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Museo Egizio_Fiore di Loto (4)L’idea di questo blog nasce in maniera imprevista, in una serata insonne in cui i miei pensieri, aggrovigliati e indefiniti come i miei ricci, erano giunti a un punto morto. Accade spesso che aspirazioni e desideri, che sembrano infrangersi contro l’alienante frenesia della quotidianità, riemergano prepotentemente nel serale incontro con me stessa. Cerco di dormire ma la mia mente macina potenziali progetti in maniera autonoma, fino al momento in cui credo di avere trovato l’illuminazione. A quel punto, posso addormentarmi. Il risveglio ridimensiona inevitabilmente l’idea geniale che sembra diventare, tutto a un tratto, tristemente banale. Non questa volta, però!

Il mio cervello è iperattivo, e spesso neanche io riesco a stargli dietro, è invaso da riflessioni che mi piacerebbe condividere con persone consapevolmente o casualmente interessate, quindi l’idea del blog potrebbe essere un’ottima soluzione, anche se non sono una grande esperta di  comunicazione ma, si sa, la rete rende tutti più interessanti!

Ora, senza dilungarmi troppo, provo a illustrarvi la mia idea: ho voluto creare uno spazio virtuale in cui poter discutere, commentare, conoscere una parte dell’Italia meticcia, attraverso lo sguardo di chi, come me, vive la propria esistenza rimanendo in bilico (o in equilibrio?) su una linea in bianco e nero.

Un luogo in cui rendere tangibile la fusione tra mondi diversi e lontani, attraverso la condivisione di luoghi, libri, iniziative che ritengo possano rappresentare la mistione tra la mia vita nel Bel paese e le mie radici da (ri)scoprire.

Non ho pretese, è solo il mio punto di vista, ma se pensate che la mia idea, seppure non illuminante, possa incuriosirvi, ci rincontreremo presto su queste pagine, altrimenti, possiamo solo sperare di incontrarci per caso!

Non uccide l’ignoranza, ma il razzismo che non esiste

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MadonnaSapete che c’è di nuovo? Niente, proprio niente. È sempre la solita vecchia storia del razzismo all’italiana, siamo brava gente in fondo! Talmente bravi da oscurare, con le tante giustificazioni, persino l’ultimo barlume di discernimento tra i comportamenti degni di un essere umano e le azioni di uomini involuti allo stadio di bestie.

Colpevoli sono coloro che si sporcano le mani di sangue, ma lo sono anche coloro che difendono un atto così vile e trovano attenuanti. L’hashtag iostoconamedeo (l’assasino di Emmanuel) è una frase che resterà a vita nelle trame della rete e una macchia indelebile sulla coscienza di questo paese.

Non sono soli purtroppo questi colpevoli, sono affiancati e sostenuti da una massa di conniventi che sminuiscono i segnali di una società sempre più razzista e che chiudono gli occhi su quanto sta accadendo oggi in Europa, dove l’odio e la xenofobia stanno raggiungendo livelli allarmanti. Moralmente, i responsabili sono milioni.

Milioni di italiani che non sono razzisti, ma…

È vero, in tanti hanno gridato all’ingiustizia e alla barbarie, in molti si sono indignati per l’accaduto, numerosi sono quelli che hanno espresso solidarietà alla vedova, ma sono anche gli stessi che, fino a ieri, mi dicevano: “Ma esageri con il razzismo, è solo ignoranza!”, “Ma perché parli sempre di colore, di bianchi e di neri, siamo tutti uguali, siamo tutti esseri umani”, “Voi neri siete troppo suscettibili, vittimisti, smettetela di piangervi addosso!”.

Piangevo forse tanti anni fa, quando ero ancora una bambina e mi dicevano: “negra di merda”, oggi è qualcun altro a versare lacrime amare e questo perché, negli ultimi 30 anni, quel negro di merda è diventato un passepartout. Ma si sa, il ne(g)ro sta bene su tutto: primati, blackface, selvaggi, gangsta.

Riflettendoci bene mi chiedo quale reale importanza abbia il terribile passato di Emmanuel e della sua compagna, quando l’unica ragione per la quale sono stati insultati e aggrediti è il fatto di essere neri.

Vorrei sapere come influisce la loro nazionalità sul fatto di essere massacrati perché neri.

Mi piacerebbe comprendere quale sia il valore aggiunto delle sofferenze personali quando seppelliscono un uomo morto per il colore della sua pelle.Razzismo

La verità è che sono stanca di ascoltare storie strappalacrime sulle peripezie di queste persone perché non fanno alcuna differenza. Non è il loro vissuto ad essere in causa, ma il fatto che due neri non possano camminare assieme, mano nella mano, senza ricevere offese e provocazioni che, purtroppo, in questo caso hanno avuto dei risvolti tragici. Migranti appena sbarcati, rifugiati in attesa di protezione, i nostri genitori arrivati da 40 anni, noi nati e cresciuti in Italia, i nostri figli che ormai vanno a scuola, siamo tutti nello stesso barcone di merda putrida che affonda. Sarebbe potuto capitare a uno qualsiasi di noi, questo è il punto.

E la cosa più agghiacciante risiede nel fatto che, in realtà, sia la storia triste a commuoverci. È l’immagine di quella povera donna in lutto, dopo tutto quello che ha dovuto passare, che far emergere un po’ di compassione, perché altrimenti sarebbe finita come in altri casi: sarebbero riusciti a screditare la vittima a tal punto da rendere l’omicidio quasi plausibile.

Ci hanno provato anche in questo caso, ma la loro storia è una bomba e i distributori pubblici di odio lo sanno bene. Allora che fanno? Provano a sminuire le intenzioni razziste dell’omicida. È un ultras agricoltore con una vita difficile, traduzione: non è uno come noi, lui è un animale da stadio gretto e ignorante, mica una persona perbene come noi brava gente.

