre paure di fondo, che rappresentano quindi i presupposti dell’afrofobia: la paura della ribellione, quella del mescolamento e, la paura, quella più radicata e persistente, dell’uguaglianza nei diritti tra cittadini dal diverso colore della pelle.

Mauro Valeri ha diretto l’osservatorio nazionale sulla xenofobia dal 1992 al 1996, e dal 2005 è responsabile dell’osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio. Ha insegnato sociologia delle relazioni  etniche all’università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato diversi saggi sul tema del razzismo. Vive a Roma.

Un paese di vecchi a corto di saggezza

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vechioQuando penso all’Italia mi appare l’immagine di un vecchio seduto da solo su una panchina al parco, irritato e scontento, mentre attorno a lui tutto sembra muoversi quasi a rilento. Borbotta infastidito mentre guarda la coppietta scambiarsi effusioni sulla panchina accanto; storce il naso quando due ragazzi passano davanti a lui facendo footing e alzando un po’ di polvere; fa un sussulto di spavento sentendo un cane che abbaia per richiamare il suo padrone; fino a che il suo animo scorbutico prende il sopravvento e, rivolgendosi a dei ragazzini che giocano rumorosamente a calcio sul prato, grida: “Piccole pesti, non vi hanno insegnato l’educazione? Fatela finita con tutto questo baccano! Siamo in un luogo pubblico, mica a casa vostra!”.

Una frustrazione covata nella solitudine, in un brontolio quasi silenzioso, che consuma da dentro e dura giusto il tempo di un bacio, di una corsa e di una scodinzolata; un tempo che, alla sua età, sembra essenziale e fin troppo lungo, se proporzionato a quello che ancora gli resta. La frustrazione si tramuta poi in gelosia nei confronti di quella vita gustosa che altri assaporano sotto ai suoi occhi riempiti di ricordi: la dolcezza dei giorni felici in cui i teneri gesti della sua defunta amata gli scaldavano il cuore; il vigore che percepiva in ogni muscolo teso dallo sforzo quando sfrecciava in bicicletta per il quartiere; il senso di potere che provava mentre guidava il suo mastino lungo le battute di caccia.

Quella gelosia diviene infine rancore e straborda nel rimprovero alla giovinezza rumorosa che celebra l’inesorabilità del tempo che passa. Gli altri diventano i capri espiatori della sua inadeguatezza, dell’incapacità di raggiungere quella pace d’animo che conduce alla saggezza, all’appagamento serafico di un’esistenza completa e compiuta.

Questo è ciò che siamo diventati, un paese vecchio e rancoroso, che vomita la propria frustrazione su tutti coloro che mostrano al mondo i fallimenti di cui siamo responsabili. Un’Italia triste e grigia che ha sempre avuto paura di rimettersi in discussione quando era nel pieno delle sue forze, che ha rinunciato ad evolvere con il passare del tempo, quando esso non era ancora irrimediabilmente giunto al punto di non ritorno, e non è stata in grado di acquisire il buonsenso necessario per passare il testimone alle giovani generazioni, come un’eredità familiare, ma che ha cercato invece di schiacciarle sotto il peso della propria senilità.

Ed è così che anche i giovani sono diventati già vecchi, hanno l’animo incartapecorito di insoddisfazioni, hanno assorbito tutto il risentimento generosamente concesso da una società ostile ed individualista che ha tradito gli insegnamenti di solidarietà e civismo tramandati dalle generazioni dei nostri avi, quelli che hanno risollevato un paese annientato da guerra e sofferenze caricandoselo sulle spalle, portando ognuno il peso che era in grado di sostenere, come tante formichine laboriose capaci di trasportare insieme persino un elefante.

Noi siamo i figli e i nipoti di questi anziani d’altri tempi che abbiamo deciso di lasciare in disparte e far tacere, dimenticandoci delle loro vite e disonorando la loro memoria; nel frattempo, siamo diventati i vecchi solitari su quella panchina in mezzo al parco e abbiamo deciso che la nostra salvezza dovesse consistere nel calpestare la dignità di tutti quelli che ci obbligano a guardarci allo specchio. Vediamo il nostro riflesso di miseria umana e degrado, ma pensiamo in realtà che si tratti di qualcun altro: un mendicante che chiede qualche spicciolo per mangiare, una famiglia che occupa una casa per non restare sotto un ponte, un migrante che chiede accoglienza per una vita migliore, un rifugiato che vorrebbe protezione per sfuggire alla sofferenza. Il loro fallimento è, in sostanza, la quintessenza del nostro decadimento.

 

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Nella realtà lontana in cui vivo, distante non solo in chilometri geografici ma anni luce in termini di ricchezza umana, esistono certamente dinamiche collettive distorte e comportamenti relazionali malsani, tuttavia, su una cosa non ci sono dubbi: astio e gelosia convogliano sempre verso l’alto. Perché che senso ha prendersela con chi sta peggio di noi? Come si fa a provare invidia per qualcuno che s’aggrappa alla vita con i denti per uscire da una condizione di miseria? Quanto bisogna essere perfidi per godere delle sofferenze di chi ha già dovuto spalare talmente tanta merda da avere più contatti con le mosche che con veri esseri umani, in una baracca maleodorante ai margini delle nostre città?

Questo è quello che qui verrebbe definito come la vera “sorcellerie”, ossia la stregoneria, che solo marginalmente riguarda le pratiche magiche, ma comprende invece tutti quei gesti e comportamenti compiuti con lucida cattiveria per nuocere l’altro e che, inoltre, non portano a nessun reale vantaggio per la persona che li compie. La semplice e pura malvagità!

Vecchi sorciers, ecco quello che siamo diventati e di cui andiamo solennemente fieri. Questo è il vero unico cambiamento al quale stiamo assistendo! Purtroppo per noi però, quando il cuore imputridisce, intorno resta solo odio e paura, il sospetto s’insinua come un tarlo che si nutre della nostra polpa cerebrale, mentre la lucidità scompare tra i suoi escrementi, piccoli residui di umanità che non possiamo far altro che gettar via perché ormai alterati e putrefatti.

E si finisce a vivere tra insensate paranoie collettive, esaltazioni d’ignoranza diffusa e manie sicuritarie da sceriffi de noantri, ma come si dice a Roma: “chi va pe’ ‘sti mari, riccoje ‘sti pesci”! Ecco, raccogliamo una bella vita di merda, da cui può scampare solo chi continua ogni giorno a rivoltarsi e a resiste!

Per vincere la battaglia dell’odio dobbiamo agire, ma con consapevolezza

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In questi ultimi mesi, mentre cresce la violenza fisica e verbale nei confronti dei neri, inizia a emergere il forte malessere di chi subisce, anche per transfer indiretto, questo clima di odio. I neri in Italia cominciano ad avere paura per la loro stessa incolumità, si diffonde un sentimento di frustrazione tra chi si sente disarmato di fronte a tutto questo razzismo insensato e aumenta la rabbia di chi invece non accetta di assumere il ruolo della vittima indifesa. Ognuno di noi cerca giustamente la maniera migliore per fronteggiare psicologicamente ed emotivamente questa sfida quotidiana che ci impone una resilienza costante, di cui ancora in molti, persino all’interno del nostro ambito familiare e sociale, continuano a sminuire il peso.

