Coloschiavismo – Parte I: la tratta

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Pare che un numero sempre più alto di ivoriani si avventuri sui barconi per giungere in Europa ed io mi chiedo come sia possibile.

Com’è possibile che un paese come la Costa d’Avorio che è stato per decenni il fiore all’occhiello dell’Africa occidentale sia diventato un luogo da cui migliaia di persone vogliono fuggire.

Com’è possibile che un paese in pieno sviluppo economico, con una crescita del PIL dell’8,5% negli ultimi tre anni non sia in grado di migliorare le condizioni di vita della propria gente.

Com’è possibile che un paese letteralmente gremito di europei, cinesi e arabi che investono, costruiscono, si arricchiscono a vista d’occhio non riesca a garantire un lavoro decoroso e ben pagato ai suoi giovani.

Com’è possibile?

Qualcuno sostiene che sia colpa della crisi post-elettorale (eufemismo per definire la guerra civile) che ha colpito il paese nel recente passato, riportando l’orologio indietro di almeno vent’anni, ma proprio dopo che l’Italia ha firmato accordi anti-immigrazione con la Libia, ho avuto un’illuminazione. Non che non avessi già da tempo considerato alcune delle riflessioni che condividerò con voi in questo e nei prossimi due post, ma solamente ora tutto appare ai miei occhi molto più nitido e strutturato.

Mi piacerebbe accompagnarvi in un viaggio lungo qualche secolo solo per mostrarvi come, secondo me, siamo giunti oggi a ciò che definisco Coloschiavismo, ossia un sistema socio-politico che unisce spinte economiche neocolonialiste a una struttura schiavista 2.0.

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State tranquilli, non ho intenzione di annoiarvi con sommari riassunti storici che potreste trovare nel bignami di successo “La storia del mondo in 10 secondi” ispirato alle analisi lampo di Donald “comelafacciosemplice” Trump; né con strampalate speculazioni finanziarie che farebbero impallidire i broker della Borsetta di nonna a Piazza Affari; o teorie complottiste degne dei migliori spioni dell’agenzia super segreta CIAone Italy; ma vorrei piuttosto spingervi, attraverso alcune considerazioni, a osservare da un’altra prospettiva ciò che accade oggi in questa parte del sud del mondo e, di conseguenza, nella vostra lassù più a nord.

Quando si parla di schiavitù le prime immagini che appaiono nella mente della maggior parte delle persone sono l’Africa, le navi negriere, le catene e le piantagioni. Qualcuno arriva fino al punto di immaginare le razzie nei villaggi; le famiglie smembrate e trucidate tra le urla di terrore dei bambini e i pianti di disperazione delle madri; le persone incatenate e stipate come bestiame nei grandi vascelli, molte delle quali morte di stenti e malattie ancor prima di raggiungere le coste del vecchio e del nuovo mondo per lavorare la terra e servire i loro padroni dietro atroci violenze. Solo in pochi invece riescono a immedesimarsi nelle sofferenze fisiche e psichiche di cui sono stati vittime quegli esseri umani e a sentire il peso morale delle umiliazioni disumanizzanti che hanno dovuto patire per secoli loro e i loro discendenti.

Sembra un ricordo sbiadito che resta vivo solo nell’animo di chi si sente successore di quel triste passato. Un passato di cui difficilmente si riesce a parlare onestamente in Occidente e di cui nessuno sembra voler ammettere le colpe. Nessun revisionismo storico e nessuna commemorazione ufficiale alla presenza dei grandi capi di Stato nel giorno della memoria (che sì, esiste pure per la schiavitù!), come se i responsabili materiali e morali dovessero pian piano scomparire da questa triste pagina offuscata della storia. Tuttavia, mentre negli Stati Uniti la realtà attuale impone una riflessione continua, seppure nebulosa, sulle conseguenze socioculturali derivanti dalla schiavitù e dalle successive discriminazioni razziali, l’Europa e in particolare l’Italia, hanno tendenza a dissociarsi completamente da quegli eventi e rifiutano anche solo l’idea di una qualsiasi responsabilità, per quanto marginale, in secoli di barbarie.

Oggi gli schiavi non esistono più, o meglio, gli unici rimasti sembrerebbero essere coloro che senza troppo clamore né indignazione vengono tuttora sfruttati in posti come la Mauritania e i paesi del Golfo (tra l’altro amici dell’Occidente!), ma in tutti gli altri casi di sfruttamento preferiamo utilizzare termini meno rievocativi come migranti o rifugiati.

Quando si parla d’immigrazione massiccia le immagini che subito balzano agli occhi dei più sono l’Africa, i barconi, gli ingressi illegali e le piantagioni. I vascelli si trasformano in pescherecci e gommoni che affondano al largo delle nostre acque lasciando uno stuolo di corpi rigonfi sulle coste della penisola; le catene sono sostituite dall’assenza di documenti o titoli di permanenza temporanea senza i quali si finisce rinchiusi in centri di riconoscimento e detenzione dove il rispetto dei diritti umani è un concetto privo di qualsiasi senso; il sudore che un tempo colava sulle piante di tabacco e cotone ora gocciola nelle casse piene di agrumi e pomodori che finiranno sulle nostre tavole imbandite.

Ma nessuno li obbliga a partire, direte voi. In un certo senso è vero, ognuno di loro decide di mettere a repentaglio la propria vita senza una costrizione apparente, ma guerra e miseria dalle quali fuggono non posso certo essere considerate come alternative di vita. Chi sceglierebbe mai di rassegnarsi a un destino simile? La libertà di scelta entra in gioco quando le opzioni disponibili sono tutte più o meno praticabili, ma se ti dicessero di scegliere tra una morte sicura a causa di una bomba o dell’assenza di risorse per il tuo sostentamento e una possibilità, anche minima, di sopravvivenza credo che la risposta sarebbe obbligata.

Ed è proprio questa scelta obbligata che mi porta ad accomunare le migrazioni di massa a una sorta di deportazione forzata. È qui che si trova la vera insidia, il nodo cruciale che andrebbe sgrovigliato per comprendere e analizzare tale fenomeno con onestà intellettuale.

Un tempo gli avventurieri, sotto l’effige di sovrani e ricchi signori, organizzavano spedizioni di conquista nelle terre africane, ottenevano con l’astuzia o con la forza il sostegno dei capi e degli anziani dei villaggi, compravano la lealtà dei doppiogiochisti autoctoni e ripartivano carichi di beni preziosi ed esseri umani da rivendere al miglior offerente, guadagnandosi persino il titolo di eroi e uno spazio nei nostri libri di storia.

Oggi esiste la comunità internazionale, dietro la quale si celano i nostri potenti governi, che s’insinua nelle scelte politiche ed economiche dei paesi africani, crea le condizioni per intervenire militarmente a sostegno di favorevoli capi di governo corrotti e sempre riconoscenti, approfitta della propria influenza per sfruttare le risorse naturali e umane locali con enormi introiti economici facendosi persino baluardo di democrazia e sviluppo dei quali tutti dovremmo essere grati.

Ora come allora, ci introduciamo con forza e prepotenza nella vita di migliaia di persone, stuzzicando l’ingordigia nei nostri burattini al potere, senza renderci conto che siamo andati troppo lontano e stiamo perdendo il controllo. Mentre la nostra visione degli africani è rimasta la stessa di quando li consideravamo dei selvaggi da sfruttare prima e da educare poi, loro, gli africani, hanno capito bene le regole del gioco e finalmente rivendicano la loro manche nella partita.

Nonostante sia ancora difficile per loro influenzare le decisioni prese nelle grandi stanze del potere, cacciare governanti illegittimi con amici internazionali troppo potenti, rivendicare apertamente diritti e ribellarsi esplicitamente ai soprusi, le nuove generazioni non hanno più paura del dominio assoluto dell’uomo bianco, hanno smesso di guardarlo con gli occhi di sudditi obbedienti e mansueti disposti a vivere nell’intestino dell’occidente, dove quello che resta sono solo le feci maleodoranti di una ricca abbuffata che si consuma altrove.

Questa è la differenza rispetto al passato. In tutti questi secoli, nonostante i tanti tentativi di sottomissione psicologica e culturale, che sotto alcuni aspetti hanno anche dato i loro frutti, gli africani hanno tenuto in vita la loro dignità e, allo stesso tempo, si sono armati di nuovo coraggio per rivendicare ciò che appartiene loro, come a ogni altro essere umano, ossia il diritto di vivere dignitosamente. E se questo non è possibile nelle loro terre arpionate da predatori senza scrupoli manipolati a distanza dal primo mondo, l’unica alternativa rimane raggiungere la culla del benessere.

Detto questo, è troppo facile dire che non li vogliamo senza voler però rinunciare ai benefici che da loro traiamo. Se intendiamo veramente sostenere questa a gente a casa loro, liberiamo la loro casa che ancora occupiamo abusivamente, restituiamone loro le chiavi e lasciamoli liberi di ricostruire una nuova dimora fatta a loro immagine. Cancelliamo dalla nostra testa l’idea di doverli aiutare o salvare, loro sono già pronti per il cambiamento, hanno solo bisogno che, almeno per una volta dopo tutti questi secoli, li consideriamo nostri pari, in grado di essere padroni del proprio destino, anche se questo vorrà dire mettere da parte i nostri lucrosi interessi.

 

P.S. È fresca di qualche giorno la notizia di un nuovo fenomeno che va diffondendosi in Libia (il paese verso il quale abbiamo deciso di rispedire tutti i migranti illegali intercettati lungo le nostre coste) che consiste nella vendita al miglior offerente di schiavi africani in piazze e mercati. E la storia continua….

 

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Museo Egizio_Fiore di Loto (4)L’idea di questo blog nasce in maniera imprevista, in una serata insonne in cui i miei pensieri, aggrovigliati e indefiniti come i miei ricci, erano giunti a un punto morto. Accade spesso che aspirazioni e desideri, che sembrano infrangersi contro l’alienante frenesia della quotidianità, riemergano prepotentemente nel serale incontro con me stessa. Cerco di dormire ma la mia mente macina potenziali progetti in maniera autonoma, fino al momento in cui credo di avere trovato l’illuminazione. A quel punto, posso addormentarmi. Il risveglio ridimensiona inevitabilmente l’idea geniale che sembra diventare, tutto a un tratto, tristemente banale. Non questa volta, però!

Il mio cervello è iperattivo, e spesso neanche io riesco a stargli dietro, è invaso da riflessioni che mi piacerebbe condividere con persone consapevolmente o casualmente interessate, quindi l’idea del blog potrebbe essere un’ottima soluzione, anche se non sono una grande esperta di  comunicazione ma, si sa, la rete rende tutti più interessanti!

Ora, senza dilungarmi troppo, provo a illustrarvi la mia idea: ho voluto creare uno spazio virtuale in cui poter discutere, commentare, conoscere una parte dell’Italia meticcia, attraverso lo sguardo di chi, come me, vive la propria esistenza rimanendo in bilico (o in equilibrio?) su una linea in bianco e nero.

Un luogo in cui rendere tangibile la fusione tra mondi diversi e lontani, attraverso la condivisione di luoghi, libri, iniziative che ritengo possano rappresentare la mistione tra la mia vita nel Bel paese e le mie radici da (ri)scoprire.

Non ho pretese, è solo il mio punto di vista, ma se pensate che la mia idea, seppure non illuminante, possa incuriosirvi, ci rincontreremo presto su queste pagine, altrimenti, possiamo solo sperare di incontrarci per caso!