Il fratello lo difende persino sostenendo che sia un “allegrone”, “uno che se vede un negro gli tira le noccioline, ma lo fa per scherzare”, ha pure “un amico del cuore maghrebino” figuratevi un po’, e voi benpensanti che gli date del razzista!

Ecco, non poteva fare un esempio migliore del razzismo all’italiana: c’è chi da un lato lancia noccioline, banane, insulti e talvolta cazzotti e dall’altro chi lo difende sostenendo si tratti di un gioco, di una simpatica ragazzata, al massimo di una gaffe, perché il solo fatto di avere un amico nero, arabo o cinese è la prova inconfutabile di quanto si sia tolleranti!

Mi sembra di ascoltare un cd rigato che s’impalla sempre allo stesso punto. In troppi però lo hanno già masterizzato e lo riascoltano ad oltranza con lo stesso grippaggio. Si inceppa, si inceppa e si inceppa di nuovo sempre sul solito non sono razzista, ma…

…Ma domani una bambinetta piangerà ancora perché le daranno della scimmietta (in senso buono però!); perché vedrà suo fratello maggiore uscire dal campo al grido di Huuhuuhuu (ma è solo un coro da stadio!); perché sentirà chiamare suo padre sporco immigrato (immigrato mica è una parolaccia!); perché daranno della puttana a sua madre invitandola a tornare nel suo paese (stava di sera sul ciglio della strada!). Gli indignati di oggi le diranno di non farci caso e vorranno insegnarle a tollerare le offese di qualche semplice ignorante, perché in fondo le sue lacrime non saranno reali, saranno solo frutto di un vittimismo nero che si trasmette di generazione in generazione ormai da secoli.

Certo, siamo tutti uguali, ma tu bambina dovrai imparare che è giusto, anzi doveroso, mandare a cagare tutti quelli che oltre a non combattere il razzismo vorranno convincerti che esso non esista, che sia frutto di una tua paranoia solo perché loro non lo capiscono, non lo percepiscono, non lo subiscono. Un giorno, cara bambina, farai comprendere a questa gente che Emmanuel e tutti gli altri non sono morti di semplice ignoranza, ma di puro RAZZISMO e ci riuscirai perché fino a quel giorno noi non smetteremo di gridarlo!

I volonturisti alla conquista dell’Africa

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C’è una nuova moda che spopola sul web: promuovere la propria immagine sui social condividendo foto in cui si posa sorridendo accanto a bambini africani visibilmente sorpresi o in villaggi poveri e bidonville per testimoniare il proprio impegno sociale in attività di volontariato.

L’inadeguatezza e il cattivo gusto nel pubblicare questo tipo di foto, per le quali è stato coniato addirittura il termine “slumfies” (contrapposizione di slum, bidonville, a selfies), ha attirato l’attenzione su un fenomeno molto diffuso ma poco discusso: il volonturismo, neologismo creato dalla contrazione dei termini volontariato e turismo.

Ma chi sono i volonturisti? Giovani e adulti che decidono di tramutare qualche settimana di vacanza in un’opera di bene. Partono alla scoperta di un luogo ignoto per partecipare alla realizzazione di un progetto con il desiderio di dare una mano ai meno fortunati. Che si tratti di costruire una scuola, scavare un pozzo, dare corsi di matematica, creare un’area protetta per le tartarughe giganti o semplicemente donare latte in polvere, loro sono pronti ad assolvere la missione!

Non che il fatto di volersi rendere utili sia di per sé una cosa negativa, ma l’ingenuità di questi volontari, che s’inseriscono per un periodo lampo in dinamiche complesse delle quali non sono consapevoli né all’arrivo, né tantomeno alla partenza, rischia di provocare conseguenze inaspettate sulle comunità che vorrebbero invece aiutare.

Faccio un esempio: costruire una scuola in Africa può sembrare una buona idea per ridurre i livelli di analfabetismo di una comunità, ma…

Quando iniziano i lavori ed entrano in gioco i volonturisti che si prodigano gratis (e anzi spendono almeno un migliaio di euro ciascuno per realizzare questo sogno altruistico), i manovali locali restano senza lavoro per settimane e perdono il loro stipendio. La ONG risparmia e i volontari diventano un elemento che provoca una concorrenza sleale (tralasciamo per ora il fatto che chi dirige il progetto guadagna invece un lauto stipendio!).

Quando la scuola è completata, sbarcano a turno altri gruppi di volonturisti che si dedicano questa volta ad impartire corsi in varie materie dando per scontato che qualcuno, pur non avendo mai insegnato in vita sua, solo perché occidentale, possa avere una scienza infusa e rimpiazzare un educatore locale che, a priori, non è adeguatamente preparato. Gli insegnati locali perdono temporaneamente il loro lavoro e, nel caso in cui realmente abbiano carenze pedagogiche, spesso non si ipotizza neanche l’idea di proporre loro una formazione adeguata per potersela cavare quando il progetto sarà finito.

Quando il lavoro è davvero finito, capi progetto e volonturisti tornano nei loro paesi, si arrestano i finanziamenti, gli insegnanti non hanno appreso nulla, gli alunni forse, tutto torna come prima senza che qualcosa di sostanziale sia cambiato. Migliaia di euro (tra i finanziamenti alla ONG e le spese dei volontari) che avrebbero potuto essere utilizzati in altro modo dalle comunità locali per fare veramente la differenza sono stati spesi per ottenere risultati trascurabili.

Una volta giunti a casa i volonturisti iniziano a pubblicare slumfies su Facebook, Twitter, Instagram e altri social, sono soddisfatti del loro lavoro, ma principalmente ci tengono a gridare attraverso le immagini: “io c’ero e ho salvato …(aggiungere a piacere: il bambino che porto sulla schiena, i ragazzini della scuola dove ho insegnato, le donne del villaggio a cui ho portato viveri, la squadra di calcio che ho allenato e così via)”.