Sono ormai numerosi gli studi che evidenziano gli effetti psicologici che razzismo e discriminazioni possono avere sui soggetti coinvolti, considerati come generatori di abusi e traumi emotivi che si manifestano attraverso attacchi di panico, ansie e altre forme di disturbi post traumatici da stress che possono incidere negativamente sulla salute psico-fisica dell’individuo. A questo si aggiunge l’impossibilità di trovare un conforto, anche psicologico, in persone adeguatamente preparate, che accresce quel senso di solitudine e di frustrazione che è talvolta difficile riuscire a canalizzare in azioni che riescano a compensarne il carico emozionale.

L’obiettivo di questo post non è certo quello di fare un corso accelerato di psicologia, né quello di dipingerci come dei casi clinici patologici, ma questa premessa è fondamentale per comprendere lo stato d’animo che molti di noi hanno in questo periodo, in cui si alternano momenti di rabbia in cui si vorrebbe spaccare il mondo a istanti di rassegnazione nei quali si va avanti con la propria vita di tutti i giorni, anche per spirito di sopravvivenza; in cui si passa dal senso d’impotenza perché si vede la situazione aggravarsi e sfuggire a tutti di mano alla voglia di reagire con gesti eclatanti per non sentirsi inermi di fronte a quel che accade.

BLK_actIn tutte queste dinamiche si percepisce sempre più l’esigenza o, per meglio dire, la mancanza di una comunità forte, di un movimento afro che sia in grado di convogliare i percorsi e le capacità personali di ognuno in un progetto comune; che possa intervenire e prendere le difese soprattutto dei più deboli, emotivamente e socialmente parlando; che riesca a fare da scudo, dietro il quale sentirsi un minimo protetti, o a far riecheggiare le voci dei singoli. La realtà però è che vi è una grande confusione collettiva su quali debbano essere gli strumenti con i quali intervenire, gli obiettivi concreti da raggiungere e le strategie da adottare. Una nebulosa d’idee e progetti nei quali molto spesso emerge più il protagonismo e la rivalità personale dei promotori che un reale beneficio per la comunità di riferimento. Esistono tuttavia iniziative vincenti e pragmatiche, alcune delle quali anche molto valide e interessanti, ma manca una visione organica e condivisa che riesca a dare quell’impatto incisivo di cui ci sarebbe spesso bisogno e alla quale, fortunatamente, persone tenaci e volenterose stanno cercando di dar vita in un modo o nell’altro.

Per ora, i tentativi in questo senso sono stati diversi, ma nessuno di essi è stato in grado di portare risultati concreti e duraturi. Forse dovremmo iniziare a cambiare prospettiva e partire dal presupposto che una comunità nasce, anche spontaneamente, dall’incontro e dal confronto tra i suoi membri, i quali devono essere in grado di apportare il loro contributo nella misura e con le modalità loro più congeniali. Dovremmo ripartire dall’individuo, non come entità disconnessa dal resto, ma come elemento fondante di un insieme più ampio. Dovremmo lavorare su noi stessi, acquisire le conoscenze che ci mancano, fare in modo che la nostra lucidità prevalga sull’istinto di fronte alle discriminazioni e alle micro aggressioni quotidiane, capire chi siamo e chi vogliamo essere senza cedere alle pressioni di chi vuole catalogarci e rinchiuderci in apposite scatole stereotipate. Dovremmo, in sostanza, essere in grado di rimetterci continuamente in discussione e diventare attivisti della quotidianità.

È ormai finito, secondo me, il tempo in cui potevamo sperare che un concerto, una conferenza, una petizione o una manifestazione avrebbero potuto essere uno strumento incisivo per valorizzare le differenze e sensibilizzare gli animi alla diversità. Abbiamo deciso di voltarci dall’altra parte quando i segnali di un paese razzista erano ancora subdoli e sinuosi, ma pur sempre vivi e presenti, perché, in fondo, non avevano ancora assunto sembianze tali da avere conseguenze dirette e pesanti sulle nostre vite e su quelle dei nostri cari. Chi ha cercato per anni di sollevare il problema è stato lasciato (quasi) solo persino dalle proprie sorelle e dai propri fratelli, accusato di vedere il razzismo ovunque e di portare avanti battaglie che in Italia non aveva senso fare (mica siamo in Francia o negli USA, dicevano!), ma ora è già troppo tardi.

Non possiamo svegliarci oggi, dopo aver atteso che la deriva razzista arrivasse a livelli incontrollabili, e pensare di poter aprire gli occhi, d’un sol colpo, ad un paese che esalta un governo e le sue scelte politiche xenofobe e discriminatorie con gli stessi strumenti che forse avrebbero avuto un senso qualche anno fa’, come se nulla fosse cambiato. Tutto è diverso, oggi!

Naturalmente non intendo dire che non si debbano continuare a promuovere e sostenere iniziative individuali e collettive di sensibilizzazione e protesta, ci mancherebbe, penso però che siamo giunti a un livello successivo del dibattito. Se prima potevamo considerare gli atteggiamenti di diffidenza e discriminazione come una conseguenza diretta di una scarsa conoscenza dell’altro, che avrebbe potuto essere arginata proprio grazie a momenti di interscambio culturale, peraltro ben apprezzati da molti italiani; adesso, la gente ci spara volutamente addosso, le persone non hanno più la voglia, né la capacità di ascoltare una narrazione diversa da quella che hanno deciso di assecondare e non saranno certo un film, una canzone, un progetto o un evento, né tantomeno numeri e cifre ufficiali, a far cambiare loro idea.

Ed è qui che anche noi dovremmo fare un salto in avanti, ossia smettere di cercare l’approvazione altrui attraverso un appiattimento di stampo assimilazionista, che ci renderebbe certo tutti più accettabili ma contro un prezzo troppo alto da pagare; finirla di dedicare più energie a spiegare agli altri chi siamo e cosa vogliamo di quelle che investiamo nel costruire le basi per la nostra crescita collettiva; rinunciare all’idea che solo sentendoci meno ingombranti riusciremo a trovare la nostra piccola oasi di pace, perché ciò di cui abbiamo veramente bisogno è la libertà di poter essere noi stessi e sbattercene se agli altri ci ritengono, secondo i loro standard, inadeguati. Non posso e non voglio rinunciare alla mia metà africana, non posso e non voglio cancellare il mio colore, non posso e non voglio assecondare le aspettative degli altri a discapito di me stessa.

walkerSe il messaggio che ci arriva ogni giorno dalla società è che non siamo mai abbastanza bianchi, italiani, adeguati, meritevoli, affidabili e via dicendo, dovremmo tralasciare qualsiasi vittimismo e batterci per dimostrare innanzitutto a noi stessi l’assoluto contrario.  Dobbiamo prenderci il nostro posto in questa società, non per concessione altrui, ma perché abbiamo tutte le carte per farlo. Cerchiamo di diventare qualcuno nei nostri rispettivi ambiti di competenza, tentiamo di conquistare posizioni di rilievo che possano offrirci maggiori possibilità d’intervento sulla realtà, portiamo la nostra voce e le nostre istanze nei luoghi che sembrano preclusi alle minoranze, normalizziamo insomma la nostra presenza ovunque, solo così avremo delle reali chance di  rendere questa società più equa. Anche se ci vorrà del tempo, dobbiamo andare avanti, farci vedere e sentire ogni giorno e in ogni luogo, seguire le nostre aspirazioni e diventare ciò che vogliamo, senza attendere “l’occasione giusta” o “il gesto eclatante” per poter esprimere il nostro dissenso. Già camminare a testa alta in un mondo che fa’ di tutto per schiacciarci è un atto in sé rivoluzionario, siatene coscienti!