Per vincere la battaglia dell’odio dobbiamo agire, ma con consapevolezza

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In questi ultimi mesi, mentre cresce la violenza fisica e verbale nei confronti dei neri, inizia a emergere il forte malessere di chi subisce, anche per transfer indiretto, questo clima di odio. I neri in Italia cominciano ad avere paura per la loro stessa incolumità, si diffonde un sentimento di frustrazione tra chi si sente disarmato di fronte a tutto questo razzismo insensato e aumenta la rabbia di chi invece non accetta di assumere il ruolo della vittima indifesa. Ognuno di noi cerca giustamente la maniera migliore per fronteggiare psicologicamente ed emotivamente questa sfida quotidiana che ci impone una resilienza costante, di cui ancora in molti, persino all’interno del nostro ambito familiare e sociale, continuano a sminuire il peso.

Sono ormai numerosi gli studi che evidenziano gli effetti psicologici che razzismo e discriminazioni possono avere sui soggetti coinvolti, considerati come generatori di abusi e traumi emotivi che si manifestano attraverso attacchi di panico, ansie e altre forme di disturbi post traumatici da stress che possono incidere negativamente sulla salute psico-fisica dell’individuo. A questo si aggiunge l’impossibilità di trovare un conforto, anche psicologico, in persone adeguatamente preparate, che accresce quel senso di solitudine e di frustrazione che è talvolta difficile riuscire a canalizzare in azioni che riescano a compensarne il carico emozionale.

L’obiettivo di questo post non è certo quello di fare un corso accelerato di psicologia, né quello di dipingerci come dei casi clinici patologici, ma questa premessa è fondamentale per comprendere lo stato d’animo che molti di noi hanno in questo periodo, in cui si alternano momenti di rabbia in cui si vorrebbe spaccare il mondo a istanti di rassegnazione nei quali si va avanti con la propria vita di tutti i giorni, anche per spirito di sopravvivenza; in cui si passa dal senso d’impotenza perché si vede la situazione aggravarsi e sfuggire a tutti di mano alla voglia di reagire con gesti eclatanti per non sentirsi inermi di fronte a quel che accade.

BLK_actIn tutte queste dinamiche si percepisce sempre più l’esigenza o, per meglio dire, la mancanza di una comunità forte, di un movimento afro che sia in grado di convogliare i percorsi e le capacità personali di ognuno in un progetto comune; che possa intervenire e prendere le difese soprattutto dei più deboli, emotivamente e socialmente parlando; che riesca a fare da scudo, dietro il quale sentirsi un minimo protetti, o a far riecheggiare le voci dei singoli. La realtà però è che vi è una grande confusione collettiva su quali debbano essere gli strumenti con i quali intervenire, gli obiettivi concreti da raggiungere e le strategie da adottare. Una nebulosa d’idee e progetti nei quali molto spesso emerge più il protagonismo e la rivalità personale dei promotori che un reale beneficio per la comunità di riferimento. Esistono tuttavia iniziative vincenti e pragmatiche, alcune delle quali anche molto valide e interessanti, ma manca una visione organica e condivisa che riesca a dare quell’impatto incisivo di cui ci sarebbe spesso bisogno e alla quale, fortunatamente, persone tenaci e volenterose stanno cercando di dar vita in un modo o nell’altro.

Per ora, i tentativi in questo senso sono stati diversi, ma nessuno di essi è stato in grado di portare risultati concreti e duraturi. Forse dovremmo iniziare a cambiare prospettiva e partire dal presupposto che una comunità nasce, anche spontaneamente, dall’incontro e dal confronto tra i suoi membri, i quali devono essere in grado di apportare il loro contributo nella misura e con le modalità loro più congeniali. Dovremmo ripartire dall’individuo, non come entità disconnessa dal resto, ma come elemento fondante di un insieme più ampio. Dovremmo lavorare su noi stessi, acquisire le conoscenze che ci mancano, fare in modo che la nostra lucidità prevalga sull’istinto di fronte alle discriminazioni e alle micro aggressioni quotidiane, capire chi siamo e chi vogliamo essere senza cedere alle pressioni di chi vuole catalogarci e rinchiuderci in apposite scatole stereotipate. Dovremmo, in sostanza, essere in grado di rimetterci continuamente in discussione e diventare attivisti della quotidianità.

È ormai finito, secondo me, il tempo in cui potevamo sperare che un concerto, una conferenza, una petizione o una manifestazione avrebbero potuto essere uno strumento incisivo per valorizzare le differenze e sensibilizzare gli animi alla diversità. Abbiamo deciso di voltarci dall’altra parte quando i segnali di un paese razzista erano ancora subdoli e sinuosi, ma pur sempre vivi e presenti, perché, in fondo, non avevano ancora assunto sembianze tali da avere conseguenze dirette e pesanti sulle nostre vite e su quelle dei nostri cari. Chi ha cercato per anni di sollevare il problema è stato lasciato (quasi) solo persino dalle proprie sorelle e dai propri fratelli, accusato di vedere il razzismo ovunque e di portare avanti battaglie che in Italia non aveva senso fare (mica siamo in Francia o negli USA, dicevano!), ma ora è già troppo tardi.

Non possiamo svegliarci oggi, dopo aver atteso che la deriva razzista arrivasse a livelli incontrollabili, e pensare di poter aprire gli occhi, d’un sol colpo, ad un paese che esalta un governo e le sue scelte politiche xenofobe e discriminatorie con gli stessi strumenti che forse avrebbero avuto un senso qualche anno fa’, come se nulla fosse cambiato. Tutto è diverso, oggi!

Naturalmente non intendo dire che non si debbano continuare a promuovere e sostenere iniziative individuali e collettive di sensibilizzazione e protesta, ci mancherebbe, penso però che siamo giunti a un livello successivo del dibattito. Se prima potevamo considerare gli atteggiamenti di diffidenza e discriminazione come una conseguenza diretta di una scarsa conoscenza dell’altro, che avrebbe potuto essere arginata proprio grazie a momenti di interscambio culturale, peraltro ben apprezzati da molti italiani; adesso, la gente ci spara volutamente addosso, le persone non hanno più la voglia, né la capacità di ascoltare una narrazione diversa da quella che hanno deciso di assecondare e non saranno certo un film, una canzone, un progetto o un evento, né tantomeno numeri e cifre ufficiali, a far cambiare loro idea.

Ed è qui che anche noi dovremmo fare un salto in avanti, ossia smettere di cercare l’approvazione altrui attraverso un appiattimento di stampo assimilazionista, che ci renderebbe certo tutti più accettabili ma contro un prezzo troppo alto da pagare; finirla di dedicare più energie a spiegare agli altri chi siamo e cosa vogliamo di quelle che investiamo nel costruire le basi per la nostra crescita collettiva; rinunciare all’idea che solo sentendoci meno ingombranti riusciremo a trovare la nostra piccola oasi di pace, perché ciò di cui abbiamo veramente bisogno è la libertà di poter essere noi stessi e sbattercene se agli altri ci ritengono, secondo i loro standard, inadeguati. Non posso e non voglio rinunciare alla mia metà africana, non posso e non voglio cancellare il mio colore, non posso e non voglio assecondare le aspettative degli altri a discapito di me stessa.

walkerSe il messaggio che ci arriva ogni giorno dalla società è che non siamo mai abbastanza bianchi, italiani, adeguati, meritevoli, affidabili e via dicendo, dovremmo tralasciare qualsiasi vittimismo e batterci per dimostrare innanzitutto a noi stessi l’assoluto contrario.  Dobbiamo prenderci il nostro posto in questa società, non per concessione altrui, ma perché abbiamo tutte le carte per farlo. Cerchiamo di diventare qualcuno nei nostri rispettivi ambiti di competenza, tentiamo di conquistare posizioni di rilievo che possano offrirci maggiori possibilità d’intervento sulla realtà, portiamo la nostra voce e le nostre istanze nei luoghi che sembrano preclusi alle minoranze, normalizziamo insomma la nostra presenza ovunque, solo così avremo delle reali chance di  rendere questa società più equa. Anche se ci vorrà del tempo, dobbiamo andare avanti, farci vedere e sentire ogni giorno e in ogni luogo, seguire le nostre aspirazioni e diventare ciò che vogliamo, senza attendere “l’occasione giusta” o “il gesto eclatante” per poter esprimere il nostro dissenso. Già camminare a testa alta in un mondo che fa’ di tutto per schiacciarci è un atto in sé rivoluzionario, siatene coscienti!

Quando un nero diventa avvocato, medico, funzionario, imprenditore, poliziotto, insegnante, scrittore o qualsiasi altra cosa che, nell’immaginario collettivo, stride con i ruoli in cui vorrebbero tenerci confinati (al massimo sportivi, cantanti, prostitute e vagabondi), nasce un caso mediatico, come a voler dimostrare che si tratta dell’eccezione a conferma della regola e, pensate un po’, ci caschiamo anche noi. E il pezzo di giornale rimbalza di condivisione in condivisione, a riconferma che persino noi stessi riteniamo una cosa simile (che non ha nulla di stratosferico per chiunque altro) degna di nota. Non limitiamoci al singolo risultato raggiunto, ma facciamo in modo che esso diventi uno strumento di resistenza quotidiana, affinché il nostro impegno personale ci renda attori coscienti di una nuova normalità.

È evidente che non possiamo essere tutti leader carismatici, creativi geniali o attivisti irriverenti e l’idea di attendere un messia o una svolta improvvisa porta a indugiare sul da farsi fino quasi a rivelarsi paralizzante. Dobbiamo assumere la consapevolezza che ognuno di noi può fare la differenza e trasformarci in disturbatori concreti ed efficaci per dare un segnale ininterrotto e martellante del fatto che non siamo più disposti ad accettare di restare in disparte o a mettere in un angolo la nostra dignità.

Valorizziamo le nostre competenze, educhiamo noi stessi e i nostri figli all’autostima, aiutiamoci ad emergere, sosteniamoci a vicenda e facciamo fronte comune, senza mai dimenticarci da dove veniamo e qual è il vero senso della nostra battaglia quotidiana, perché il rischio più grande nel quale potremmo incorrere durante il percorso è quello di tramutarci in mansueti “neri da cortile”, pronti a tradire noi stessi per interessi e conquiste personali. Questo dovrebbe valere a tutte le latitudini (Africa, Europa e altri continenti) perché le ragioni che dovrebbero spingerci a reagire sono ben più grandi di noi e dell’orticello in cui ci aggiriamo. Abbiamo estremo bisogno di “neri coscienti”, qui e altrove, che sappiano raggiungere le vette delle proprie ambizioni restando fedeli a loro stessi, perché la chiave di volta che è alla base del cambiamento sperato e di cui siamo alla continua ricerca siamo semplicemente tutti noi!

Tra calcio e identità

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Ammetto di non essere un’amante del calcio e di non aver seguito molto questi mondiali, ma confesso anche che è stata l’unica cosa dopo un bel po’ di tempo ad avermi spinto a condividere qualche riflessione, perché negli ultimi mesi il mio interesse per il dibattito italiano, decisamente rabbioso e violento, è proprio caduto ai suoi minimi storici.

Innanzitutto rimpiango che l’Italia non si sia qualificata perché una sua partecipazione ai Mondiali ci avrebbe risparmiato un sacco di uscite mediocri e di reazioni scomposte da parte di ampie fasce della popolazione italiana in questa bella estate calcistica. Mi riferisco al fatto che molti di coloro che passano buona parte del loro tempo a seguire la squadra del cuore, in questo caso gli Azzurri, a sfogare le proprie frustrazioni contro le tifoserie avversarie, a litigare al baretto sulla legittimità di un fallo o di un fuorigioco, o a inveire contro l’arbitro venduto di turno, quest’estate non hanno avuto una ceppa da fare e si sono riconvertiti in urlatori da tastiera.