Questa nuova tendenza ha fatto scatenare la rete con parodie e prese in giro divertentissime.  La pagina “I filantropi di Tinder (Humanitarians of Tinder) raccoglie molte di queste foto. Per chi non lo sapesse, Tinder è un social utilizzato principalmente per incontri amorosi e rimorchi online, quindi l’idea che molte persone si autopromuovano con messe in scena “umanitarie” rende bene l’idea di quale sia il livello di consapevolezza ed empatia di alcuni cooperanti improvvisati.

Anche su Instagram è stato creato l’account “White Savior Barbie (Barbie la salvatrice bianca) in cui vengono pubblicate ironiche fotografie della nota bambola Barbie alle prese con l’ambiziosa missione di salvare l’Africa. Portavoce dell’associazione di beneficienza “Harness the Tears!” (sfruttiamo le lacrime!), impegnata nella raccolta di lacrime per abbeverare i bambini africani assetati; insegnante improvvisata in una scuola decrepita che si sente comunque all’altezza in quanto occidentale e quindi presumibilmente competente; mamma adottiva di un leone che non ha nessuno che si prenda cura di lui, sono solo alcune delle vesti ricoperte dalla cooperante di plastica per ironizzare su questo fenomeno.

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L’obiettivo di questa ironia feroce non è solamente mostrare l’ingenuità di questi volontari “romantici”, ma mettere in luce l’atteggiamento da “salvatore” di molti occidentali che si dedicano alla cooperazione, spesso presuntuoso, sempre riduttivo e talvolta neocolonialista.

Alcune persone mi hanno informato che l’Africa è un continente e non un paese. Spero possiate perdonarmi per l’errore. Ho molto da imparare, ma so una cosa per certo, che il mio amore per questo posto è più grande di qualsiasi paese. Anche più grande del paese Africa! [cit. barbiesavior]

Questo quadretto non si discosta molto dalla realtà e potrei raccontarvi una lunga serie di aneddoti che lo confermerebbero, ma preferisco che vi facciate due amare risate guardando questo video, soprattutto se state valutando l’idea di partire per fare del volontariato in Africa  ;-)

 

Gli invidiosi alla fine deperiranno!

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les jalouxAd Abidjan tantissime ragazze portano la maglietta con questo motto. Premetto che la gelosia è uno degli aspetti che odio di più dell’Africa, un cancro quotidiano che si annida in tutti i rapporti sociali e che comporta come conseguenza l’intento di nuocere, anche pesantemente, chi ha avuto maggiore fortuna. È vero che esiste la solidarietà, un forte spirito comunitario, una grande umanità, ma è ancora più vero che se da un lato si è tutti fratelli nella povertà, non appena qualcuno ha un po’ di successo è finita: parenti, amici e vicini di casa si tramutano in viscidi serpenti dalla lingua biforcuta.

Sono soprattutto le ragazze ad appropriarsi di questa frase perché si sa che le donne sono spesso delle vipere invidiose, soprattutto nei confronti di colei che potrebbe rappresentare un pericolo per la loro autostima: una donna bella, dalla pelle magari ambrata, con dei bei capelli e una siluette da schianto che tutti si girano a guardare anche quando cammina struccata, spettinata e vestita con due stracci.

Un esempio lampante riguarda la polemica esplosa in questi giorni che coinvolge la nuova “madre natura” del programma Ciao Darwin, una ragazza di origine capoverdiana bombardata da offese razziste motivate principalmente dall’invidia, soprattutto femminile, nei suoi confronti.

Questa è lei…madre natura.jpg

E questi sono alcuni dei commenti apparsi sui social che la riguardano:

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Considerando che de gustibus et coloribus non disputandum e che non condivido l’oggettificazione del corpo femminile proposta da questo tipo di programmi, la cosa che colpisce di più è che le offese più pesanti riguardano principalmente l’africanità che esprime la sua bellezza: i capelli afro tenuti al naturale, il colore scuro della sua pelle e la sua esoticità in contrapposizione al fascino della donna bianca italiana.

Tutto ruota attorno al mancato rispetto dei canoni di bellezza che già ledono l’autostima di molte donne, sia bianche sia nere, ma che in questo caso sfocia in un razzismo estetico aggravato da profonda invidia.

I canoni di bellezza prevedono che una donna sia: sempre giovane, in tiro, magra, senza peli, non troppo bassa, non troppo alta, dalla pelle chiara e con i capelli lisci, lineamenti caucasici, un bel seno e due chiappe sode. Chi di voi rispecchia tutti questi requisiti?

Ed è così che buona parte di noi passa metà della propria vita a fare diete, spendere centinaia di euro dall’estetista e andare in palestra per rassodare, risollevare, smaltire. Se ci scappa passi anche una pompatina qua e una tiratina là. Nel frattempo, le basse si impiccano su tacchi 12 pure per andare a fare la spesa e le alte sono vincolate alle oscene ballerine anti-sesso. Che stress!

Per le donne nere, scure e dal capello crespo, si aggiunge anche un elemento identitario che incide molto sul livello di autostima. Perché un conto è dire che per essere bella devi dimagrire, depilarti, sembrare più alta, portare calze snellenti e reggiseni push up; un’altro è avere la percezione che il colore della tua pelle, i tuoi capelli afro, i tuoi zigomi sporgenti e il tuo naso un po’ largo siano brutti, sbagliati. Non basteranno certo i corsi di zumba, l’amica estetista e i trucchi, questo è certo!