Quando un nero diventa avvocato, medico, funzionario, imprenditore, poliziotto, insegnante, scrittore o qualsiasi altra cosa che, nell’immaginario collettivo, stride con i ruoli in cui vorrebbero tenerci confinati (al massimo sportivi, cantanti, prostitute e vagabondi), nasce un caso mediatico, come a voler dimostrare che si tratta dell’eccezione a conferma della regola e, pensate un po’, ci caschiamo anche noi. E il pezzo di giornale rimbalza di condivisione in condivisione, a riconferma che persino noi stessi riteniamo una cosa simile (che non ha nulla di stratosferico per chiunque altro) degna di nota. Non limitiamoci al singolo risultato raggiunto, ma facciamo in modo che esso diventi uno strumento di resistenza quotidiana, affinché il nostro impegno personale ci renda attori coscienti di una nuova normalità.

È evidente che non possiamo essere tutti leader carismatici, creativi geniali o attivisti irriverenti e l’idea di attendere un messia o una svolta improvvisa porta a indugiare sul da farsi fino quasi a rivelarsi paralizzante. Dobbiamo assumere la consapevolezza che ognuno di noi può fare la differenza e trasformarci in disturbatori concreti ed efficaci per dare un segnale ininterrotto e martellante del fatto che non siamo più disposti ad accettare di restare in disparte o a mettere in un angolo la nostra dignità.

Valorizziamo le nostre competenze, educhiamo noi stessi e i nostri figli all’autostima, aiutiamoci ad emergere, sosteniamoci a vicenda e facciamo fronte comune, senza mai dimenticarci da dove veniamo e qual è il vero senso della nostra battaglia quotidiana, perché il rischio più grande nel quale potremmo incorrere durante il percorso è quello di tramutarci in mansueti “neri da cortile”, pronti a tradire noi stessi per interessi e conquiste personali. Questo dovrebbe valere a tutte le latitudini (Africa, Europa e altri continenti) perché le ragioni che dovrebbero spingerci a reagire sono ben più grandi di noi e dell’orticello in cui ci aggiriamo. Abbiamo estremo bisogno di “neri coscienti”, qui e altrove, che sappiano raggiungere le vette delle proprie ambizioni restando fedeli a loro stessi, perché la chiave di volta che è alla base del cambiamento sperato e di cui siamo alla continua ricerca siamo semplicemente tutti noi!

Tra calcio e identità

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Ammetto di non essere un’amante del calcio e di non aver seguito molto questi mondiali, ma confesso anche che è stata l’unica cosa dopo un bel po’ di tempo ad avermi spinto a condividere qualche riflessione, perché negli ultimi mesi il mio interesse per il dibattito italiano, decisamente rabbioso e violento, è proprio caduto ai suoi minimi storici.

Innanzitutto rimpiango che l’Italia non si sia qualificata perché una sua partecipazione ai Mondiali ci avrebbe risparmiato un sacco di uscite mediocri e di reazioni scomposte da parte di ampie fasce della popolazione italiana in questa bella estate calcistica. Mi riferisco al fatto che molti di coloro che passano buona parte del loro tempo a seguire la squadra del cuore, in questo caso gli Azzurri, a sfogare le proprie frustrazioni contro le tifoserie avversarie, a litigare al baretto sulla legittimità di un fallo o di un fuorigioco, o a inveire contro l’arbitro venduto di turno, quest’estate non hanno avuto una ceppa da fare e si sono riconvertiti in urlatori da tastiera.

Gente che normalmente non s’interessa né di politica, né di attualità; che preferisce andare allo stadio piuttosto che a votare quando le elezioni si svolgono di domenica; che non legge né un libro né un quotidiano ma compra solo la Gazzetta dello Sport; che conosce a memoria tutte le formazioni ma se gli chiedi chi è il Presidente della Repubblica resta con un gran punto interrogativo sulla fronte corrucciata; ha pensato bene di colmare questo vuoto trovando un nuovo passatempo altrettanto infervorante: il campionato dell’odio. Ed è così che il tifo da stadio è sceso in campo per sostenere la fazione più becera e populista, che la frustrazione si è sfogata contro chiunque avesse opinioni leggermente diverse e l’invettiva ha toccato tutte le minoranze presenti sul territorio, in particolare i neri e gli immigrati.

Non avrei mai immaginato di dire un giorno una cosa simile ma il calcio potrebbe essere la nostra salvezza! O perlomeno ci consentirebbe di evitare gastriti e ingrossamenti del fegato dovuti a incazzature quotidiane provocate da confronti sterili e privi di dialettica, quasi monologhi propagandistici, con chi affronta delicate e complesse questioni politiche e sociali con la stessa profondità e animosità con la quale discuterebbe di una partita di pallone. Quindi vi prego, facciamo in modo che gli Azzurri ritornino alla gloria di un tempo, ne gioveremmo tutti! 😉

In un certo senso, mi è sembrato quasi che questo campionato abbia costituito una metafora beffarda dei tempi moderni, una sorta di rappresentazione calcistica delle dinamiche attuali, in cui l’Italia risulta evidentemente non classificata per la sua incapacità di essere al passo con la modernità, di rinnovarsi e di essere competitiva, ma sempre brava però a criticare le scelte altrui; gli altri paesi europei che si fanno fuori l’uno con l’altro, tutti un po’ presuntuosi in nome dei rispettivi passati gloriosi, ma poi si fanno spazzar via dalla squadra considerata la “meno europea” di tutte; i paesi africani speranzosi e spinti da un forte spirito di rivalsa che non riescono tuttavia a fare il salto di qualità, ma che poi alla fine si accontentano comunque di gioire per la vittoria portata avanti dai figli della Diaspora.

Lo so, è un’interpretazione personale alquanto limitata e un po’ fantasiosa, ma che forse nasconde un fondo di verità, soprattutto perché ho notato che questo campionato ha assunto per molti una valenza quasi politica.

Da un lato, è come se le nazionali dei paesi marginalizzati sullo scacchiere politico internazionale, e di conseguenza i loro tifosi, percepissero questo evento come un’opportunità per emergere e riprendersi la propria rivincita sui paesi dominanti, i quali invece strumentalizzano la propria vittoria per dimostrare a loro stessi e agli altri il proprio ruolo di potenza mondiale. Penso ad esempio al coinvolgimento emotivo e transnazionale dei tifosi africani per la partecipazione, purtroppo breve, di squadre come Senegal e Nigeria; o i toni pomposi in cui è stata trattata la finale sulle reti francesi, in concomitanza, tra l’altro, della festa nazionale del 14 luglio: le speranze di exploit di un Continente in contrapposizione all’orgoglio nazionale da potenza imperiale a gogò!

Dall’altro, alcune formazioni calcistiche sono state prese come simbolo di posizioni ideologiche e, in un certo senso, strumentalizzate per esprimere rivendicazioni socio-politiche in maniera altrettanto conflittuale rispetto a quanto avviene in altri ambiti di dibattito.