Gente che normalmente non s’interessa né di politica, né di attualità; che preferisce andare allo stadio piuttosto che a votare quando le elezioni si svolgono di domenica; che non legge né un libro né un quotidiano ma compra solo la Gazzetta dello Sport; che conosce a memoria tutte le formazioni ma se gli chiedi chi è il Presidente della Repubblica resta con un gran punto interrogativo sulla fronte corrucciata; ha pensato bene di colmare questo vuoto trovando un nuovo passatempo altrettanto infervorante: il campionato dell’odio. Ed è così che il tifo da stadio è sceso in campo per sostenere la fazione più becera e populista, che la frustrazione si è sfogata contro chiunque avesse opinioni leggermente diverse e l’invettiva ha toccato tutte le minoranze presenti sul territorio, in particolare i neri e gli immigrati.

Non avrei mai immaginato di dire un giorno una cosa simile ma il calcio potrebbe essere la nostra salvezza! O perlomeno ci consentirebbe di evitare gastriti e ingrossamenti del fegato dovuti a incazzature quotidiane provocate da confronti sterili e privi di dialettica, quasi monologhi propagandistici, con chi affronta delicate e complesse questioni politiche e sociali con la stessa profondità e animosità con la quale discuterebbe di una partita di pallone. Quindi vi prego, facciamo in modo che gli Azzurri ritornino alla gloria di un tempo, ne gioveremmo tutti! 😉

In un certo senso, mi è sembrato quasi che questo campionato abbia costituito una metafora beffarda dei tempi moderni, una sorta di rappresentazione calcistica delle dinamiche attuali, in cui l’Italia risulta evidentemente non classificata per la sua incapacità di essere al passo con la modernità, di rinnovarsi e di essere competitiva, ma sempre brava però a criticare le scelte altrui; gli altri paesi europei che si fanno fuori l’uno con l’altro, tutti un po’ presuntuosi in nome dei rispettivi passati gloriosi, ma poi si fanno spazzar via dalla squadra considerata la “meno europea” di tutte; i paesi africani speranzosi e spinti da un forte spirito di rivalsa che non riescono tuttavia a fare il salto di qualità, ma che poi alla fine si accontentano comunque di gioire per la vittoria portata avanti dai figli della Diaspora.

Lo so, è un’interpretazione personale alquanto limitata e un po’ fantasiosa, ma che forse nasconde un fondo di verità, soprattutto perché ho notato che questo campionato ha assunto per molti una valenza quasi politica.

Da un lato, è come se le nazionali dei paesi marginalizzati sullo scacchiere politico internazionale, e di conseguenza i loro tifosi, percepissero questo evento come un’opportunità per emergere e riprendersi la propria rivincita sui paesi dominanti, i quali invece strumentalizzano la propria vittoria per dimostrare a loro stessi e agli altri il proprio ruolo di potenza mondiale. Penso ad esempio al coinvolgimento emotivo e transnazionale dei tifosi africani per la partecipazione, purtroppo breve, di squadre come Senegal e Nigeria; o i toni pomposi in cui è stata trattata la finale sulle reti francesi, in concomitanza, tra l’altro, della festa nazionale del 14 luglio: le speranze di exploit di un Continente in contrapposizione all’orgoglio nazionale da potenza imperiale a gogò!

Dall’altro, alcune formazioni calcistiche sono state prese come simbolo di posizioni ideologiche e, in un certo senso, strumentalizzate per esprimere rivendicazioni socio-politiche in maniera altrettanto conflittuale rispetto a quanto avviene in altri ambiti di dibattito.

È così che la squadra vincitrice di questo mondiale, composta principalmente da titolari di origine straniera, in particolare africana, fa prudere le manine a tanti sulle solite tastiere di cui sopra e, come quasi sempre accade, la nostra identità di afrodiscendenti diventa un terreno di gioco sul quale ciascuno (tranne generalmente i diretti interessati) pretende di apporre la propria etichettatura.

originiCi sono gli africani, sia nel Continente sia altrove, gli stessi che quando ritorniamo nei paesi di origine (senza una coppa ovviamente!) ci considerano come bianchi o africani mancati, ma che in quest’occasione hanno rivendicato l’appartenenza africana dei giocatori. Li hanno considerati quali soli rappresentanti dei loro paesi di origine e, per estensione, dell’Africa, escludendo al contempo la compresenza di una componente francese nel loro bagaglio culturale e personale, in quanto espressione del mostro coloniale cui rimanda il tricolore transalpino.

Poi troviamo gli antirazzisti o i sostenitori del multiculturalismo (in chiave assimilazionista secondo me), generalmente bianchi, ma non solo, che esaltano invece l’appartenenza europea, nello specifico francese, dei giocatori, considerandoli come i rappresentanti di un métissage culturale ben riuscito al quale ispirarsi. In questo caso, non conta più il colore o l’origine, diventiamo tutti figli di una stessa patria grazie a quella benedetta cittadinanza (e alla coppa ovviamente!) e la componente straniera scompare, diventa irrilevante, quasi come ad eliminare il problema alla radice. Sono poi quelli che magari, pensando di essere politicamente corretti, ti chiamano “di colore” (proprio lo stesso che invece oggi sembra diventato temporaneamente invisibile!).

Abbiamo infine i fasci destrorsi, sostenitori della potenza ariana e nazionalista degli avversari croati, che negano la possibilità di far coincidere la nazionalità di un individuo con la sua identità multipla e fluida. Coloro per i quali un nero non potrà mai essere considerato un cittadino alla pari e negano la legittimità della nazionale francese sostenendo che sia l’Africa ad aver vinto il mondiale. Sono quelli vinti moralmente dalla squadra meticcia di Francia, ma anche dalla storia perché, se un gruppo di neri africani ha conquistato prima la Francia e poi battuto tutto il mondo nella campagna di Russia, vuol dire che il Komplotto per realizzare il piano Kalergi è quasi riuscito! francia

Tutte queste posizioni hanno un elemento comune: la strumentalizzazione della nostra identità e del nostro corpo nero. Per i più estremi, essi rappresentano due componenti estranee e intollerabili rispetto alla loro ideale società xenofoba e nazionalista, che dovrebbe restare fissa, immutabile ed esclusiva. Nei primi due casi, invece, diventiamo africani o europei accettati e accettabili solo sulla base dei risultati meritevoli che riusciamo ad ottenere o al contributo positivo (in questo caso una Coppa del mondo) che possiamo dare al paese, lo stesso in cui siamo normalmente considerati, e trattati, come cittadini di secondo ordine.

In nessuna di esse si prende minimamente in considerazione l’idea che l’identità possa essere inclusiva, ossia il risultato di diversi bagagli culturali ed esperienze di vita che si fondono in un unico individuo senza necessariamente escludersi. Infatti, nonostante molti afroeuropei definiscano la loro appartenenza come un’entità mista dai contorni irregolari e molteplici, dando vita a un’idea di métissage molto più sofisticata e complessa, la maggior parte delle persone continua a fornire un’interpretazione della loro identità ricorrendo a semplificazioni che escludono, di fatto, la compresenza di più elementi. In questo senso, ad esempio, si sottovaluta e si sminuisce il fatto che un giovane come Adil Rami possa dichiarare di considerarsi al contempo francese e marocchino, quindi sia l’uno sia l’altro, e che possa riconoscere in questo modo il contributo offerto da entrambe le componenti alla propria idea d’individuo.

Il problema non è tanto che se ne parli, ma del modo in cui se ne parla. Spesso ho quasi l’impressione che la gente ci prenda come materiale di studio, senza rendersi conto dell’aspetto intimo e personale dell’argomento, il quale lascia evidentemente emergere infinite sensibilità e percezioni. Ci saranno sicuramente afroeuropei (alcuni dei quali criticheranno ad esempio anche quest’appellativo) che non condivideranno questa mia analisi e s’identificheranno magari con una delle posizioni sopraesposte oppure bilanceranno, rifiuteranno, riformuleranno a proprio piacimento il contributo che ogni componente ha dato alla propria personale esperienza e credo che andrebbero in qualsiasi caso ascoltati e rispettati.

Tuttavia, ritengo anche che nessuno di noi, guardandosi allo specchio possa negare la realtà dei fatti, ossia che la propria storia personale abbia origini che vengono da lontano, da un Continente magari sconosciuto e ignoto, con il quale non si ha talvolta nulla a che fare, ma che, volenti o nolenti, è parte di ciò che siamo, e che, in nessun caso, ci rende e ci renderà mai meno europei degli altri.

 

Oggi l’Italia è un buco “nero”!

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Mappa delle aggressioni fasciste in Italia dal 2014 al 2018, consultabile e interattiva su google maps

Sono giorni che prendo un gran respiro prima di esternare la mia opinione su ciò che vedo accadere in Italia, ma poi i miei pensieri restano bloccati in gola e invece di uscire scendono fino allo stomaco, dove esplodono in una sorta di nausea che, alla fine, m’impone un silenzio terapeutico. Sì, perché i bersagli in questo caso non sono solo sei e le ferite non si limitano a quelle fisiche.

Ho bisogno di silenzio per leccare anche le mie di ferite, quelle che provengono dall’amara consapevolezza che chiunque di noi, detentore di un tasso di melanina troppo elevato perché possa passare inosservato, avrebbe potuto trovarsi al posto di una di quelle vittime. Ma la paura che ti ghiaccia il sangue e ti fa sudare freddo, per te e i tuoi cari, quando senti una notizia del genere, è qualcosa che in pochi riescono a capire. È una sensazione che va ben oltre lo choc iniziale per una notizia di cronaca così agghiacciante. È un’angoscia che resta incastonata nel cervello e della quale non riesci a liberarti durante la giornata, né la notte quando cerchi di chiudere gli occhi girandoti nel letto e realizzi che i timori maturati da qualche tempo si sono alla fine materializzati.

Come se questo non fosse già abbastanza, la nausea rimonta come un reflusso gastrointestinale quando vedo le reazioni e sento o leggo le esternazioni che questa situazione ha generato da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico. Una valanga d’indignazioni sterili, opinioni da salotto e analisi socio-politiche da campagna elettorale, il tutto condito da giustificazioni al gesto e offese alle vittime che diventano colpevoli di un eccesso di melanina apparentemente inaccettabile.

Sento parlare d’immigrazione, di stranieri, di problemi sociali, di colpe, di responsabilità e di giustizia, ma solo in pochi colgono la gravità allarmante della situazione e affrontano chiaramente l’elemento centrale di questo dibattito: una violenza razziale basata sul colore della pelle.

Questo è il punto: il colore! Non che si tratti di africani, non che si tratti di migranti legali o clandestini, non che la causa sia una rappresaglia in risposta a un altro crimine, non la frustrazione delle fasce deboli della popolazione, non che la politica continui come ha sempre fatto a soffiare sul fuoco. Tutto questo è il contorno. Il nocciolo sul quale si gira sempre intorno, senza peraltro mai coglierlo, è che l’Italia è diventato un paese pericoloso per i neri, italiani o stranieri che siano poco importa, perché quando ti sparano addosso o ti aggrediscono in gruppo potete stare sicuri che parlare con un accento puro brianzolo o conoscere solo due parole d’italiano non farà di certo la differenza.

Questa reticenza tutta italiana nel voler ammettere che sussistano discriminazioni basate sul colore della pelle, delle quali siamo diretti testimoni e denunciatori da anni, e di conseguenza il rifiuto, spesso anche inconsapevole, a voler affrontare questa problematica pubblicamente emergono in tutta la loro forza dirompente in queste ore.