Allora potresti intravedere una soluzione nella costante stiratura chimica del capello, nell’utilizzo di extension e parrucche, nella correzione dei tuoi tratti somatici con piccole operazioni chirurgiche e, in casi estremi ma non così rari, nell’utilizzo delle creme schiarenti, perché se lo fanno anche i tuoi idoli tu non puoi essere da meno…

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Beyonce, Rihanna, Lil’ Kim e Halle Berry

Qui in Costa d’Avorio, nonostante i canoni fisici siano molto diversi (si prediligono le donne in carne con un bel fondoschiena vistoso e un seno prosperoso anche non visibilmente depilate), la questione dei capelli e della carnagione è una vera piaga. Una percentuale altissima di donne, ma anche di uomini, utilizza creme schiarenti nocive e cancerogene solo perché “chiaro è bello”. Infatti, diversamente da ciò che avviene in Italia, il mio colore ambrato genera invidia e ammirazione, come anche i miei capelli afro naturali che, seppure molti preferirebbero vedere ordinati con belle treccine, vengono comunque considerati “lisci”, quindi stupendi…eheh, ebbene sì lisciiii   😯 .

Non è un caso se da quando sono qui la mia percezione della bellezza sia molto cambiata. Riflettendo su me stessa e sulle reazioni degli altri mi sono resa conto di quanto tutto sia assolutamente relativo. Ho preso coscienza che, nonostante ci si consideri donne intelligenti ed emancipate, si rischia sempre di essere vittime dei canoni che ci vengono imposti.

Infatti, nonostante abbia superato ormai da molti anni la conflittualità con il mio colore e i miei capelli, la prima volta che un ivoriano mi ha detto con nonchalance: “ah, vedo che sei ingrassata, hai messo su un bel sederotto!”, ho fatto un sospiro di imbarazzo e mi sono sentita quasi offesa da quelle parole. Con un finto sorriso ho risposto: “eh sì, un po’” e la persona ha aggiunto: “sei ancora più bella!”. Vedendo la mia reazione imbarazzata e stizzita, una persona presente ha aggiunto: “Non si dice mai a una donna bianca che è grassa. Per loro è un’offesa!”.

Ecco, tralasciando l’ironia per il fatto di essermi tramutata da nera mezza italiana a bianca mezza africana, sarei voluta morire all’istante per aver confuso un complimento con un’offesa, per essermi sentita vittima di quel canone della magrezza che ho sempre criticato, per aver peccato di insicurezza ed essermi resa conto solo in quel momento di quanto fossero belle tutte quelle donne nere e paffutelle che mi passavano accanto ogni giorno. Oggi, quando qualcuno mi dice di essere ingrassata sorrido di cuore e mi sento lusingata.

Amiche, sembrerebbe il nostro paradiso: niente più diete, stop alla ceretta, basta con le creme anticellulite. Invece no cazzarola! Se sei magra come cavolo fai? E allora spopolano prodotti per ingrassare, creme per far crescere seni e sederi, rimedi tradizionali per aumentare l’appetito. Uno sfinimento! Come la metti la metti c’è sempre qualcuno che non si sentirà mai all’altezza!

Ma all’altezza di cosa? L’unica vetta che dovremmo raggiungere è stare bene con noi stesse, apprezzarci per quello che siamo, fregarcene degli altri perché in fondo tutti gli invidiosi, intenti a sprecare le loro energie per denigrare gli altri, alla fine deperiranno 😉

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Lupita Nyong’o

La bellezza non è qualcosa che puoi comprare o consumare, è solo una cosa che tu devi essere.

 

 

Il bignami del terrore

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Parigi, Bamako, Ouagadougou, Grand-Bassam, Bruxelles. 5 attentati in 4 mesi. A questi si aggiunge lo sventato attentato di lunedì scorso all’albergo Nord Sud di Bamako, in Mali, base di 600 militari dell’Eutm, missione di addestramento dell’Unione Europea per le forze di sicurezza locali. Mi soffermo su questi perché un elemento in particolare li accomuna tutti: il bersaglio sono gli europei. In Africa come in Europa.

Ma perché ce l’hanno tutti con noi? Sembra che questi terroristi ci detestino più di quanto odino gli americani, e cazzarola ce ne vuole… In ogni caso, ma che c’entra l’Africa? I terroristi islamici non stavano in Medio Oriente? Non erano tutti arabi e barbuti? Oggi sono anche neri, bianchi, giovani, europei, rasati e con i jeans. Cos’è cambiato?

Tutti dicono che siamo in guerra, ma a dire il vero ripetono questa solfa dal 2001. Da quando Mr Bush ha lanciata la famigerata guerra internazionale al terrorismo dopo l’attacco alle Torri gemelle.

Sono passati 15 anni da quella data e a me pare che stiamo messi peggio di prima! Per tentare di rispondere alle domande bisognerebbe capire cos’è successo in questo arco di tempo.

Riassumo brevemente:

2001 – inizia la guerra in Afganistan in seguito alla quale viene fatto fuori Osama, e olé!

2003 – inizia la guerra in Iraq grazie alla quale viene fatto fuori Saddam, e olé!

2010/2011 – Esplodono le primavere arabe, soprattutto:

  • in Tunisia, dove Ben Ali lascia il potere per poi rifuggiarsi in Arabia Saudita (dov’è tutt’ora), e olé!
  • in Egitto, dove Osni Moubarak lascia il potere (e non si sa bene che fine abbia fatto), e olé!
  • in Libia, dove è catturato e ucciso Mu’ammar Gheddafi, e olé!
  • in Siria, dove non va poi così bene e Bashar al-Assad resta al potere, ma vabbé ci riproveremo più in là!

Praticamente un decennio dedicato alla destituzione dei despoti, dall’interno e dall’esterno, con l’obiettivo di realizzare delle svolte democratiche in territori strategici del Nordafrica e del Medio Oriente. Sembrerebbe quasi un gratta e vinci: se stani un dittatore con la sua equipe vinci una democrazia! Ma saremo più fortunati in amore, evidentemente.