È così che la squadra vincitrice di questo mondiale, composta principalmente da titolari di origine straniera, in particolare africana, fa prudere le manine a tanti sulle solite tastiere di cui sopra e, come quasi sempre accade, la nostra identità di afrodiscendenti diventa un terreno di gioco sul quale ciascuno (tranne generalmente i diretti interessati) pretende di apporre la propria etichettatura.

originiCi sono gli africani, sia nel Continente sia altrove, gli stessi che quando ritorniamo nei paesi di origine (senza una coppa ovviamente!) ci considerano come bianchi o africani mancati, ma che in quest’occasione hanno rivendicato l’appartenenza africana dei giocatori. Li hanno considerati quali soli rappresentanti dei loro paesi di origine e, per estensione, dell’Africa, escludendo al contempo la compresenza di una componente francese nel loro bagaglio culturale e personale, in quanto espressione del mostro coloniale cui rimanda il tricolore transalpino.

Poi troviamo gli antirazzisti o i sostenitori del multiculturalismo (in chiave assimilazionista secondo me), generalmente bianchi, ma non solo, che esaltano invece l’appartenenza europea, nello specifico francese, dei giocatori, considerandoli come i rappresentanti di un métissage culturale ben riuscito al quale ispirarsi. In questo caso, non conta più il colore o l’origine, diventiamo tutti figli di una stessa patria grazie a quella benedetta cittadinanza (e alla coppa ovviamente!) e la componente straniera scompare, diventa irrilevante, quasi come ad eliminare il problema alla radice. Sono poi quelli che magari, pensando di essere politicamente corretti, ti chiamano “di colore” (proprio lo stesso che invece oggi sembra diventato temporaneamente invisibile!).

Abbiamo infine i fasci destrorsi, sostenitori della potenza ariana e nazionalista degli avversari croati, che negano la possibilità di far coincidere la nazionalità di un individuo con la sua identità multipla e fluida. Coloro per i quali un nero non potrà mai essere considerato un cittadino alla pari e negano la legittimità della nazionale francese sostenendo che sia l’Africa ad aver vinto il mondiale. Sono quelli vinti moralmente dalla squadra meticcia di Francia, ma anche dalla storia perché, se un gruppo di neri africani ha conquistato prima la Francia e poi battuto tutto il mondo nella campagna di Russia, vuol dire che il Komplotto per realizzare il piano Kalergi è quasi riuscito! francia

Tutte queste posizioni hanno un elemento comune: la strumentalizzazione della nostra identità e del nostro corpo nero. Per i più estremi, essi rappresentano due componenti estranee e intollerabili rispetto alla loro ideale società xenofoba e nazionalista, che dovrebbe restare fissa, immutabile ed esclusiva. Nei primi due casi, invece, diventiamo africani o europei accettati e accettabili solo sulla base dei risultati meritevoli che riusciamo ad ottenere o al contributo positivo (in questo caso una Coppa del mondo) che possiamo dare al paese, lo stesso in cui siamo normalmente considerati, e trattati, come cittadini di secondo ordine.

In nessuna di esse si prende minimamente in considerazione l’idea che l’identità possa essere inclusiva, ossia il risultato di diversi bagagli culturali ed esperienze di vita che si fondono in un unico individuo senza necessariamente escludersi. Infatti, nonostante molti afroeuropei definiscano la loro appartenenza come un’entità mista dai contorni irregolari e molteplici, dando vita a un’idea di métissage molto più sofisticata e complessa, la maggior parte delle persone continua a fornire un’interpretazione della loro identità ricorrendo a semplificazioni che escludono, di fatto, la compresenza di più elementi. In questo senso, ad esempio, si sottovaluta e si sminuisce il fatto che un giovane come Adil Rami possa dichiarare di considerarsi al contempo francese e marocchino, quindi sia l’uno sia l’altro, e che possa riconoscere in questo modo il contributo offerto da entrambe le componenti alla propria idea d’individuo.

Il problema non è tanto che se ne parli, ma del modo in cui se ne parla. Spesso ho quasi l’impressione che la gente ci prenda come materiale di studio, senza rendersi conto dell’aspetto intimo e personale dell’argomento, il quale lascia evidentemente emergere infinite sensibilità e percezioni. Ci saranno sicuramente afroeuropei (alcuni dei quali criticheranno ad esempio anche quest’appellativo) che non condivideranno questa mia analisi e s’identificheranno magari con una delle posizioni sopraesposte oppure bilanceranno, rifiuteranno, riformuleranno a proprio piacimento il contributo che ogni componente ha dato alla propria personale esperienza e credo che andrebbero in qualsiasi caso ascoltati e rispettati.

Tuttavia, ritengo anche che nessuno di noi, guardandosi allo specchio possa negare la realtà dei fatti, ossia che la propria storia personale abbia origini che vengono da lontano, da un Continente magari sconosciuto e ignoto, con il quale non si ha talvolta nulla a che fare, ma che, volenti o nolenti, è parte di ciò che siamo, e che, in nessun caso, ci rende e ci renderà mai meno europei degli altri.

 

Oggi l’Italia è un buco “nero”!

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Mappa delle aggressioni fasciste in Italia dal 2014 al 2018, consultabile e interattiva su google maps

Sono giorni che prendo un gran respiro prima di esternare la mia opinione su ciò che vedo accadere in Italia, ma poi i miei pensieri restano bloccati in gola e invece di uscire scendono fino allo stomaco, dove esplodono in una sorta di nausea che, alla fine, m’impone un silenzio terapeutico. Sì, perché i bersagli in questo caso non sono solo sei e le ferite non si limitano a quelle fisiche.

Ho bisogno di silenzio per leccare anche le mie di ferite, quelle che provengono dall’amara consapevolezza che chiunque di noi, detentore di un tasso di melanina troppo elevato perché possa passare inosservato, avrebbe potuto trovarsi al posto di una di quelle vittime. Ma la paura che ti ghiaccia il sangue e ti fa sudare freddo, per te e i tuoi cari, quando senti una notizia del genere, è qualcosa che in pochi riescono a capire. È una sensazione che va ben oltre lo choc iniziale per una notizia di cronaca così agghiacciante. È un’angoscia che resta incastonata nel cervello e della quale non riesci a liberarti durante la giornata, né la notte quando cerchi di chiudere gli occhi girandoti nel letto e realizzi che i timori maturati da qualche tempo si sono alla fine materializzati.

Come se questo non fosse già abbastanza, la nausea rimonta come un reflusso gastrointestinale quando vedo le reazioni e sento o leggo le esternazioni che questa situazione ha generato da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico. Una valanga d’indignazioni sterili, opinioni da salotto e analisi socio-politiche da campagna elettorale, il tutto condito da giustificazioni al gesto e offese alle vittime che diventano colpevoli di un eccesso di melanina apparentemente inaccettabile.

Sento parlare d’immigrazione, di stranieri, di problemi sociali, di colpe, di responsabilità e di giustizia, ma solo in pochi colgono la gravità allarmante della situazione e affrontano chiaramente l’elemento centrale di questo dibattito: una violenza razziale basata sul colore della pelle.

Questo è il punto: il colore! Non che si tratti di africani, non che si tratti di migranti legali o clandestini, non che la causa sia una rappresaglia in risposta a un altro crimine, non la frustrazione delle fasce deboli della popolazione, non che la politica continui come ha sempre fatto a soffiare sul fuoco. Tutto questo è il contorno. Il nocciolo sul quale si gira sempre intorno, senza peraltro mai coglierlo, è che l’Italia è diventato un paese pericoloso per i neri, italiani o stranieri che siano poco importa, perché quando ti sparano addosso o ti aggrediscono in gruppo potete stare sicuri che parlare con un accento puro brianzolo o conoscere solo due parole d’italiano non farà di certo la differenza.