Il nostro paese ha un lungo passato di razzismo e intolleranza con il quale non siamo mai riusciti a fare i conti, abbiamo tentato per decenni di superarlo stendendo un velo di silenzio che ci desse l’impressione di avanzare su nuove basi ideologiche, ma in realtà non siamo mai stati in grado di analizzarlo oggettivamente, comprenderlo nelle sue forme più subdole e interromperne quindi l’evoluzione. Oggi quel passato è ridiventato il nostro presente non perché sia rinato, ma perché, non avendoci mai abbandonato, ha avuto il tempo di ridefinirsi e riemergere con nuova forza e vigore in un continuum che non abbiamo saputo interrompere.

È facile attribuire le responsabilità di questa situazione a chi sbraita senza vergogna propinando idee razziste con la stessa leggerezza con cui piscia sui valori della nostra Repubblica, ma la triste verità è che siamo arrivati a questo punto anche grazie a quelli che per anni si sono dichiarati contro il razzismo (la maggioranza degli italiani probabilmente), ma allo stesso tempo si sono nascosti dietro il confort dei loro privilegi sostenendo ad oltranza che “il colore non fa differenza”,  che “dobbiamo superare queste distinzioni puramente fisiche”, che “in Italia la situazione è diversa”, che “esagerate a vedere il razzismo ovunque”, che “in Italia non esiste un razzismo endemico e istituzionale”, che “con questa storia del privilegio bianco fate del razzismo al contrario”, che “non c’è bisogno di creare spazi safe per gli afro, perché l’Italia non è un paese razzista e voi rischiate di ghettizzarvi”, che “io tutto questo razzismo non lo vedo”, che “sono solo casi isolati”, che “tanto sono solo una minoranza”,  che alla fine “non sono razzista, ma…”.

Affermazioni che ho sempre contrastato con fermezza, cercando di proporre una dialettica che tenesse conto anche della nostra prospettiva di neri italiani e sostenendo la pericolosità di queste posizioni, spesso motivate da una certa permalosità che emerge quando si parla di sistema razzista in Italia, in quanto sintomo di una profonda incapacità nel saper riconoscere i segnali di una società endemicamente razzista e nel riuscire ad ammettere una responsabilità collettiva nella perpetuazione di idee e comportamenti discriminatori, con la tendenza a voler tutelare la propria convinzione di non essere parte del problema piuttosto che ammetterlo e contrastarlo.

Le mie posizioni mi sono valse numerose critiche e accuse di vittimismo o di estremismo, a seconda dei casi, ma poco m’importa, il problema è che alla fine sembriamo di nuovo caduti dal pero. Sparano su sei neri per strada e compaiono scritte che recitano “Macerata è solo l’inizio”, si creano gruppi di difesa e ronde cittadine, sfilano fascisti liberamente per le strade e ci si chiede come si sia arrivati a questo punto, cosa stia succedendo nel nostro bel paese. Ebbene, vediamo semplicemente i frutti della nostra miopia. Decine di neri sono stati massacrati o uccisi negli ultimi anni, a molti è stato rifiutato un lavoro, una casa, un mezzo pubblico, un medico e tanto altro ancora solo per il colore della loro pelle, ma cosa è stato fatto per invertire questa tendenza? Nulla, perché si trattava appunto di casi “non rappresentativi della realtà del paese”.

Nel silenzio, lecco le mie ferite interiori, quelle che nascono dal dover ammettere un fallimento personale e collettivo perché dopo anni di battaglie reali, virtuali, sociali, intellettuali e culturali la verità è che gli eventi drammatici di questi ultimi tempi hanno rivelato tutta l’inconsistenza del dibattito sul tema del razzismo in Italia e delle nostre strategie per fronteggiarlo. Non siamo stati in grado di invertirla questa tendenza, noi attivisti, voi cittadini, tutti complici e responsabili. Perché poi i politici dicono in fondo ciò che vogliamo sentirci dire, quindi dovremmo renderci conto del fatto che siamo noi elettori il grande problema!

Ora però è già troppo tardi! Cerchiamo di limitare i danni, di prendere una posizione netta contro il razzismo, di mobilitarci affinché le cose non peggiorino, ma dove eravamo fino a qualche giorno fa?

I tentativi di cambiare la percezione nei nostri confronti, di aprire un dibattito serio su tematiche considerate ancora tabù, di stuzzicare la coscienza dei nostri concittadini, di prenderci lo spazio che ci meritiamo nel nostro paese, facendo sentire in modi diversi la nostra voce e la nostra presenza, sono miseramente falliti e l’obiettivo di rendere l’Italia un posto più tollerante e accogliente per tutti i “non bianchi”, non solo non è stato raggiunto, ma si è allontanato anni luce, fino quasi a diventare un abbaglio fioco e sfocato. Stiamo lottando da anni contro un muro di gomma che non solo non si riesce a scalfire, ma rinvia al mittente tutti i colpi inferti. Restare in questo contesto diventa un martirio consapevole, in cui le vittime, tranne qualche rara eccezione, invece di ribellarsi a un sistema che le strumentalizza identificandole come capro espiatorio di ogni male, incassano colpi mansuetamente nella speranza di essere accettate ed entrare a farne parte.

È così che diventiamo le pedine di un gioco diabolico che si consuma sulla nostra pelle nera, in cui la riconoscenza ha la meglio sulla dignità. In uno slancio di assimilazione estrema diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, confortati dall’illusione di essere singolarmente migliori dei nostri fratelli. Siamo arrivati al punto in cui i neri con la cittadinanza italiana, ottenuta alla nascita o acquisita, si nascondono dietro le certezze offerte dai loro documenti per contrastare le battaglie di chi, tra di noi, vive le diatribe dovute a un permesso di soggiorno; i misti e gli adottivi si lasciano pigramente avvolgere dai vantaggi derivanti dalla loro appartenenza a famiglie e ambienti che li elevano indirettamente a un gradino più alto rispetto a quello di un qualsiasi nero di origini straniere; gli africani con situazioni economiche e familiari stabili si costruiscono un piedistallo dal quale osservano, con superiorità e disgusto, i fratelli dei loro stessi paesi costretti a vivere in condizioni di clandestinità e marginalità.

Ma sapete che c’è di nuovo? Che oggi le lancette dell’orologio ripartono da zero e siamo tutti uguali di fronte al muso di una pistola puntata contro di noi da gente che ritiene il colore della nostra pelle una ragione sufficiente per imporci punizioni psicologiche e corporali.

Oggi, noi neri non siamo pronti a contrastare questa ondata di violenza ideologica e i bianchi che perorano la nostra causa nemmeno. Tutti noi, neri e bianchi, siamo magari individualmente più o meno attivi e ben motivati, ma collettivamente disgregati e incapaci di combattere insieme il fascismo razzista e xenofobo che dilaga. Non siamo in grado di metterci in discussione, né di essere onesti con noi stessi, abbiamo sicuramente sbagliato molte cose in questi anni, ma preferiamo convivere con le nostre piccole certezze e le nostre singole vittorie.

Apprezzo le manifestazioni, alle quali avrei sicuramente partecipato se fossi stata in Italia, concordo sulla necessità di continuare a dare risalto alle iniziative che esaltano la diversità, stimo le persone che continuano a investirsi in progetti volti al cambiamento, ma più di tutto credo sia diventata impellente la necessità di fermarci a riflettere su cosa sia andato storto e su quali siano le nostre responsabilità, individuali e collettive, in questo fallimento. Abbiamo bisogno di cambiare prospettiva e di individuare nuove strategie di resistenza, saremo in grado di farlo? Non lo so, personalmente nutro forti dubbi, intanto però iniziamo tutti con l’andare a votare il 4 marzo, capiremo forse allora se ci saranno veramente i margini per far spostare l’ago della bilancia dalla nostra parte o se sarà necessario ripartire da zero con un ritardo storico di circa settant’anni!

Io, nell’attesa, mi preparo psicologicamente ad un prossimo temporaneo rientro in Italia in vista delle votazioni, con il cuore gonfio e lo stomaco in subbuglio, e mi ritiro nuovamente nel mio silenzio terapeutico perché ho veramente bisogno di ridefinire la mia strada per il futuro, per il resto, chi vivrà, vedrà…

 

Black lives matter, ma solo alcune però!

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Tempo fa ho letto un interessante articolo sulla rivista online NOFI intitolato “Black lives matter, really?” (Le vite dei neri contano, davvero?) in cui l’autrice metteva in evidenza l’ipocrisia delle comunità nere occidentali che si mobilitano per la difesa dei loro diritti in casa, ma dimenticano le violenze e le ingiustizie subite da altri neri altrove.

Una sorta di immobilismo che determina due categorie di esistenze: le vite che contano e quelle per le quali neanche i propri fratelli muovono un dito.

blm2Penso ad esempio al Brasile, dove i soprusi e gli omicidi dei neri da parte delle forze dell’ordine sono forse persino più frequenti che negli Stati Uniti; alla Mauritania e ai paesi del Golfo, dove molti neri vivono in uno stato di vera e propria schiavitù da parte dei padroni arabi protetti e coperti dai rispettivi governi; ai Caraibi e ad alcuni paesi africani, dove il turismo sessuale, anche minorile, attira tantissimi occidentali che sfruttano il disagio sociale ed economico locale per soddisfare i propri desideri perversi.

Non sono vite di neri pure quelle?

Certo, ci sono persone che ne parlano e che si battono anche per loro, ma si tratta di lotte settoriali condotte solo da chi è direttamente interessato o colpito da tali sopraffazioni. Ma dove sono tutte le celebrità, tutti gli attivisti e i sostenitori del movimento BLM?

Sembrerebbe quasi che l’odio e le violenze razziali siano una questione regionale, ce ne interessiamo solo quando riguardano il nostro territorio e la nostra quotidianità. Ovviamente, noi europei siamo vicini ai nostri fratelli afroamericani perché, ammettiamolo, sono la nostra fonte d’ispirazione e in loro ci riconosciamo, ma noi, come loro, non abbiamo nulla a che vedere con gli afrobrasiliani o i neri d’Africa, a parte un punto comune evidentemente trascurabile: le stesse radici.

Non siamo forse colpevoli dello stesso immobilismo che critichiamo negli altri?

schiavi

Il video girato in Libia, e recentemente trasmesso dalla CNN, nel quale si vedono giovani uomini africani venduti all’asta al migliore offerente, oltre a riportare alla mente immagini agghiaccianti che rievocano un lontano (ma neanche troppo) passato di schiavitù e umiliazioni, lascia emergere il totale silenzio delle comunità nere in giro per il mondo. Dove sono i super organizzati afroamericani del movimento BLM? E la montante scena degli afroeuropei ? Ma soprattutto, dove sono gli africani del continente e della diaspora?

Da qui emergono due riflessioni:

  1. Non solo che esistono discriminazioni di serie A (nei confronti ad esempio degli ebrei) per le quali tutti si indignano e protestano a prescindere; di serie B (nei confronti delle donne o dei disabili) per le quali ci si indigna, ma che poi in fondo quasi tutti trovano una scusa per giustificare i comportamenti dei carnefici e di serie C (nei confronti dei neri, dei rom, delle comunità LGBT e di altre minoranze), per le quali si ha tendenza a non reagire e a sminuirne il peso, attribuendo anche una forma di vittimismo a chi le subisce; ma che tra queste ultime sussistano persino sottogruppi del tipo serie C2, C3 e via dicendo come nel caso delle donne nere (razzismo + sessismo), dei disabili neri (razzismo + abilismo) o dei neri africani (razzismo + afrofobia).
  2. Quando ci criticano perché ritiriamo sempre fuori la storia della tratta, dello schiavismo e della colonizzazione (come se tra l’altro fossero avvenimenti che in qualche modo possano essere rimossi da parte di una comunità o di un continente), emerge tutta l’ipocrisia e la superficilità con cui gli occidentali considerano questi tragici eventi, ma anche la potenza con la quale il pensiero dominante agisce sulle masse, che non si sconvolgevano a quei tempi e continuano a non sconvolgersi oggi, nonostante tra di loro ci siano milioni di discendenti diretti di quelle vittime del passato. Sono stati talmente abili a demonizzare l’immagine dell’Africa e degli africani che persino i loro fratelli neri preferiscono prendere le distanze. Credo questa sia la vittoria più eclatante dell’oppressore sulle proprie vittime, come fosse in atto una sindrome di Stoccolma che affligge contemporaneamente milioni di neri in giro per il mondo.