A seguito delle primavere il numero di attentati nella regione si è intensificato fino a raggiungere, ad oggi, parecchi territori africani e persino il cuore dell’Europa. Non dico certamente che in alcune di queste zone non ci fossero già in precedenza organizzazioni terroristiche attive e pronte a destabilizzare i deboli equilibri geopolitici, ma è come se con le rivolte e la morte di Gheddafi esse si fossero rafforzate e avessero iniziato un’avanzata apparentemente inarrestabile.

Sulla scia delle rivolte e negli spazi lasciati scoperti dai vecchi tiranni, l’integralismo ha iniziato a strisciare lungo le vie del deserto, da est a ovest. Quindi, dopo anni di guerra al terrorismo e rivolte pseudo popolari, le cose sono cambiate, ma sostanzialmente in peggio:

  • Al-Quaeda è ancora radicato in territorio afgano devastato da guerre e conflitti interni, ma opera direttamente o attraverso affiliazioni anche in Iraq, in Siria, nella Penisola araba, in Pakistan e in Nordafrica;
  • lo Stato Islamico avanza prepotentemente tra Iraq e Siria, ha raggiunto anche l’Egitto e la Libia che nel frattempo hanno perso il loro ruolo di mediatori nell’area, anche rispetto alla continuamente critica questione israelo-palestinese.

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Nel frattempo in Africa…

Il terrorismo si è mescolato ai conflitti etnici e alle sanguinose lotte di potere, favorito da governi deboli e corrotti. I gruppi si sono alleati e sostenuti, mentre le forze internazionali si sono insediate nei territori per contrastare la loro avanzata, a quanto pare, con scarsi risultati:

  • l’Aqmi, costola magrebina di al-Qaeda, dopo essersi insinuato in Tunisia, Algeria e Marocco ha iniziato la sua discesa verso sud attraverso il deserto del Sahel, una fascia arida all’estremità meridionale del deserto del Sahara che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso. Qui, grazie alle reti di contrabbando e ai sequestri ha accumulato immense ricchezze per finanziare la jihad e sfruttando situazioni di instabilità, come la guerra in Mali del 2012, ha intensificato i rapporti con i gruppi locali e stabilito nuove alleanze;
  • Al–Mourabitoun e Ansar Dine sono miliziani islamisti provenienti dalla Mauritania e dal Mali che collaborano con l’Aqmi per la destabilizzazione dell’Africa occidentale;
  • i Boko Haram della Nigeria, che sono ormai riusciti a consolidare le loro azioni anche in altri paesi come Benin, Niger, Camerun e Ciad, sono ufficialmente alleati dello Stato Islamico;
  • Al-Shabaab, cellula somala di al-Qaeda, accresce la sua influenza nella parte orientale del continente, si finanzia anche con assalti e traffici illeciti nel deserto e con la pirateria marittima e ha già raggiunto il Kenya, la Tanzania e l’Uganda.

In sostanza, i due principali gruppi del terrorismo jihadista, lo Stato Islamico e Al-Qaeda, dopo essersi imposti in medio Oriente anche grazie all’anarchia causata dalle nostre invasioni “antiterroristiche”, si contendono la fedeltà dei vari gruppi jihadisti africani che avanzano a grandi passi nel continente.

Ora ditemi come potevamo immaginare che sarebbe successo tutto questo, mica siamo degli strateghi noi, cioè noi aiutiamo i popoli a liberarsi dai dittatori e a diventare democratici, ma se poi loro si fanno invadere dai jihadisti mica è colpa nostra. Insomma, noi gli offriamo supporto logistico e di intelligence, li riforniamo di armi aiutandoli anche militarmente in caso di necessità, sorvegliamo le loro elezioni e partecipiamo alle fasi di transizione per mettere al governo qualcuno di simpatico, e loro che fanno, ci attaccano alle spalle e ci inviano pure migliaia di migranti e rifugiati che non sappiamo proprio dove mettere? Infami bastardi!

Noi però mica possiamo ritirarci dalla lotta, perché a Roma si sa di chi saremmo figli poi! E allora finisce che siamo talmente concentrati sul diversivo dei profughi che sigliamo pure un accordo miliardario con quell’altro pazzo esaltato turco che si trova, tra l’altro, alle porte del terrore… well done! Tanto poi facciamo sempre in tempo a cascare dal pero!

Nel frattempo ci installiamo in pianta stabile nei territori caldi, blindiamo le nostre città e dal solito pero ci chiediamo perché i jihadisti ci hanno presi di mira. Sarà che siamo un po’ invadenti per caso? Fooorse un pochino, ma purtroppo non solo. Secondo me la ragione è che sono ipocriti e opportunisti come noi, ossia, il nostro neocolonialismo mascherato da supporto strategico, mascherato da guerra al terrore è uguale alla loro ingordigia mascherata da guerra contro gli invasori, mascherata da giustizia divina. Tutti cercano una cosa sola: il fafiot, come dice il mio cinico amico ivoriano, la grana diremmo noi. Potere e controllo su tutti, senza distinguo di colore e credo, punto.

Se non fosse così vorrebbe dire che dopo 15 anni non abbiamo capito una ceppa del nostro nemico, di ciò che accade nel mondo e di quali siano le conseguenze delle nostre azioni, ma non posso credere che tutti questi cervelloni che ci governano, pagati con i miliardi che potrebbero sfamare tutti i profughi e le vittime che hanno creato con le loro scelte, siano così naif. Non è plausibile.