Questa reticenza tutta italiana nel voler ammettere che sussistano discriminazioni basate sul colore della pelle, delle quali siamo diretti testimoni e denunciatori da anni, e di conseguenza il rifiuto, spesso anche inconsapevole, a voler affrontare questa problematica pubblicamente emergono in tutta la loro forza dirompente in queste ore.

Il nostro paese ha un lungo passato di razzismo e intolleranza con il quale non siamo mai riusciti a fare i conti, abbiamo tentato per decenni di superarlo stendendo un velo di silenzio che ci desse l’impressione di avanzare su nuove basi ideologiche, ma in realtà non siamo mai stati in grado di analizzarlo oggettivamente, comprenderlo nelle sue forme più subdole e interromperne quindi l’evoluzione. Oggi quel passato è ridiventato il nostro presente non perché sia rinato, ma perché, non avendoci mai abbandonato, ha avuto il tempo di ridefinirsi e riemergere con nuova forza e vigore in un continuum che non abbiamo saputo interrompere.

È facile attribuire le responsabilità di questa situazione a chi sbraita senza vergogna propinando idee razziste con la stessa leggerezza con cui piscia sui valori della nostra Repubblica, ma la triste verità è che siamo arrivati a questo punto anche grazie a quelli che per anni si sono dichiarati contro il razzismo (la maggioranza degli italiani probabilmente), ma allo stesso tempo si sono nascosti dietro il confort dei loro privilegi sostenendo ad oltranza che “il colore non fa differenza”,  che “dobbiamo superare queste distinzioni puramente fisiche”, che “in Italia la situazione è diversa”, che “esagerate a vedere il razzismo ovunque”, che “in Italia non esiste un razzismo endemico e istituzionale”, che “con questa storia del privilegio bianco fate del razzismo al contrario”, che “non c’è bisogno di creare spazi safe per gli afro, perché l’Italia non è un paese razzista e voi rischiate di ghettizzarvi”, che “io tutto questo razzismo non lo vedo”, che “sono solo casi isolati”, che “tanto sono solo una minoranza”,  che alla fine “non sono razzista, ma…”.

Affermazioni che ho sempre contrastato con fermezza, cercando di proporre una dialettica che tenesse conto anche della nostra prospettiva di neri italiani e sostenendo la pericolosità di queste posizioni, spesso motivate da una certa permalosità che emerge quando si parla di sistema razzista in Italia, in quanto sintomo di una profonda incapacità nel saper riconoscere i segnali di una società endemicamente razzista e nel riuscire ad ammettere una responsabilità collettiva nella perpetuazione di idee e comportamenti discriminatori, con la tendenza a voler tutelare la propria convinzione di non essere parte del problema piuttosto che ammetterlo e contrastarlo.

Le mie posizioni mi sono valse numerose critiche e accuse di vittimismo o di estremismo, a seconda dei casi, ma poco m’importa, il problema è che alla fine sembriamo di nuovo caduti dal pero. Sparano su sei neri per strada e compaiono scritte che recitano “Macerata è solo l’inizio”, si creano gruppi di difesa e ronde cittadine, sfilano fascisti liberamente per le strade e ci si chiede come si sia arrivati a questo punto, cosa stia succedendo nel nostro bel paese. Ebbene, vediamo semplicemente i frutti della nostra miopia. Decine di neri sono stati massacrati o uccisi negli ultimi anni, a molti è stato rifiutato un lavoro, una casa, un mezzo pubblico, un medico e tanto altro ancora solo per il colore della loro pelle, ma cosa è stato fatto per invertire questa tendenza? Nulla, perché si trattava appunto di casi “non rappresentativi della realtà del paese”.

Nel silenzio, lecco le mie ferite interiori, quelle che nascono dal dover ammettere un fallimento personale e collettivo perché dopo anni di battaglie reali, virtuali, sociali, intellettuali e culturali la verità è che gli eventi drammatici di questi ultimi tempi hanno rivelato tutta l’inconsistenza del dibattito sul tema del razzismo in Italia e delle nostre strategie per fronteggiarlo. Non siamo stati in grado di invertirla questa tendenza, noi attivisti, voi cittadini, tutti complici e responsabili. Perché poi i politici dicono in fondo ciò che vogliamo sentirci dire, quindi dovremmo renderci conto del fatto che siamo noi elettori il grande problema!

Ora però è già troppo tardi! Cerchiamo di limitare i danni, di prendere una posizione netta contro il razzismo, di mobilitarci affinché le cose non peggiorino, ma dove eravamo fino a qualche giorno fa?

I tentativi di cambiare la percezione nei nostri confronti, di aprire un dibattito serio su tematiche considerate ancora tabù, di stuzzicare la coscienza dei nostri concittadini, di prenderci lo spazio che ci meritiamo nel nostro paese, facendo sentire in modi diversi la nostra voce e la nostra presenza, sono miseramente falliti e l’obiettivo di rendere l’Italia un posto più tollerante e accogliente per tutti i “non bianchi”, non solo non è stato raggiunto, ma si è allontanato anni luce, fino quasi a diventare un abbaglio fioco e sfocato. Stiamo lottando da anni contro un muro di gomma che non solo non si riesce a scalfire, ma rinvia al mittente tutti i colpi inferti. Restare in questo contesto diventa un martirio consapevole, in cui le vittime, tranne qualche rara eccezione, invece di ribellarsi a un sistema che le strumentalizza identificandole come capro espiatorio di ogni male, incassano colpi mansuetamente nella speranza di essere accettate ed entrare a farne parte.

È così che diventiamo le pedine di un gioco diabolico che si consuma sulla nostra pelle nera, in cui la riconoscenza ha la meglio sulla dignità. In uno slancio di assimilazione estrema diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, confortati dall’illusione di essere singolarmente migliori dei nostri fratelli. Siamo arrivati al punto in cui i neri con la cittadinanza italiana, ottenuta alla nascita o acquisita, si nascondono dietro le certezze offerte dai loro documenti per contrastare le battaglie di chi, tra di noi, vive le diatribe dovute a un permesso di soggiorno; i misti e gli adottivi si lasciano pigramente avvolgere dai vantaggi derivanti dalla loro appartenenza a famiglie e ambienti che li elevano indirettamente a un gradino più alto rispetto a quello di un qualsiasi nero di origini straniere; gli africani con situazioni economiche e familiari stabili si costruiscono un piedistallo dal quale osservano, con superiorità e disgusto, i fratelli dei loro stessi paesi costretti a vivere in condizioni di clandestinità e marginalità.

Ma sapete che c’è di nuovo? Che oggi le lancette dell’orologio ripartono da zero e siamo tutti uguali di fronte al muso di una pistola puntata contro di noi da gente che ritiene il colore della nostra pelle una ragione sufficiente per imporci punizioni psicologiche e corporali.

Oggi, noi neri non siamo pronti a contrastare questa ondata di violenza ideologica e i bianchi che perorano la nostra causa nemmeno. Tutti noi, neri e bianchi, siamo magari individualmente più o meno attivi e ben motivati, ma collettivamente disgregati e incapaci di combattere insieme il fascismo razzista e xenofobo che dilaga. Non siamo in grado di metterci in discussione, né di essere onesti con noi stessi, abbiamo sicuramente sbagliato molte cose in questi anni, ma preferiamo convivere con le nostre piccole certezze e le nostre singole vittorie.