Mi piacerebbe vedere intere folle di africani e afrodiscendenti invadere le strade delle loro città per dire basta allo sfruttamento e alle violenze subiti dai propri fratelli ovunque su questo pianeta, ma siamo ancora molto indietro rispetto alla ridefinizione di percorsi storici e culturali collettivi che consentano a tutti noi di riconoscerci con orgoglio quali figli di una stessa terra madre, l’Africa.

Vivere con molteplici identità

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Nel momento in cui vi scrivo mi trovo a circa 5.000 chilometri di distanza, in un luogo che per molto tempo ha rappresentato per me una meta spaventosa e ambita allo stesso tempo, una presenza quasi immaginaria e constante che ha accompagnato la mia esistenza per oltre trent’anni di vita e verso la quale, un giorno di tre anni fa, ho deciso di lanciarmi.

La Costa d’Avorio è il luogo dove tutto ha avuto un nuovo inizio, dove le domande che mi inseguivano con insistenza fin dalla più giovane età hanno finalmente trovato risposta e dove il tortuoso percorso alla ricerca della mia identità ha raggiunto una delle tappe più importanti, pur essendo consapevole che questo viaggio introspettivo non sia ancora giunto al suo termine e forse, mai lo sarà.

Posso semplicisticamente suddividere la mia vita da figlia di coppia mista, nata e cresciuta in Italia con origini ivoriane, in una serie di fasi simboliche rispetto alla mia esperienza di vivere con un’identità multiculturale e multirazziale in un mondo che tende sempre più a porre limiti geografici e identitari all’interno dei quali rinchiuderci.

Fase n. 1: La confusione

Sin da bambina ho vissuto in un mondo principalmente bianco, in un quartiere borghese della Capitale, dove quasi tutti nel mio ambiente avevano sembianze nelle quali non mi riconoscevo e quasi nessuno riusciva a capire cosa volesse dire avere la percezione di sentirsi sempre l’unica ad essere diversa. In pochi si rendevano conto del fatto che frasi e gesti quotidiani, seppure in molti casi affettuosi, sottolineavano costantemente l’idea di non essere percepita come una di loro a tutti gli effetti. Mi sentivo veramente diversa e non avevo ancora gli strumenti necessari per comprendere cosa fosse quel senso di inadeguatezza rispetto al mondo esterno e per fronteggiare quella solitudine interiore che derivava dalla mancanza di confronto con qualcuno che viveva la mia stessa condizione.

Fase 2:  Il rifiuto

Durante la pre-adolescenza avrei voluto poter cancellare la mia diversità, poiché non accettavo il fatto che potesse essere un elemento costante nel mio rapporto con gli altri e desideravo intensamente passare inosservata per confondermi tra la folla. Ho iniziato quindi a concentrarmi sulla mia italianità, seguendo un percorso di assimilazione che mi spinse ad allontanare ogni legame con le mie origini africane e mi trasformò in quello che potrei definire ora un alter ego italiano di me stessa, in grado di rappresentare ciò che gli altri avrebbero voluto che fossi.

Fase 3: La presa di coscienza

Verso i diciotto anni, ho iniziato a viaggiare molto e a conoscere nuovi luoghi e nuove culture, ritrovandomi a scoprire man mano qualcosa in più sugli altri, ma soprattutto su me stessa. Con il tempo e la conoscenza ho imparato a sentirmi una cittadina del mondo e a rendermi conto che la mia italianità cominciava a starmi troppo stretta. Essa non riusciva, da sola, a definire quello che ero, a soddisfare la complessità delle mie esperienze, a ricostruire un vissuto multiculturale e plurilinguistico, a raccontare la mia storia in bilico tra due paesi lontani e il mio desiderio di vivere il mondo nella sua complessità. È a questo punto che emersero le infinite sfaccettature delle quali era composta la mia identità e sentii il bisogno di liberarmi dai condizionamenti esterni per intraprendere un viaggio verso l’autodeterminazione.

Fase 4: La ricerca

A circa vent’anni ho avuto una rivelazione scoprendo il movimento intellettuale della negritude. Questo è stato un bivio importantissimo che mi ha portato a una riscoperta dell’Africa e delle sue culture, a una rivalorizzazione della mia nerezza e a un crescente interesse verso le mie radici. Per molti anni non ho avuto il coraggio di recarmi in Costa d’Avorio perché la curiosità di scoprire il mio paese, e con lui la mia storia, conviveva con il timore di scoperchiare un’immensità di dubbi e insicurezze su me stessa. Mi chiedevo spesso se fossi veramente pronta ad accettare questa sfida, se sarei stata in grado di affrontare le emozioni di un ritorno alle radici, se le mie aspettative di una vita sarebbero state soddisfatte oppure tradite dalla realtà, se sarei riuscita a rincollare i pezzi e rimodellarmi su nuove basi, ancora più ricche e complesse rispetto al passato. Finché un giorno, dopo lunghe riflessioni e il ritorno di mio padre nel paese natio, presi la decisione di andare.

Fase 5: Il ritorno alle origini

Tre anni fa presi un aereo in direzione di Abidjan con un macigno nel cuore, ciò che avevo desiderato per così tanto tempo stava per realizzarsi, ma quale sarebbe stata la contropartita? Allora non sapevo rispondere a questa domanda, quindi mi buttai come in un lancio nel vuoto e fu come se il forte desiderio di completezza vincesse la grande paura di intraprendere questo grande salto verso l’ignoto.

Fase 6: La consapevolezza

Ed eccomi qui oggi, serenamente in equilibrio con le mie molteplici identità, ad un punto della mia vita in cui nessuna di esse prevarica l’altra, ma anzi coesistono le une con le altre. Non sono più la nera come mi intravedevo un tempo attraverso gli sguardi degli altri in Italia, né la bianca come alcuni vorrebbero stigmatizzarmi qui in Costa d’Avorio, sono sia l’una sia l’altra. Non accetto più di sottopormi a misurini di appartenenza culturale, non devo dimostrare più a nessuno di meritarmi la medaglia dell’italianità o dell’ivorianità, né sono alla ricerca dell’approvazione altrui.

Rappresento quella terza dimensione che la maggior parte delle persone, sia qui che lì, continua a tentare invano di intrappolare in sterili categozizzazioni attraverso presupposti fuorvianti basati sull’esclusione o sulla prevaricazione di un’identità rispetto all’altra. La mia identità è inclusiva, fluida e mutevole, abbraccia tutte le sfumature del mio io e, che lo vogliate o no, mi farà sentire a casa da una parte e dell’altra di questo emisfero.

Ritengo che il percorso fatto sia importante tanto quanto la meta raggiunta, poiché è fondamentale capire le difficoltà personali, oltre che sociali, e analizzare i conflitti interiori ai quali possono essere confrontati i giovani in possesso di un bagaglio multiculturale e multirazziale in Italia, al fine di accompagnarli e sostenerli nel raggiungimento di un equilibrio personale che consenta loro di capire con consapevolezza ciò che sono o vorrebbero diventare, senza che siano altri a stabilire entro quali limiti individuali e culturali debbano muoversi.

Il mio blog nasce nel 2013 proprio in linea con questa visione, nella speranza che le mie esperienze e il mio percorso potessero essere utili, da un lato, a chi si ritrovava a vivere sulla propria pelle le medesime esperienze, magari avendo la percezione di sentirsi meno solo, dall’altro, per dare visibilità al nostro vissuto di italiani afrodiscendenti facendo sentire la nostra voce che, come dimostra anche la guerra ideologica contro la modifica della legge sulla cittadinanza, sembra ancora afona nella società italiana.

E mentre in Italia, il razzismo istituzionale e sociale a cui stiamo assistendo negli ultimi anni porta avanti idee che delegittimano la nostra presenza in questo paese e sminuiscono la nostra appartenenza al suo bagaglio culturale, escludendo quindi la possibilità di possedere identità multiple come la mia poiché le nostre origini straniere sembrerebbero in contrasto con la nostra italianità; in Costa d’Avorio il nostro background multiculturale è percepito come una ricchezza utile ma anche invidiabile e noi, figli della diaspora, incarniamo il simbolo di quel bramato successo a cui aspirano molti giovani che ogni giorno s’imbarcano alla ricerca di un futuro migliore.

In entrambi i casi credo ci sia ancora molto lavoro da fare poiché non mi riconoscerò mai in rappresentazioni che tentano di dipingermi come marginale, né tantomeno come supereroe; mi ritrovo quindi a battermi attualmente su due fronti: quello italiano e quello ivoriano.

Nel primo caso, riesco a muovermi grazie ad internet e ai social network, i quali mi consentono di diffondere e condividere le mie riflessioni su tali tematiche, anche proponendo una nuova immagine positiva dell’Africa, nella speranza che gli afrodiscendenti, e non solo, capiscano l’importanza di riappropriarsi singolarmente delle proprie identità e siano collettivamente in grado di mostrare, con l’esempio concreto delle loro esperienze, il valore aggiunto che possono indubbiamente offrire a questo paese.

Nel secondo caso, mi muovo nella vita reale, cercando di utilizzare gli immensi privilegi che il mio passaporto italiano e la mia vita europea mi hanno offerto, come viaggiare, confrontarmi e scoprire, per raccontare il lato oscuro della migrazione cercando di ridimensionare l’immagine onirica dell’Europa, sostenendo l’importanza di individuare soluzioni alternative in loco e valorizzando il ruolo che noi giovani africani e della diaspora possiamo avere nel contribuire al cambiamento necessario del nostro continente.

In un caso e nell’altro, credo fermamente che saremo noi, giovani a cavallo tra mondi diversi, a trainare la trasformazione culturale e sociale necessaria ad abbattere le barriere fisiche ed ideologiche che non ci consentono ancora di apprezzare la ricchezza infinita e magnifica della diversità.

*Intervento scritto in occasione dell’evento “Sprigionando pensieri: dibattito su cultura, identità, migrazioni e antirazzismo” organizzato dal Comitato Ottobre Africano – Bologna (26-28 ottobre 2017).

Ambaradan e il conflitto identitario degli afrodiscendenti

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 Ci vuole il colore della pelle giusto persino per essere razzisti. Nelle vie periferiche della capitale possono nascere paradossi, come quello di Luca, un “black italian” fascista, che a dispetto delle sue origini si è dato allo squadrismo più ottuso e bigotto. Un paradosso destinato a scontrarsi, però, con quanto di bello e di vero possa esistere nello sguardo di un bambino, la sola speranza di futuro.

Questa è la presentazione del corto Ambaradan, vincitore del progetto MigrArti 2017 e presente al festival di Venezia, diretto da Paolo Negro e Amin Nour, con sceneggiatura di Mauro Cataleta e Alessio Partenopeo; una storia apparentemente surreale, ma che rispecchia invece una realtà ben più diffusa di quanto si possa immaginare.