Allora qual è la soluzione? Creiamo il gruppo degli imperialisti anonimi? Sicuramente andrebbe deserto. In alternativa potremmo renderci conto che tutto nasce nei luoghi che abbiamo contribuito a destabilizzare, e questo vale anche quando si tratta di quei giovincelli che sembrano pure carini e normali, che hanno il passaporto UE e ci colpiscono dall’interno. Fanatici disadattati li definirei, ma reclutati sulla scia delle nostre scelte fallimentari di emarginazione sociale in casa e di bombardamenti altrove. Potremmo attivare la funzione dell’empatia a distanza, anche se gli specialisti dicono che non funziona, ossia riconoscerci anche nelle morti lontane, nelle vittime di Boko Haram, Al-Shabaab e Al-Aqmi, nei mussulmani trucidati dai loro nemici estremisti, nei sopravvissuti che scappano dall’orrore del sangue, non tanto per sentirci più umani (sarebbe pretendere troppo), ma per puro spirito di sopravvivenza. Capire che il terrore che loro vivono oggi è ciò che ci aspetta domani se non ci impegneremo a sconfiggerlo nella sua essenza, senza doppi fini che sanno di petrolio, coltan e diamanti.

Peace!

Arrivo in Italia con il barcone e ritorno in Costa d’Avorio con il mio taxi

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Qualche giorno fa mi è capitato di incontrare un tassista che parlava italiano perché aveva vissuto regolarmente per 15 anni in Italia. Chiacchierando mi spiega: “Sono rientrato da due anni perché amo l’Africa. L’Europa non fa per me, lavori come un mulo tutta la settimana e non ti resta il tempo da condividere con le persone che ami: la famiglia e gli amici. Ho lavorato per 12 anni in fabbrica con regolare contratto e permesso di soggiorno e i miei 4 figli sono nati lì. Al rientro qui, ho comprato 5 taxi e vivo di questo. Potrei far lavorare gli altri e starmene a casa, ma il capo deve dare il buon esempio, e poi un uomo non può sedersi senza fare nulla in attesa che altri fatichino per lui”.

Parla un buon italiano e questo mi fa pensare che nella sua esperienza italiana si sia ben integrato nel tessuto sociale locale. Mi racconta che nei primi anni ha vissuto in Calabria, a Napoli, poi a Perugia e immagino che queste siano state le sue tappe da irregolare prima di trovare una buona sistemazione nella città che lo ha accolto per oltre un decennio, Torino.

In mezz’ora di chiacchierata ho visto scorrere il suo percorso di migrante, che potrebbe essere lo stesso di tanti giovani che approdano lungo le nostre coste, definiti ipocritamente “migranti economici”, ossia coloro che dovremmo “respingere e aiutare a casa loro”.

Quando sento questa frase percepisco tutta la pericolosa superficialità e il meschino distacco di chi sa che non farà mai nulla per cambiare le cose, un po’ come quando incontri un vecchio conoscente e gli dici: “Mi raccomando eh, rimaniamo in contatto”, fai pure il gesto di riprendere il suo numero, ma sai nel profondo che non lo richiamerai mai, anzi, se dovesse trovarti su facebook potresti pure ignorare la sua richiesta di amicizia. Questo è il succo: una frase di circostanza!

help-moreEssa si fonda tra l’altro sull’idea, tutta occidentale, che la cooperazione internazionale sia l’unica soluzione per fronteggiare gli enormi problemi economici e sociali di cui soffre questo continente. In realtà, una simile visione presuppone che le persone da questa
parte del mondo siano immobili, in attesa di aiuti esterni che possano tirarli fuori da povertà e miseria e offrire loro un’opportunità di sviluppo che, da soli, non possono sperare di ottenere. In un certo senso, il concetto espresso da Salvini per motivare il suo  poi fallito viaggio in Nigeria di qualche mese fa.

Milioni di euro sparpagliati in piccoli progetti che durano il tempo di una stagione e che vorrebbero contrastare la desertificazione piantando un giardino di alberi, ridurre la fame coltivando un orticello, combattere la malnutrizione con il latte in polvere, ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici con azioni di sensibilizzazione a pratiche ecosostenibili, abbattere l’analfabetismo con penne e quaderni e via dicendo. Concluso il progetto, finiscono i finanziamenti, i volontari rientrano e le popolazioni ritornano alla loro realtà di sempre: gli alberi si seccano, gli orto muoiono, il latte finisce, l’inchiostro e la carta pure, e le pratiche eco si scontrano con le priorità di bisogni primari da soddisfare.

Certo, alleviare le sofferenze delle popolazioni per qualche mese o qualche anno è già qualcosa, ma non servirà sicuramente a risolvere macro questioni che andrebbero affrontate con progetti di vasta portata in una reale sinergia mondiale, ma soprattutto, tale sistema non tiene conto del fatto che queste persone non sono immobili. Si battono ogni giorno con quello che hanno per fronteggiare le mille difficoltà, con un ingegno e una tenacia che nessuno racconta.

Tutti i giovani che sognano l’Europa per cercare una vita migliore sono il segno del dinamismo, della voglia di lottare per loro stessi e per le loro famiglie, del coraggio di rischiare e della speranza di riuscire. Il fatto di considerarli a priori come dei parassiti sociali mantiene viva quell’immagine d’immobilismo utile a giustificare il nostro intervento invasivo nelle loro terre e il nostro rifiuto ad accoglierli nelle nostre.

Pretendiamo di esportare lo sviluppo attribuendo agli altri le nostre ambizioni, come un padre egoista che impone al figlio di seguire le proprie orme, nella cieca convinzione di possedere la formula esclusiva verso il successo. Quando il figlio busserà alla sua porta chiedendogli la libertà di scegliere, e anche di sbagliare, il padre, con la sua indiscutibile esperienza, lo caccerà privandolo per punizione del suo sostegno morale e soprattutto economico, perché non potrà sopportare di vederlo uscire fuori dai suoi schemi e dal suo controllo.