Apprezzo le manifestazioni, alle quali avrei sicuramente partecipato se fossi stata in Italia, concordo sulla necessità di continuare a dare risalto alle iniziative che esaltano la diversità, stimo le persone che continuano a investirsi in progetti volti al cambiamento, ma più di tutto credo sia diventata impellente la necessità di fermarci a riflettere su cosa sia andato storto e su quali siano le nostre responsabilità, individuali e collettive, in questo fallimento. Abbiamo bisogno di cambiare prospettiva e di individuare nuove strategie di resistenza, saremo in grado di farlo? Non lo so, personalmente nutro forti dubbi, intanto però iniziamo tutti con l’andare a votare il 4 marzo, capiremo forse allora se ci saranno veramente i margini per far spostare l’ago della bilancia dalla nostra parte o se sarà necessario ripartire da zero con un ritardo storico di circa settant’anni!

Io, nell’attesa, mi preparo psicologicamente ad un prossimo temporaneo rientro in Italia in vista delle votazioni, con il cuore gonfio e lo stomaco in subbuglio, e mi ritiro nuovamente nel mio silenzio terapeutico perché ho veramente bisogno di ridefinire la mia strada per il futuro, per il resto, chi vivrà, vedrà…

 

Black lives matter, ma solo alcune però!

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Tempo fa ho letto un interessante articolo sulla rivista online NOFI intitolato “Black lives matter, really?” (Le vite dei neri contano, davvero?) in cui l’autrice metteva in evidenza l’ipocrisia delle comunità nere occidentali che si mobilitano per la difesa dei loro diritti in casa, ma dimenticano le violenze e le ingiustizie subite da altri neri altrove.

Una sorta di immobilismo che determina due categorie di esistenze: le vite che contano e quelle per le quali neanche i propri fratelli muovono un dito.

blm2Penso ad esempio al Brasile, dove i soprusi e gli omicidi dei neri da parte delle forze dell’ordine sono forse persino più frequenti che negli Stati Uniti; alla Mauritania e ai paesi del Golfo, dove molti neri vivono in uno stato di vera e propria schiavitù da parte dei padroni arabi protetti e coperti dai rispettivi governi; ai Caraibi e ad alcuni paesi africani, dove il turismo sessuale, anche minorile, attira tantissimi occidentali che sfruttano il disagio sociale ed economico locale per soddisfare i propri desideri perversi.

Non sono vite di neri pure quelle?

Certo, ci sono persone che ne parlano e che si battono anche per loro, ma si tratta di lotte settoriali condotte solo da chi è direttamente interessato o colpito da tali sopraffazioni. Ma dove sono tutte le celebrità, tutti gli attivisti e i sostenitori del movimento BLM?

Sembrerebbe quasi che l’odio e le violenze razziali siano una questione regionale, ce ne interessiamo solo quando riguardano il nostro territorio e la nostra quotidianità. Ovviamente, noi europei siamo vicini ai nostri fratelli afroamericani perché, ammettiamolo, sono la nostra fonte d’ispirazione e in loro ci riconosciamo, ma noi, come loro, non abbiamo nulla a che vedere con gli afrobrasiliani o i neri d’Africa, a parte un punto comune evidentemente trascurabile: le stesse radici.

Non siamo forse colpevoli dello stesso immobilismo che critichiamo negli altri?

schiavi

Il video girato in Libia, e recentemente trasmesso dalla CNN, nel quale si vedono giovani uomini africani venduti all’asta al migliore offerente, oltre a riportare alla mente immagini agghiaccianti che rievocano un lontano (ma neanche troppo) passato di schiavitù e umiliazioni, lascia emergere il totale silenzio delle comunità nere in giro per il mondo. Dove sono i super organizzati afroamericani del movimento BLM? E la montante scena degli afroeuropei ? Ma soprattutto, dove sono gli africani del continente e della diaspora?

Da qui emergono due riflessioni:

  1. Non solo che esistono discriminazioni di serie A (nei confronti ad esempio degli ebrei) per le quali tutti si indignano e protestano a prescindere; di serie B (nei confronti delle donne o dei disabili) per le quali ci si indigna, ma che poi in fondo quasi tutti trovano una scusa per giustificare i comportamenti dei carnefici e di serie C (nei confronti dei neri, dei rom, delle comunità LGBT e di altre minoranze), per le quali si ha tendenza a non reagire e a sminuirne il peso, attribuendo anche una forma di vittimismo a chi le subisce; ma che tra queste ultime sussistano persino sottogruppi del tipo serie C2, C3 e via dicendo come nel caso delle donne nere (razzismo + sessismo), dei disabili neri (razzismo + abilismo) o dei neri africani (razzismo + afrofobia).
  2. Quando ci criticano perché ritiriamo sempre fuori la storia della tratta, dello schiavismo e della colonizzazione (come se tra l’altro fossero avvenimenti che in qualche modo possano essere rimossi da parte di una comunità o di un continente), emerge tutta l’ipocrisia e la superficilità con cui gli occidentali considerano questi tragici eventi, ma anche la potenza con la quale il pensiero dominante agisce sulle masse, che non si sconvolgevano a quei tempi e continuano a non sconvolgersi oggi, nonostante tra di loro ci siano milioni di discendenti diretti di quelle vittime del passato. Sono stati talmente abili a demonizzare l’immagine dell’Africa e degli africani che persino i loro fratelli neri preferiscono prendere le distanze. Credo questa sia la vittoria più eclatante dell’oppressore sulle proprie vittime, come fosse in atto una sindrome di Stoccolma che affligge contemporaneamente milioni di neri in giro per il mondo.

Mi piacerebbe vedere intere folle di africani e afrodiscendenti invadere le strade delle loro città per dire basta allo sfruttamento e alle violenze subiti dai propri fratelli ovunque su questo pianeta, ma siamo ancora molto indietro rispetto alla ridefinizione di percorsi storici e culturali collettivi che consentano a tutti noi di riconoscerci con orgoglio quali figli di una stessa terra madre, l’Africa.

Vivere con molteplici identità

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Nel momento in cui vi scrivo mi trovo a circa 5.000 chilometri di distanza, in un luogo che per molto tempo ha rappresentato per me una meta spaventosa e ambita allo stesso tempo, una presenza quasi immaginaria e constante che ha accompagnato la mia esistenza per oltre trent’anni di vita e verso la quale, un giorno di tre anni fa, ho deciso di lanciarmi.

La Costa d’Avorio è il luogo dove tutto ha avuto un nuovo inizio, dove le domande che mi inseguivano con insistenza fin dalla più giovane età hanno finalmente trovato risposta e dove il tortuoso percorso alla ricerca della mia identità ha raggiunto una delle tappe più importanti, pur essendo consapevole che questo viaggio introspettivo non sia ancora giunto al suo termine e forse, mai lo sarà.

Posso semplicisticamente suddividere la mia vita da figlia di coppia mista, nata e cresciuta in Italia con origini ivoriane, in una serie di fasi simboliche rispetto alla mia esperienza di vivere con un’identità multiculturale e multirazziale in un mondo che tende sempre più a porre limiti geografici e identitari all’interno dei quali rinchiuderci.