Il corto è il risultato di un interessante lavoro di ricerca, fatto d’interviste e confronti con numerosi afrodiscendenti. Le loro scelte di vita ed esperienze sono state oggetto di lunghe riflessioni anche tra me e Amin nella fase embrionale del progetto. Quello che ne è emerso, e che viene splendidamente rappresentato nel corto, è la grande confusione identitaria di cui sono frequentemente vittime le persone di discendenza africana all’interno della società italiana, le quali hanno spesso grande difficoltà a trovare la loro collocazione in un ambiente che oscilla tra l’accettazione dell’individuo nella sfera intima e privata e il suo rifiuto nel panorama collettivo.

Tutta la storia ruota attorno a questo corto circuito nella rappresentazione dell’io del protagonista, Luca (interpretato da Germano Gentile), che non riesce a far coincidere il ruolo ricoperto all’interno della comunità ristretta, composta dalle persone con cui vive quotidianamente e dai luoghi che frequenta abitualmente, con il modo in cui è rappresentato e percepito dal mondo esterno alla sua area di confort.

In diverse scene, all’inizio e alla fine del corto, emerge l’impossibilità di combinare la sua nerezza con la sua italianità e questo rifiuto ideologico proviene non soltanto dalla comunità di “accoglienza”, quella italiana, ma anche da quella di “origine”, quella africana. L’africano che riemerge nei suoi ricordi in una delle scene iniziali e grida: “Sei nero e sei africano”, si sovrappone e si confonde con i suoi compagni di oggi che, verso la fine del corto, urlano al bambino in mare: “Non vogliamo neri italiani”.

Combattere quest’assunto diventa quindi una lotta interna a se stessi e, spesso, non si ha la forza o la capacità di vincerla. La soluzione che sembra più facile, ma che nasconde le più grandi insidie, è operare un distacco emotivo e percettivo dagli elementi problematici, ossia il colore della pelle e le proprie origini; creare una linea di demarcazione tra l’io e gli altri, ossia tutti coloro nei quali non ci si riconosce ma con i quali, al tempo stesso, si viene accomunati (immigrati, africani, stranieri, neri, etc.), in una sorta di rifiuto che allontani qualsiasi tipo di accostamento o immedesimazione.

Una dissociazione che sfocia nel risentimento e nell’intolleranza verso la parte di noi stessi che detestiamo e può prendere forme estreme, come nel caso di Luca, per il quale il demone si materializza nelle sembianze dei migranti, come all’inizio del corto, o del “kebbabaro maomettano”, contro i quali si accanisce verbalmente e fisicamente come in uno specchio riflesso. Quando si trova di fronte al giovane nero beneficiario di una casa popolare gli spunta in faccia e gli dice: “Fai schifo!”, ma è come se sputasse e parlasse a se stesso. Questo però lui non lo sa o, nel migliore dei casi, non vuole ancora ammetterlo.

Molto significativo in questo senso è il flash back di Luca bambino (Terry Okojie) che tenta di lavar via il suo colore e quando la mamma gli chiede: “Luca ti sei sporcato? Che stai facendo, mi spieghi?”, risponde: “Sto cercando di rimediare all’errore! Perché è sbagliato! È tutto sbagliato! Il nero è sbagliato! Io sono sbagliato! Perché? Perché?”.

È estremamente complicato riuscire a delineare un’immagine equilibrata di se stessi se si vive un profondo conflitto tra la propria apparenza, alla quale vengono quotidianamente associati stereotipi negativi e pregiudizi, e il proprio senso di appartenenza alla società che ti ha visto nascere e crescere, ma che in un certo qual modo ti rifiuta, non tanto rigettando te come singolo individuo, quanto piuttosto la diversità che ti porti dietro e che quindi cerchi di annullare.

Non è un caso infatti che questo razzismo interiorizzato, in grado persino di spingere un giovane ragazzo nero ad abbracciare gruppi e ideologie della destra estremista e xenofoba, sia molto più frequente tra gli afrodiscendenti che hanno vissuto un’esperienza di adozione interraziale come Luca, poiché negli ambienti in cui essi spesso si ritrovano a vivere, dove tra l’altro mancano punti di riferimento in cui riconoscersi e a cui ispirarsi, si tende a sottovalutare il peso delle conflittualità che possono emergere nel soggetto adottato rispetto alle proprie origini e alle differenze somatiche con la propria famiglia adottiva. È un po’ come se attorno a te tutti facessero finta che tu sia qualcuno che non sei, incolore agli occhi di chi ti vuole bene, fino al punto che anche tu inizi a crederci, privandoti di conseguenza degli strumenti e della consapevolezza necessari ad un confronto sano ed onesto con il mondo esterno che ti ricorda invece ogni giorno che sei nero e pertanto diverso.

Anche nel corto difatti, gli amici di una vita, i familiari, la gente del quartiere non rifiutano Luca in quanto tale, ma ciò che rappresenta ai loro occhi la sua nerezza, per questo motivo essa diventa un elemento secondario, trascurabile, quasi inesistente di cui nessuno parla o s’interessa. Il suo colore scompare e lui stesso lo rimuove, fino a quando Sabrina (Luisa Casasanta), la sorella del suo amico, lo mette di fronte alla dura realtà chiamandolo provocatoriamente “negro”, termine nel quale stenta a riconoscersi e al quale non riesce a controbattere.

A questo punto qualcosa sembra iniziare a smuoversi dentro di lui, ma sarà solamente il guardarsi attraverso gli occhi di un bambino a determinare, in una conclusione che esprime tutta la capacità romana di sdrammatizzare attraverso l’ironia, uno slancio finale di autodeterminazione: “Mbe’ ’o so’ io chi so’, il mio posto è tra voi e loro”, “Io so’ io, io so’ Luca!”.

 

 

 

Antirazzismo italiano, se ci sei batti un colpo!

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Dopo un’estate caldissima, in cui il termometro del razzismo e dell’intolleranza ha raggiunto temperature infuocate, a dimostrazione di come alcune ideologie non solo non siano state sradicate, ma anzi riemergano con una violenza inaudita sotto gli ombrelloni, nei resort, ai centri estivi e per le strade, ho deciso di fare un po’ il punto della situazione. Non credo sia utile concentrarci troppo sui vari episodi che si sono susseguiti negli ultimi mesi, anche perché ho l’impressione che pur volendo nessuno di noi abbia potuto sfuggire al bombardamento mediatico che ne è scaturito.

Quello che mi piacerebbe fare con voi è soprattutto analizzare le nostre responsabilità, ossia soffermarmi sugli errori che credo siano stati commessi, non tanto da chi ha pepetrato tali discriminazioni, quanto piuttosto da chi avrebbe dovuto fare in modo di contenerle e combatterle. Perché se da un lato è vero che la scena politica e i media si stanno impegnando con tutte le loro forze ad alimentare un clima generale di odio e frustrazione nei confronti della diverità, dall’altro lo è ancora di più il fatto che noi antirazzisti, individualmente o riuniti in associazioni, non siamo stati in grado di arginare questa deriva.

razzismo

Il panorama antirazzista italiano, come in molti altri paesi, è composto sostanzialmente da persone bianche che, nonostante siano o si dimostrino socialmente e politicamente impegnate, hanno spesso una visione distorta del problema e assumono atteggiamenti che possono risultare altrettanto pregiudizievoli alla causa che l’immobilismo, derivanti principalmente dalle difficoltà di immedesimarsi completamente nei panni di chi il razzismo lo subisce sulla propria pelle.

Questo perché il loro punto di osservazione parte da presupposti sbagliati e propone soluzioni pertanto inadeguate. Non è raro per una nera come me trovarsi a dover discutere con persone bianche che vorrebbero insegnarle cosa sia il razzismo; quali siano le situazioni, le frasi o i comportamenti che dovrebbe considerare accettabili oppure no; sentirsi accusare di vittimismo o di razzismo al contrario. Oltre ad essere un paradosso tragicomico, questa tendenza determina l’inconsistenza di un movimento che, seppur mosso da buone intenzioni, non è in grado di cogliere la sostanza del problema e costituire una barriera contro l’avanzare di odio e violenza, principalmente verbale, ma anche fattiva.

Com’è possibile che donne e uomini bianchi spinti da un interesse velleitario e spesso passeggero nei confronti della difesa dei neri, magari perché genitori di figli misti o adottivi, oppure in coppia con un/a nero/a, possano dettare le regole e porre le basi di una battaglia che non li implica in prima persona? I figli crescono e prendono la loro strada, le coppie si sfasciano e creano fratture, il coinvolgimento viene meno e il loro impegno è rivolto ad altre e più avvincenti iniziative. Non che ci sia niente di male a cambiare idea, solo gli stolti non lo fanno, ma quando si tratta di argomenti come questo è un po’ come giocare con la pelle e la vita degli altri, quindi scorretto e irrispettoso. Noi restiamo lì, sempre con il nostro colore appiccicato addosso, ma con un alleato in meno, riconfortati solo dal fatto che in fondo non sarà nemmeno una grande perdita.

trust meNon fraintendetemi, lungi da me sostenere che i bianchi non possano essere dei validi alleati, tuttavia, ritengo che il loro intervento dovrebbe essere ausiliario e non trainante. Dovrebbero essere loro ad adeguarsi alle nostre posizioni, a fare lo sforzo di comprendere le nostre ragioni ed emozioni, non imporre una visione delle cose che si dimostra anni luce lontana dal nostro vivere e sentire quotidiano.

Allora poi mi chiedo: “E i neri dove sono nel frattempo?”. Eh, bella domanda! Una buona parte di loro è troppo impegnata a farsi accettare e riconoscere come vero italiano da non sentirsi neanche troppo toccata da quel che succede intorno. Nel senso che il desiderio di mimetizzarsi con la massa e passare il più possibile inosservati distoglie anche in questo caso l’attenzione da un problema reale che dovrebbe essere condiviso, spingendo molte persone a focalizzarsi sull’individualità, ossia sulla propria capacità di riuscire a trovare il proprio spazio vitale in una società alquanto ostile.

Esiste un timore frequente e spesso inconsapevole di risultare troppo provocatori, di essere considerati come dei disturbatori sociali perché l’idea generale è che l’Italia ci faccia quasi un favore ad accoglierci (poi accettarci è un’altra cosa), quindi figuriamoci se possiamo permetterci di levare la voce e gridare al mondo che l’Italia è un paese profondamente razzista che discrimina i suoi figli indesiderati! Quindi accettiamo che siano gli altri a dirci fino a che punto sia legittimo spingerci per rivendicare i nostri diritti, lasciamo che siano i bianchi antirazzisti a dirci cosa sia giusto o sbagliato, fino al punto di fare nostre le loro posizioni.

Con l’amo del ti concedo-non ti concedo la cittadinanza, ad esempio, si è creata una situazione quasi di ricatto morale che impone un silenzio su tutto quello che appare secondario alle questioni di diritto, come le discriminazioni in base al colore della pelle o alla religione. In molte occasioni ho sottolineato la necessità di far coincidere gli sforzi per un riconoscimento legale delle seconde generazioni con altrettanti sforzi di tipo sociale, nonché culturale, perché la garanzia di essere ufficialmente cittadini italiani non implica di per sé un cambiamento automatico di quella mentalità che ci vorrebbe tutti stranieri e indegni di essere italiani, senza tuttavia alcuna reazione positiva, anzi. Di contro, la realtà ha dimostrato che gli accaniti oppositori dello ius soli hanno giocato sporco proprio sull’immaginario collettivo che non vuole italiani neri, né mussulmani, solleticando quindi il risentimento razzista e islamofobo dell’opinione pubblica, trascurando inoltre il fatto che la norma riguarderebbe in realtà tanti giovani di origini, carnagioni e culture molto più diversificate. In un certo senso è come se ci fossimo fatti un autogol pazzesco, fallendo proprio su uno degli aspetti che dovrebbe essere tra i nostri punti di forza: la diversità.