Il nostro amico tassista, con il suo lavoro onesto, ha pagato tasse e contributi nel nostro paese, ha contribuito al sostentamento dei familiari rimasti in patria con le rimesse inviate, è tornato nel suo paese per realizzare progetti di vita nel posto in cui è nato. Avrebbe anche potuto, come molti altri, decidere di restare scegliendo il nostro paese come la propria casa, forse in questo caso, soprattutto i suoi figli sarebbero rimasti invischiati in un limbo burocratico che li avrebbe resi stranieri nel loro paese fino almeno alla maggiore età, se non peggio, ma questo è altro lungo discorso.

capitalism-exploiting-africaEcco perché esperienze come la sua devono restare all’oscuro dai riflettori per lasciare spazio alle storie di riscatto fallito. Dimostrerebbero come la cooperazione sia una macchina mangia soldi e come i “bisognosi” che abbiamo sempre presunto di dover aiutare, in realtà, possano farcela benissimo da soli, con i loro grandi sacrifici, usufruendo temporaneamente delle nostre risorse che, in fondo, sono in parte anche loro, poiché la nostra ricchezza dipende in effetti da tutto ciò che preleviamo dalle loro terre per il nostro benessere, nascondendoci spesso dietro le bombe quando gli accordi con i dittatori che abbiamo piazzato per tenerli sotto controllo si sfaldano rischiando di farlo vacillare.

Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti, e taccia!*

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rue du blabla3
Mi ero ripromessa di non scrivere nulla che avesse a che fare con gli attentati di Parigi e, in un certo senso, vorrei mantenere questa linea evitando di parlare dei fatti accaduti. Mi piacerebbe solamente rivendicare un po’ di silenzio meditativo, quello che manca in queste ore di scompiglio generale.

Pare che tutti abbiano qualcosa da dire su ciò che è avvenuto: professionisti della politica, dei media e del nonsonullamacomunqueparlo. Milioni di parole spese per dire ovvietà, manipolare la realtà e, in molti casi le coscienze, sviscerare odio gratuito o semplicemente mostrarsi solidali.

Un calderone in cui volutamente si mischiano guerra e religione, profughi e Schengen, G20 e resto del mondo, periferie cittadine e frontiere nazionali, facce losche barbute e volti angelici innocenti. Scenario apocalittico di livello 1, quindi, che fai non la lanci qualche altra bombetta per ripicca? Tanto nessuno s’indignerà più di tanto poiché oramai tutti sventolano bandiera francese.

facebookOgnuno si sente in dovere di dare la propria opinione e non ci sarebbe nulla di sbagliato se non fosse che in queste situazioni forse sarebbe meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere e magari, giusto per scrupolo, informarsi su quello che sta realmente succedendo nel mondo reale. E invece no! Se fino a ieri il mondo finiva dopo il raccordo anulare, il paese era in lutto nazionale per lo sgambetto di Valentino al Moto GP e il culmine delle relazioni internazionali consisteva nella trasferta di Champions’ League, oggi sono tutti politologi improvvisati dell’ultima ora, forti della profonda cultura acquisita tramite Facebook che, ovviamente, è la primaria fonte d’informazione.

Gente che non sa neanche dove stia di casa la Siria (quindi figuriamoci se sa dirti chi è Assad, da dove saltano fuori questi psicopatici dell’ISIS e qual è il paese con capitale Beirut), che si lancia comunque in elementari analisi di politica estera, principalmente condividendo i post dei propri contatti, perché pure mettere due parole in riga risulta tanto difficile quanto aprire un libro (per essere chiara: quelli di Moccia e Fabio Volo non fanno testo!).

Ma non importa, è comunque bello e toccante vedere tutte queste persone emotivamente coinvolte che tentano maldestramente di far parte della Storia. Ci sentiamo tutti vicini alle vittime, giustamente, perché in loro ci riconosciamo, nei loro panni ci stiamo a pennello e le sofferenze come le preoccupazioni di coloro che l’hanno scampata potrebbero essere le nostre. Anzi, sono le nostre e la paura di questa guerra ci attanaglia. È così che riscopriamo la nostra umanità, assopita da lungo tempo nel fondo del Mediterraneo, tra le dune del deserto libico, sulle vette del Sinai, dietro un muro palestinese, fra le macerie di una chiesa nigeriana o i detriti di un suq turco, dove gli aromi delle spezie finiscono per scomparire tra l’odore acre della morte.

Diventiamo umani perché abbiamo paura: paura di morire, di finire come carne da macello, di perdere i nostri cari, di vivere un incubo che non ci lascerà più dormire la notte. Umani dietro uno schermo tv su cui si susseguono immagini di morte e di cordoglio, tante voci tremule, molte scritte allarmistiche, troppi commenti inappropriati. Umani dietro un pc su cui si alternano vignette, fotomontaggi, scene di guerra, articoli seri e cazzate colossali che sfilano come merci sul tapis roulant di una cassa del supermercato, per poi essere riposti sbadatamente alla rinfusa nel nostro cervello/carrello.

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Un’umanità paradossale! È questa la cosa che mi ha colpito più di ogni altra in questi giorni. Seconda forse solamente all’ipocrisia generale che è esplosa in maniera persino più clamorosa delle bombe.