Fase n. 1: La confusione

Sin da bambina ho vissuto in un mondo principalmente bianco, in un quartiere borghese della Capitale, dove quasi tutti nel mio ambiente avevano sembianze nelle quali non mi riconoscevo e quasi nessuno riusciva a capire cosa volesse dire avere la percezione di sentirsi sempre l’unica ad essere diversa. In pochi si rendevano conto del fatto che frasi e gesti quotidiani, seppure in molti casi affettuosi, sottolineavano costantemente l’idea di non essere percepita come una di loro a tutti gli effetti. Mi sentivo veramente diversa e non avevo ancora gli strumenti necessari per comprendere cosa fosse quel senso di inadeguatezza rispetto al mondo esterno e per fronteggiare quella solitudine interiore che derivava dalla mancanza di confronto con qualcuno che viveva la mia stessa condizione.

Fase 2:  Il rifiuto

Durante la pre-adolescenza avrei voluto poter cancellare la mia diversità, poiché non accettavo il fatto che potesse essere un elemento costante nel mio rapporto con gli altri e desideravo intensamente passare inosservata per confondermi tra la folla. Ho iniziato quindi a concentrarmi sulla mia italianità, seguendo un percorso di assimilazione che mi spinse ad allontanare ogni legame con le mie origini africane e mi trasformò in quello che potrei definire ora un alter ego italiano di me stessa, in grado di rappresentare ciò che gli altri avrebbero voluto che fossi.

Fase 3: La presa di coscienza

Verso i diciotto anni, ho iniziato a viaggiare molto e a conoscere nuovi luoghi e nuove culture, ritrovandomi a scoprire man mano qualcosa in più sugli altri, ma soprattutto su me stessa. Con il tempo e la conoscenza ho imparato a sentirmi una cittadina del mondo e a rendermi conto che la mia italianità cominciava a starmi troppo stretta. Essa non riusciva, da sola, a definire quello che ero, a soddisfare la complessità delle mie esperienze, a ricostruire un vissuto multiculturale e plurilinguistico, a raccontare la mia storia in bilico tra due paesi lontani e il mio desiderio di vivere il mondo nella sua complessità. È a questo punto che emersero le infinite sfaccettature delle quali era composta la mia identità e sentii il bisogno di liberarmi dai condizionamenti esterni per intraprendere un viaggio verso l’autodeterminazione.

Fase 4: La ricerca

A circa vent’anni ho avuto una rivelazione scoprendo il movimento intellettuale della negritude. Questo è stato un bivio importantissimo che mi ha portato a una riscoperta dell’Africa e delle sue culture, a una rivalorizzazione della mia nerezza e a un crescente interesse verso le mie radici. Per molti anni non ho avuto il coraggio di recarmi in Costa d’Avorio perché la curiosità di scoprire il mio paese, e con lui la mia storia, conviveva con il timore di scoperchiare un’immensità di dubbi e insicurezze su me stessa. Mi chiedevo spesso se fossi veramente pronta ad accettare questa sfida, se sarei stata in grado di affrontare le emozioni di un ritorno alle radici, se le mie aspettative di una vita sarebbero state soddisfatte oppure tradite dalla realtà, se sarei riuscita a rincollare i pezzi e rimodellarmi su nuove basi, ancora più ricche e complesse rispetto al passato. Finché un giorno, dopo lunghe riflessioni e il ritorno di mio padre nel paese natio, presi la decisione di andare.

Fase 5: Il ritorno alle origini

Tre anni fa presi un aereo in direzione di Abidjan con un macigno nel cuore, ciò che avevo desiderato per così tanto tempo stava per realizzarsi, ma quale sarebbe stata la contropartita? Allora non sapevo rispondere a questa domanda, quindi mi buttai come in un lancio nel vuoto e fu come se il forte desiderio di completezza vincesse la grande paura di intraprendere questo grande salto verso l’ignoto.

Fase 6: La consapevolezza

Ed eccomi qui oggi, serenamente in equilibrio con le mie molteplici identità, ad un punto della mia vita in cui nessuna di esse prevarica l’altra, ma anzi coesistono le une con le altre. Non sono più la nera come mi intravedevo un tempo attraverso gli sguardi degli altri in Italia, né la bianca come alcuni vorrebbero stigmatizzarmi qui in Costa d’Avorio, sono sia l’una sia l’altra. Non accetto più di sottopormi a misurini di appartenenza culturale, non devo dimostrare più a nessuno di meritarmi la medaglia dell’italianità o dell’ivorianità, né sono alla ricerca dell’approvazione altrui.

Rappresento quella terza dimensione che la maggior parte delle persone, sia qui che lì, continua a tentare invano di intrappolare in sterili categozizzazioni attraverso presupposti fuorvianti basati sull’esclusione o sulla prevaricazione di un’identità rispetto all’altra. La mia identità è inclusiva, fluida e mutevole, abbraccia tutte le sfumature del mio io e, che lo vogliate o no, mi farà sentire a casa da una parte e dell’altra di questo emisfero.

Ritengo che il percorso fatto sia importante tanto quanto la meta raggiunta, poiché è fondamentale capire le difficoltà personali, oltre che sociali, e analizzare i conflitti interiori ai quali possono essere confrontati i giovani in possesso di un bagaglio multiculturale e multirazziale in Italia, al fine di accompagnarli e sostenerli nel raggiungimento di un equilibrio personale che consenta loro di capire con consapevolezza ciò che sono o vorrebbero diventare, senza che siano altri a stabilire entro quali limiti individuali e culturali debbano muoversi.

Il mio blog nasce nel 2013 proprio in linea con questa visione, nella speranza che le mie esperienze e il mio percorso potessero essere utili, da un lato, a chi si ritrovava a vivere sulla propria pelle le medesime esperienze, magari avendo la percezione di sentirsi meno solo, dall’altro, per dare visibilità al nostro vissuto di italiani afrodiscendenti facendo sentire la nostra voce che, come dimostra anche la guerra ideologica contro la modifica della legge sulla cittadinanza, sembra ancora afona nella società italiana.

E mentre in Italia, il razzismo istituzionale e sociale a cui stiamo assistendo negli ultimi anni porta avanti idee che delegittimano la nostra presenza in questo paese e sminuiscono la nostra appartenenza al suo bagaglio culturale, escludendo quindi la possibilità di possedere identità multiple come la mia poiché le nostre origini straniere sembrerebbero in contrasto con la nostra italianità; in Costa d’Avorio il nostro background multiculturale è percepito come una ricchezza utile ma anche invidiabile e noi, figli della diaspora, incarniamo il simbolo di quel bramato successo a cui aspirano molti giovani che ogni giorno s’imbarcano alla ricerca di un futuro migliore.

In entrambi i casi credo ci sia ancora molto lavoro da fare poiché non mi riconoscerò mai in rappresentazioni che tentano di dipingermi come marginale, né tantomeno come supereroe; mi ritrovo quindi a battermi attualmente su due fronti: quello italiano e quello ivoriano.

Nel primo caso, riesco a muovermi grazie ad internet e ai social network, i quali mi consentono di diffondere e condividere le mie riflessioni su tali tematiche, anche proponendo una nuova immagine positiva dell’Africa, nella speranza che gli afrodiscendenti, e non solo, capiscano l’importanza di riappropriarsi singolarmente delle proprie identità e siano collettivamente in grado di mostrare, con l’esempio concreto delle loro esperienze, il valore aggiunto che possono indubbiamente offrire a questo paese.