È innegabile che negli ultimi anni ci sia stata un’esplosione di progetti e gruppi nei settori e dagli obiettivi più disparati che hanno come protagonisti giovani afroitaliani e africani di prima generazione e credo sia un segnale molto importante ed estremamente positivo che dimostri la voglia e la necessità di esprimersi e autodefinirsi. Tuttavia, sebbene molti di essi non intendano assumere una connotazione politica o una missione dichiaratamente antirazzista, credo che siamo giunti a un punto in cui dovremmo tutti impegnarci a fare fronte comune contro la tendenza razzista e xenofoba che si sta delineando nel nostro paese.

1496160358083_1496160420.jpg--il_festival_antirazzista_che_fa_razzismo_contro_gli_uomini_bianchi.jpgProbabilmente noi della vecchia guardia, quarantenni e ultra trentenni di seconda generazione molti dei quali emigrati altrove, dovremmo assumerci la responsabilità di aver lasciato soli a combattere sul campo i più giovani, evidentemente non ancora maturi per sobbarcarsi il peso di questa battaglia. In nostra difesa posso solo dire che, in quanto apri piste e dopo aver combattuto per decenni in condizioni d’isolamento sociale e anche personale su tutti gli aspetti che toccavano le questioni identitarie e razziali, abbiamo sventolato bandiera bianca di fronte ai mulini a vento di questo paese. Non per rassegnazione, perché alla fine siamo ancor qui a parlarne, ma per sfinimento, perché ci siamo resi conto che lottare in solitario come siamo stati costretti a fare per decenni non porterà mai a un vero cambiamento. Non siamo stati abituati a strutturarci in gruppi e organizzazioni, sempre troppo pochi e sparpagliati per riuscire a creare un qualcosa che somigliasse anche lontanamente a un movimento, soprattuto perché cresciuti lontani da strumenti come internet e i social network, in grado di facilitare legami e incontri d’idee anche a distanza.

Dal canto loro, i più giovani sono cresciuti in un mondo già globalizzato, lontani dall’isolamento che noi altri abbiamo vissuto, riuscendo a sentirsi senza troppe difficoltà parte integrante di un’Italia esteticamente multicolore. Il fatto di conquistare pian piano il loro spazio nella società e non sentirsi più “unici nella diversità” fa si che i casi di discriminazione siano percepiti non solo dagli altri, ma anche da loro stessi, come eccezioni insignificanti alle quali non bisogna dar peso. È il caso ad esempio di diversi giovani che durante l’estate sono stati offesi o rifiutati sul luogo di lavoro a causa del loro colore, ma si sono poi limitati a esternare la loro delusione sui media senza intraprendere agguerrite, sebbene impopolari, azioni legali per discriminazione razziale.

Come mai nessun movimento, associazione o gruppo di afrodiscendenti o antirazzisti è intervenuto pubblicamente in loro difesa o a loro sostegno facendo rumore e scalpore? Cosa aspettiamo che accada per uscire allo scoperto e far sentire la nostra voce?

Sarebbe il caso di unire tutte le nostre forze e saper conciliare la consapevolezza che l’età e le esperienze hanno dato a noi vecchie generazioni con l’entusiasmo di cui danno quotidianamente prova le nuove, accorciando quell’abisso comunicativo e concettuale che sembra allontanarci e nel quale la riflessione resta troppo spesso in bilico tra la leggerezza dei più giovani (che non ha nulla a che vedere con la superficialità) e la rigidità di noi adulti.

Probabilmente, solo quando riusciremo a trovare una mediazione tra questi due approcci e a ridefinire argomentazioni e strategie a noi proprie saremo in grado di ritrovarci insieme per poter dar vita a quello che potremmo definire un vero antirazzismo italiano, pragmatico e consapevole, che sappia dar voce alle nostre instane senza suggeritori, né intermediari, l’unico realmente in grado di dare la scossa necessaria a questo paese!

 

 

 

Un viaggio lungo una vita che ha il sapore di libertà

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Sono passati esattamente tre anni da quando ho deciso di immergermi nelle mie radici africane, un tempo che è trascorso in fretta, senza quasi rendermene conto.

Sono partita con una voglia immensa di scoprire, conoscere e ascoltare, ma non dimenticherò mai il senso di incertezza che mi ha accompagnato per mesi prima di questo viaggio potenzialmente definitivo. Non era paura, ma una sorta di eccitazione accompagnata a tratti da fremiti di insicurezza, un po’ come trovarsi ai bordi di una falesia alta 20 metri ed essere sul punto di tuffarsi nel blu profondo del mare da un’altezza che ti fa mancare il fiato. L’idea di saltare nel vuoto produce adrenalina pura, ma anche un peso insostenibile allo stomaco; poi salti e provi un senso di libertà che vorresti rivivere ancora e ancora.

È con questo senso di libertà che mi sono ritrovata a sorvolare i cieli sopra Abidjan, in una notte limpida ed eccezionale, dopo aver pianto lacrime di gioia per aver trovato il coraggio di lanciarmi in questa avventura, di tristezza pensando alla mia vita precedente che di lì a poco sarebbe diventata un’esistenza lontana circa 5.000 chilometri.

abidjan

Chi ha vissuto l’esperienza della migrazione sa benissimo di cosa parlo, quello che invece forse ha una valenza per me speciale è il peso emotivo che unisce il mio punto di partenza a quello di arrivo. Sono tanti i motivi per i quali si decide di lasciare la propria terra per mettersi alla prova altrove e molte le ragioni che incidono sulla scelta di una destinazione privilegiata rispetto a tante altre potenziali, nel mio caso, tutto era legato a un bisogno interiore, ossia riappropriarmi della mia complessità.

Attribuiamo spesso una connotazione negativa a questa parola e tendiamo ad associarla ad idee come complicazioni e problematicità. Io preferisco considerarla come una condizione che va oltre la linearità, un intreccio multi sfaccettato e mutevole che racchiude in sé elementi apparentemente distanti e opposti, i quali, nonostante questo, convivono fondendosi in un unico insieme.

passaportiQuesta sono io, questa è la mia identità. Quando mi chiedono se mi sento più italiana o più ivoriana, mi rendo conto di quanto sia difficile per gli altri comprendere queste dinamiche identitarie così intime e personali, poiché già la domanda in sé implica una scelta, presuppone un’esclusione o una predominanza, elimina la possibilità di una complementarità che invece è oggi alla base della mia percezione di me stessa.

Avevo bisogno di questo viaggio proprio per questo, per raggiungere un equilibrio che in Italia sarebbe stato impossibile, a causa di un gioco socio-psicologico che spinge molti misti a dover sempre dimostrare il proprio tasso di italianità. Perché per quanto ci si possa sforzare di mantenere viva anche l’altra metà (ed è già una ricchezza di cui non tutti possono beneficiare), si ha la tendenza, anche inconsapevolmente, a renderla silenziosa, assopita, celata. L’Italia per me, da questo punto di vista, con la sua mentalità provinciale e la sua chiusura sistematica nei confronti di tutto ciò che esce dall’ordinario, è sempre stata come una gabbia invisibile all’interno della quale non ho mai smesso di dibattermi.

Dopo tre anni in Costa d’Avorio, oltre ad aver imparato tantissime cose che mi hanno permesso di osservare il mondo e la vita con nuove prospettive, posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo principale e di aver finalmente trovato quell’equilibrio che mi consente di vivere liberamente la mia “mixité”. È stato un lavoro interiore in primis al quale però ha contribuito il fatto di ritrovarmi in una comunità aperta ed accogliente che ha facilitato e accompagnato il mio percorso introspettivo come mai era successo fino ad ora.

Infatti, nonostante sia evidente a tutti che non sia cresciuta qui in Costa d’Avorio e la mia carnagione chiara lasci subito intendere che perlomeno il 50% del mio sangue sia bianco, la maggior parte delle persone non mette in dubbio la mia ivorianità, né da un punto di vista sociale, né legale. La mia diversità è accettata come una cosa normale e non è il metro di giudizio sul quale si basa la mia appartenenza a questa comunità, perché è evidente a tutti che la mia esperienza di vita non mi consentirà mai di pensare e comportarmi come un ivoriano medio, ma che problema c’è? A quanto pare nessuno! Anzi, il fatto che dopo tanti anni vissuti in Europa io sia riuscita ad inserirmi completamente nel tessuto sociale e culturale del posto, trovando la mia personale chiave di lettura, genera stima e rispetto reciproci. Nessuno pretende che io sia ciò che non sono, quindi la mia parte ivoriana è felice di essere ritornata a casa e quella italiana è libera di esprimersi e prosperare anche al di fuori dei suoi confini geografici.

Inoltre, per la prima volta nella mia vita, l’identità mista della quale sono ereditaria è stata riconosciuta anche da un punto di vista professionale come un valore aggiunto. In effetti, ho criticato per anni l’incapacità dell’Italia di rendersi conto delle potenzialità delle seconde generazioni, anche da un punto di vista economico, quando invece altrove hanno saputo trasformare questa ricchezza in opportunità. Adoro il mio lavoro soprattutto per questo, perché mi ritrovo a svolgere un ruolo di intermediaria tra i due mondi cui appartengo e vedo finalmente riconosciuto il giusto valore alla diversità, che diventa una risorsa e prevale sulla chiusura mentale di voler a tutti i costi incasellare o semplificare il vissuto e l’identità di un individuo.

Ero partita con l’intento di non avere aspettative per evitare che potessero essere deluse, mi ero imposta di vivere questa esperienza con lo spirito di una bambina che osserva e ascolta senza pregiudizi perché ha ancora tutto da scoprire e da imparare, sapevo che sarebbe stata un’esperienza profonda e intensa, ma oggi, ancor più di allora, mi rendo conto di quanto fosse necessaria.

Per questo motivo mi sento di consigliare a tutti i misti che leggeranno questo post, anche se per ora credono di non sentirne il bisogno, di lasciare sempre uno spiraglio aperto alla metà che resta nell’ombra, perché anche se non si vede c’è e prima o poi probabilmente scalpiterà per venire alla luce. Consentitele di uscire fuori allo scoperto e siate pronti ad accoglierla quando e se questo avverrà.

E voi, genitori di figli misti, non mettete la testa sotto la sabbia pensando che vostro figlio sia “molto più italiano” perché potrebbe un giorno sentirsi imprigionato in questa semplificazione e ritrovarsi solo e senza strumenti a fronteggiare una complessità che non saprete neanche voi come gestire. Accompagnatelo e aiutatelo a mantenere vivo il legame con le sue origini e magari anche lui un giorno deciderà di spiccare il volo alla ricerca delle proprie radici, perché come dice un proverbio cinese: “Vi sono due cose durevoli che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali”!

 

 

Siamo italiani, IUS SOLI punto e basta!

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ius soli

Quando penso alla mia città vedo Roma, nonostante abbia deciso di vivere altrove e mi piaccia considerarmi una cittadina del mondo. Ho avuto la fortuna di poter vivere all’estero in diversi paesi, di viaggiare parecchio in Europa e in altri continenti, ma quando mi chiedono di dove sei, rispondo di Monteverde.

Ho frequentato le elementari, le medie e le superiori nel mio quartiere, a cinque minuti a piedi da casa, e quando rientro per le vacanze mi sembra di non essere mai partita. Maurizio della pizza al taglio, la vecchietta del tabacchi, la signora della farmacia, quella della cartoleria, la ragazza dell’erboristeria, il gestore della ristorante e i vicini nel palazzo di mamma che mi chiedono come va la vita, non mi vedono da tanto tempo, ma sono una figlia del quartiere. Tutti i monteverdini sanno che non  c’è un posto più verde di questo: a due passi da Villa Pamphili dove portavo a spasso il cane, a cinque da Villa Sciarra dove ricordo le passeggiate con mia nonna, a dieci dal Gianicolo dove passavo le serate con gli amici seduta a cazzeggiare guardando la magnificenza della mia città.