La mia in primis, perché pur considerandomi una persona informata e attenta a ciò che accade nel mondo e profondamente convinta che le morti e le barbarie siano tutte uguali, ho provato una sensazione di ghiaccio al cuore alla sola idea che i miei cari o amici potessero essere stati coinvolti, come per nessun’altra atrocità in passato; ancora la mia  perché pur avendo un certo ribrezzo per i pietosi spettacoli di propaganda politica e mala informazione sui social e nei media, comunque non posso fare a meno di seguirli provando rabbia e disgusto; poi quella di tutte le persone che fino a ieri auspicavano indiscriminatamente la morte di profughi e migranti per evitare “l’invasione” e oggi si nascondono dietro un profilo tricolore in solidarietà alle vittime francesi; quella di chi invece si commuove sempre quando muoiono persone innocenti, ma non riesce a provare empatia per le sofferenze di chi, tra le mille difficoltà, cerca una vita migliore in una terra inizialmente straniera, rifiutando l’idea di un’Italia che cambia volto e diventa meticcia; quella dei cooperanti buonisti che vogliono salvare il mondo e aiutare i poveri dei paesi in via di sviluppo reiterando stereotipi culturali e modelli di presunto progresso figli della stessa visione etnocentrica che ha creato e crea ancora il malessere e le disuguaglianze che vorrebbero combattere; infine quella delle organizzazioni internazionali che, mentre vogliono farci credere di esistere per creare stabilità e benessere, riducono alla miseria interi popoli con politiche finanziarie ed economiche inique e dannose; senza dimenticare quella dei governanti, da un lato i potenti, dall’altro i fantocci, tutti raccolti in un minuto di silenzio per le vittime pensando,  rispettivamente, a chi bombarderanno nei minuti seguenti e a chi svenderanno la propria gente o le proprie terre nei minuti che verranno.

Visione troppo cinica? Può darsi, ma se ci siamo resi conto solamente venerdì che il mondo sta collassando davanti ai nostri occhi, forse è perché fino a giovedì non li avevamo ancora aperti, quindi, se proprio non riusciamo a tacere, sforziamoci perlomeno anche di osservare e comprendere.

 

Ogni guerra si combatte con il sangue delle vittime innocenti

*Cit. Karl Kraus

The Election Day

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elezioniFino ad un mese fa pensavo di avere un’idea abbastanza precisa di cosa fosse la democrazia, nel senso che credevo di poter attribuire un significato più o meno chiaro a questa espressione, nonostante dal mio punto di vista si trattasse di un concetto abbastanza astratto.

Poi qualcuno mi ha fatto notare che in Africa termini come libertà e democrazia non hanno lo stesso valore che avrebbero in Europa. In effetti, essendo una linguista di formazione, ho sempre saputo che un termine può cambiare di significato in base al contesto in cui viene utilizzato, soprattutto se si tratta di un termine appartenente ad una lingua straniera imposta da una cultura dominante a una cultura assoggettata. Tuttavia, non avevo mai compreso fino a che punto questa teoria potesse avere delle ripercussioni concrete sulla vita reale e il destino delle persone. Continua a leggere

Giochi di società nell’era delle nuove migrazioni

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il-gioco-del-migrante.jpg w=529È uscito da qualche mese un nuovo gioco di società che sembra aver conquistato in breve tempo l’Europa, si chiama il gioco del migrante e potremmo definirlo come un gioco dell’oca rivisitato, ma sono necessari molti più partecipanti e si smuovono molte più pedine. Come quest’ultimo, le regole sono poche e semplici: il numero massimo di giocatori è 28, i partecipanti devono obbligatoriamente far parte della Fortezza Europa, si tirano i dadi a turno (anche se c’è un ordine di lancio che prevede la Germania in testa, seguita da Francia, Italia e gli altri a seguire), si avanza sulle caselle e si muovono le pedine che devono necessariamente rappresentare profughi o rifugiati, perché i migranti economici sono rigorosamente proibiti.

La partita attuale si presenta così: la Germania avanza di due caselle e i profughi che entrano possono restare; l’Ungheria ritorna al via e li caccia tutti; gli altri paesi dell’est saltano un turno e li lasciano in attesa alle frontiere; l’Italia e la Grecia sono quasi alla fine, ma non beccano mai il numero esatto, quindi saltellano avanti e indietro dal traguardo, mentre gli altri giocatori li sfottono per la sfiga e il via vai di barconi continua; l’Austria rilancia i dadi e accoglie a braccia aperte quelli che arrivano, perché vuole essere riconoscente per la propria fortuna al tavolo; la Francia partecipa, ma vuole finire in fretta perché ha lasciato in sospeso una partita di Risiko! con Stati Uniti, Russia, Cina e Democratia ed è lì che si scommettono e si vincono dei bei soldi! Continua a leggere

#OpenTheBorders

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no hateQualche giorno fa, stanca di leggere le solite porcherie anti-immigrato, ho pubblicato un post sul mio profilo personale di facebook che ha aperto un dibattito tra i miei contatti e ricevuto diverse critiche:

Cattura

Mi rendo conto che il tono è un po’ duro e che il mio disappunto sembra riguardare tutto il popolo italiano, approfitto quindi di queste pagine per dare qualche chiarimento a chi lo ha richiesto e per condividere anche con voi le ragioni che hanno motivato questo sfogo. #NoHateSpeech Continua a leggere

Bianco, nero e meticcione

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Una delle cose che mi fa più ridere e al tempo stesso riflettere è come cambi la percezione nei miei confronti da un lato all’altro del Mediterraneo. Mi riferisco alla percezione del colore e a tutte le implicazioni culturali e i pregiudizi, positivi e/o negativi, a esso collegati.

Viaggiando e vivendo tra l’Italia e la Costa d’Avorio, se non mi ritenessi una persona mediamente equilibrata, sarei costretta ad autodiagnosticarmi una sorta di schizofrenia identitaria aggravata da personalità bipolare. Vite parallele, ruoli distinti e abitudini differenti: un quadro agghiacciante!😕

In realtà questa situazione non si discosta molto dalla realtà, ma fortunatamente riesco, per il momento, a tenere tutto sotto controllo. Restate comunque pronti a consigliarmi un bravo psichiatra…non si sa mai!

Presentazione standard1Nel concreto, di cosa si tratta? Continua a leggere

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