Nel secondo caso, mi muovo nella vita reale, cercando di utilizzare gli immensi privilegi che il mio passaporto italiano e la mia vita europea mi hanno offerto, come viaggiare, confrontarmi e scoprire, per raccontare il lato oscuro della migrazione cercando di ridimensionare l’immagine onirica dell’Europa, sostenendo l’importanza di individuare soluzioni alternative in loco e valorizzando il ruolo che noi giovani africani e della diaspora possiamo avere nel contribuire al cambiamento necessario del nostro continente.

In un caso e nell’altro, credo fermamente che saremo noi, giovani a cavallo tra mondi diversi, a trainare la trasformazione culturale e sociale necessaria ad abbattere le barriere fisiche ed ideologiche che non ci consentono ancora di apprezzare la ricchezza infinita e magnifica della diversità.

*Intervento scritto in occasione dell’evento “Sprigionando pensieri: dibattito su cultura, identità, migrazioni e antirazzismo” organizzato dal Comitato Ottobre Africano – Bologna (26-28 ottobre 2017).

Ambaradan e il conflitto identitario degli afrodiscendenti

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 Ci vuole il colore della pelle giusto persino per essere razzisti. Nelle vie periferiche della capitale possono nascere paradossi, come quello di Luca, un “black italian” fascista, che a dispetto delle sue origini si è dato allo squadrismo più ottuso e bigotto. Un paradosso destinato a scontrarsi, però, con quanto di bello e di vero possa esistere nello sguardo di un bambino, la sola speranza di futuro.

Questa è la presentazione del corto Ambaradan, vincitore del progetto MigrArti 2017 e presente al festival di Venezia, diretto da Paolo Negro e Amin Nour, con sceneggiatura di Mauro Cataleta e Alessio Partenopeo; una storia apparentemente surreale, ma che rispecchia invece una realtà ben più diffusa di quanto si possa immaginare.

Il corto è il risultato di un interessante lavoro di ricerca, fatto d’interviste e confronti con numerosi afrodiscendenti. Le loro scelte di vita ed esperienze sono state oggetto di lunghe riflessioni anche tra me e Amin nella fase embrionale del progetto. Quello che ne è emerso, e che viene splendidamente rappresentato nel corto, è la grande confusione identitaria di cui sono frequentemente vittime le persone di discendenza africana all’interno della società italiana, le quali hanno spesso grande difficoltà a trovare la loro collocazione in un ambiente che oscilla tra l’accettazione dell’individuo nella sfera intima e privata e il suo rifiuto nel panorama collettivo.

Tutta la storia ruota attorno a questo corto circuito nella rappresentazione dell’io del protagonista, Luca (interpretato da Germano Gentile), che non riesce a far coincidere il ruolo ricoperto all’interno della comunità ristretta, composta dalle persone con cui vive quotidianamente e dai luoghi che frequenta abitualmente, con il modo in cui è rappresentato e percepito dal mondo esterno alla sua area di confort.

In diverse scene, all’inizio e alla fine del corto, emerge l’impossibilità di combinare la sua nerezza con la sua italianità e questo rifiuto ideologico proviene non soltanto dalla comunità di “accoglienza”, quella italiana, ma anche da quella di “origine”, quella africana. L’africano che riemerge nei suoi ricordi in una delle scene iniziali e grida: “Sei nero e sei africano”, si sovrappone e si confonde con i suoi compagni di oggi che, verso la fine del corto, urlano al bambino in mare: “Non vogliamo neri italiani”.

Combattere quest’assunto diventa quindi una lotta interna a se stessi e, spesso, non si ha la forza o la capacità di vincerla. La soluzione che sembra più facile, ma che nasconde le più grandi insidie, è operare un distacco emotivo e percettivo dagli elementi problematici, ossia il colore della pelle e le proprie origini; creare una linea di demarcazione tra l’io e gli altri, ossia tutti coloro nei quali non ci si riconosce ma con i quali, al tempo stesso, si viene accomunati (immigrati, africani, stranieri, neri, etc.), in una sorta di rifiuto che allontani qualsiasi tipo di accostamento o immedesimazione.

Una dissociazione che sfocia nel risentimento e nell’intolleranza verso la parte di noi stessi che detestiamo e può prendere forme estreme, come nel caso di Luca, per il quale il demone si materializza nelle sembianze dei migranti, come all’inizio del corto, o del “kebbabaro maomettano”, contro i quali si accanisce verbalmente e fisicamente come in uno specchio riflesso. Quando si trova di fronte al giovane nero beneficiario di una casa popolare gli spunta in faccia e gli dice: “Fai schifo!”, ma è come se sputasse e parlasse a se stesso. Questo però lui non lo sa o, nel migliore dei casi, non vuole ancora ammetterlo.

Molto significativo in questo senso è il flash back di Luca bambino (Terry Okojie) che tenta di lavar via il suo colore e quando la mamma gli chiede: “Luca ti sei sporcato? Che stai facendo, mi spieghi?”, risponde: “Sto cercando di rimediare all’errore! Perché è sbagliato! È tutto sbagliato! Il nero è sbagliato! Io sono sbagliato! Perché? Perché?”.

È estremamente complicato riuscire a delineare un’immagine equilibrata di se stessi se si vive un profondo conflitto tra la propria apparenza, alla quale vengono quotidianamente associati stereotipi negativi e pregiudizi, e il proprio senso di appartenenza alla società che ti ha visto nascere e crescere, ma che in un certo qual modo ti rifiuta, non tanto rigettando te come singolo individuo, quanto piuttosto la diversità che ti porti dietro e che quindi cerchi di annullare.

Non è un caso infatti che questo razzismo interiorizzato, in grado persino di spingere un giovane ragazzo nero ad abbracciare gruppi e ideologie della destra estremista e xenofoba, sia molto più frequente tra gli afrodiscendenti che hanno vissuto un’esperienza di adozione interraziale come Luca, poiché negli ambienti in cui essi spesso si ritrovano a vivere, dove tra l’altro mancano punti di riferimento in cui riconoscersi e a cui ispirarsi, si tende a sottovalutare il peso delle conflittualità che possono emergere nel soggetto adottato rispetto alle proprie origini e alle differenze somatiche con la propria famiglia adottiva. È un po’ come se attorno a te tutti facessero finta che tu sia qualcuno che non sei, incolore agli occhi di chi ti vuole bene, fino al punto che anche tu inizi a crederci, privandoti di conseguenza degli strumenti e della consapevolezza necessari ad un confronto sano ed onesto con il mondo esterno che ti ricorda invece ogni giorno che sei nero e pertanto diverso.

Anche nel corto difatti, gli amici di una vita, i familiari, la gente del quartiere non rifiutano Luca in quanto tale, ma ciò che rappresenta ai loro occhi la sua nerezza, per questo motivo essa diventa un elemento secondario, trascurabile, quasi inesistente di cui nessuno parla o s’interessa. Il suo colore scompare e lui stesso lo rimuove, fino a quando Sabrina (Luisa Casasanta), la sorella del suo amico, lo mette di fronte alla dura realtà chiamandolo provocatoriamente “negro”, termine nel quale stenta a riconoscersi e al quale non riesce a controbattere.

A questo punto qualcosa sembra iniziare a smuoversi dentro di lui, ma sarà solamente il guardarsi attraverso gli occhi di un bambino a determinare, in una conclusione che esprime tutta la capacità romana di sdrammatizzare attraverso l’ironia, uno slancio finale di autodeterminazione: “Mbe’ ’o so’ io chi so’, il mio posto è tra voi e loro”, “Io so’ io, io so’ Luca!”.