Ripenso ai viaggi sul 44 per raggiungere il centro o Trastevere, dove mia mamma insegnava tutte le mattine e mi portava talvolta con sé a fare la spesa al mercatino di Piazza San Cosimato, tanti ricordi in questo quartiere che mi ha visto crescere da bambina ed accolto qualche anno dopo nelle serate di festa, tra le piazze quando mancavano i soldi e condividevamo una bella Peroni sulle scalette di Piazza Trilussa o al San Calisto, nei pub quando le tasche erano un po’ più piene.

Penso agli anni delle tag e dei graffiti con gli amici di Montagnola, quelli della musica tecno al centro sociale Pirateria di Ostiense, degli studi all’Univerità di Roma 3 e dei pomeriggi al parchetto degli aranci. Il Circo, i Fori, il Forte, la Strada, questi ed altri luoghi che hanno segnato la mia adolescenza, il mio percorso di giovane donna, tra amici e conoscenti, crisi esistenziali e successi personali, lotte e manifestazioni, pianti e risate, abbandoni e conquiste, dubbi e certezze. La vita insomma…

Senza dimenticare il Trullo, cornice popolare dei successi e delle delusioni sportive che mi hanno portato ad indossare la maglia n. 5 della Nazionale giovanile di basket, accompagnata da quella sensazione di orgoglio che si prova nel dare il 100% per la propria squadra e il proprio paese, nonostante già a 15 anni non mancassero le offese di genitori e tifosi per il colore della pelle.

Questa pelle scura, forse un po’ troppo per alcuni, che rivela un’origine straniera, talvolta estranea, a chi vuole trovare il pelo nell’uovo. Fortunatamente, grazie alla mia mamma italiana, ho avuto il privilegio di essere legalmente considerata una cittadina italiana, con tutti i doveri e diritti che questo comporta.

Certo, sono sempre stata un po’ diversa dagli altri: quando andava di moda Eins, Zwei, Polizei e tutti ballavano facendo il saluto fascista non mi divertivo alle feste, quando passavano “vorrei la pelle nera” di Nino Ferrer e tutti mi guardavano con quel sorrisetto che lasciava intendere “questa è per te!” li avrei sbattuti tutti al muro con un’onda sismica, o quando mi dicevano che i miei risultati sportivi erano merito del mio colore (e non delle decine di ore passate ad allenarmi 7 giorni su 7, 12 mesi su 12) li avrei gettati in una miniera di carbone, ma a parte questo chi avrebbe il coraggio di dire che non sono romana de Roma, anzi Monteverdina doc?

italia-sono-anchioNon sono certo qui a tessere le lodi della mia vita, ma vorrei portare una testimonianza in favore di tutti coloro che ancora oggi sono considerati cittadini di serie B. Tutti i fratelli e le sorelle che, pur essendo nati e cresciuti in Italia, avendo vissuto esperienze magari simili alla mia, sentendosi italiani per il loro vissuto in questo paese, devono ancora battersi per veder riconosciuto loro un diritto fondamentale come quello della cittadinanza. Non potranno mai giocare in Nazionale pure fossero dei talenti stratosferici e non potranno mai viaggiare liberamente alla ricerca dei propri sogni come ho fatto io.

L’identità si crea giorno dopo giorno sulla base delle nostre esperienze e non solo delle nostre origini, vivere e crescere in Italia ci fa sentire italiani. Con la testa e con il cuore apparteniamo a questo paese che vi piaccia o no!

 

Coloschiavismo – Parte II: il profitto

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Qualche anno fa avrei attribuito gli atteggiamenti di alcuni all’ignoranza, mi sarei detta che in fondo certe persone parlano di cose che non conoscono e le avrei invitate a seguirmi qui, in Costa d’Avorio, per qualche mese, giusto per mostrare loro come vivono le persone che fuggono alla ricerca di una vita migliore.

Oggi, dopo anni che vivo in questo paese penso che l’ignoranza sia una bella scusa e che la spiegazione risieda in un’assenza completa di empatia, in un’avarizia senza scrupoli e in un’abbondante senso di superiorità, gli unici veri elementi che accomunano la cultura dei nostri paesi europei, molto più delle radici cattoliche, dell’euro e del trattato di Schengen.

Mi riferisco a tutte quelle persone che, in maniera sempre più diretta, negano la libertà di alcuni a fuggire da violenze e miserie, sminuendo il peso delle loro sofferenze, e giudicano quelle vite indegne di condividere con loro luoghi e momenti, come se il tempo e lo spazio fossero un privilegio esclusivo nelle mani di chi vive nel benessere.

Recentemente ho sentito persone dire di voler essere trattate da privilegiati come i profughi o i migranti. Wooow, dei privilegiati? Questa è da guinness dei primati per la frase più ottusa del secolo. Ma veramente una persona sana di mente può ritenersi più sfigata di un profugo o di un migrante? Cioè, ripigliamoci gente!

L’ignoranza non c’entra un fico secco. Conosco tanti italiani qui ad Abidjan che hanno la fortuna, se così posso definirla, di vivere a contatto con la realtà dalla quale fuggono molti migranti. Nonostante osservino tutto attraverso i filtri di protezione dovuti al loro status sociale, quindi al fatto di essere dei bianchi occidentali benestanti, non serve un grande spirito di osservazione per rendersi conto delle disuguaglianze sociali e delle condizioni di vita impossibili per alcune categorie di persone.

Sono sotto gli occhi di tutti le baracche con i tetti in lamiera accanto alle discariche a cielo aperto annidate alle spalle dei bei quartieri residenziali dove loro vivono in grandi e moderni palazzi – costruiti da manovali sottopagati, che lavorano per 12 ore al giorno senza alcuna protezione di sicurezza, con un caldo umido che non ti fa nemmeno respirare – e sapendo che è da lì che provengono i loro domestici con le scarpe bucate e i vestiti consunti a cui danno un salario da miseria.

Tutti loro, almeno una volta, sono passati barricati nei loro SUV superinquinanti per le strade periferiche cosparse di fango durante il periodo delle piogge, osservando giovani che combattono contro la melma per spingere a mani nude dei carretti carichi di tonnellate di merci da consegnare; donne sedute a terra nel lerciume accanto a mucchi di pesce e verdure maleodoranti da vendere; bambini che giocano a calcio, tra un rivolo contaminato e un canale di scolo puzzolente, con le scarpette di gomma con le quali noi camminavamo da bambini sugli scogli per proteggere i nostri piedini delicati.

Ogni giorno vedono gente che farebbe di tutto per uscire da quella povertà e loro sanno benissimo di rappresentare il miraggio di una vita fortunata che probabilmente agli altri non apparterrà mai. Non sto parlando di italiani ricchi, ma degli italiani in Africa, ossia di quelle persone appartenenti alla classe media che, nella maggior parte dei casi, sono venute a lavorare qui esclusivamente per questioni economiche perché, in linea di massima, un espatriato nei paesi del terzo mondo guadagna almeno il triplo che in Italia.

Sono loro i coloni del nuovo millennio. E infatti, da bravi burini arricchiti quali sono, loro che non contavano un cazzo da dove sono venuti, si ritrovano catapultati in un ruolo che non gli appartiene, circondati da una servitù proletaria che fa scattare quel senso di frustrazione sociale covato per anni. Con le dovute eccezioni del caso, questi personaggi, come i vecchi padroni bianchi di un tempo, lasciano dietro di sé una scia di umiliazioni verbali, sottomissioni psicologiche, denigrazioni personali e offese di stampo razziale.

Quando poi tornano in patria, sono i primi a lamentarsi dell’invasione e a notare come tutto sia cambiato in loro assenza. Non sono più padroni a casa loro, sostengono, e il loro senso di frustrazione, per qualche tempo appagato nel soggiorno in Expatryland, riemerge ancora più violento. Per un breve istante hanno assaporato l’ebbrezza del loro comando e della sudditanza altrui e ora ritornano ad essere insignificanti. Fortunatamente per loro il capro espiatorio è nell’ovile e la pecora si camuffa in leone con l’agnello.

Nel frattempo, e in ritardo cronico come sempre, gli imprenditori italiani stanno scoprendo le opportunità offerte da un mercato in piena espansione con 1 miliardo di potenziali consumatori come quello africano. Il Pil di alcuni paesi è esploso, la mano d’opera non costa nulla, i governi stendono tappeti rossi agli investitori stranieri e con la corruzione non esistono praticamente regole che non possano essere infrante.

È il paradiso per quegli imprenditori taccagni che ben conosciamo, quelli che in Italia assumono i lavoratori in nero, evadono le tasse, se ne sbattono dei diritti e tirano avanti con la concorrenza sleale. L’isola felice per chi si dedica ai traffici illeciti ed è pieno di soldi sporchi da ripulire. Il paese dei balocchi per le grandi aziende che delocalizzano risparmiando risorse e incrementando i loro benefici, perché tanto il salario minimo garantito è di circa 90 euro/mese (60.000 FCFA) e chi se ne frega se è ben al disotto del costo effettivo della vita, tanto c’è una fame di lavoro tale che la gente da sfruttare abbonda!

diamantiPer non parlare delle aziende agricole che, giocando sulle difficoltà dei coltivatori locali, sottraggono le terre coltivabili per produrre caffè, cacao, olio di palma e caucciù in quantità industriali, rubando spazi utili all’agricoltura locale, distruggendo le capacità produttive dei suoli e costringendo i villaggi a fronteggiare la penuria dei beni di prima necessità. O le compagnie energetiche e minerarie che, se da un lato offrono il loro sostegno economico per fronteggiare i danni ecologici provocati dai cambiamenti climatici, dall’altro, chiedono in cambio di poter trivellare le acque e i suoli alla ricerca di risorse naturali, come se la sopravvivenza delle persone che vi abitano fosse una merce di scambio per i loro profitti. coltan

Fortunatamente però poi arrivano le ONG, che hanno l’obiettivo di salvare l’Africa. Organizzano programmi di formazione per offrire alle aziende gente sottopagata, ma perlomeno specializzata; sensibilizzano le persone alla sostenibilità ambientale, tanto poi ci pensano le aziende straniere ad inquinare le falde acquifere; realizzano un progetto qua e uno  là per tamponare i danni strutturali di un sistema da cui loro stesse traggono la loro ragion d’essere; ma comunque fanno del bene, quindi ben vengano!

In questo scenario, è come se l’Africa fosse una terra liberatoria, dove ci si può permettere, e ci si sente liberi di farlo, tutto ciò che in Occidente sarebbe inconcepibile. Se questo in passato era possibile grazie al controllo diretto delle potenze straniere sui territori e sui cittadini locali, oggi, grazie alla globalizzazione, il furto delle terre, il saccheggio delle risorse e lo sfruttamento delle popolazioni vengono fatti passare per sviluppo economico perché un paese africano con tanti investitori stranieri come la Costa d’Avorio offre un’immagine di successo e di stabilità a livello internazionale. Tuttavia, come ai tempi coloniali, pare che gli enormi guadagni e i numerosi vantaggi siano ad esclusivo beneficio degli stranieri e dei locali corrotti, ma non diciamolo alla gente, perché qualcuno magari un giorno potrebbe pure sentirsi in colpa.

Mi piacerebbe che tutte le persone che non si stancano mai di dire: “aiutiamoli a casa loro”, tenessero conto di tutto questo prima di aprire bocca la prossima volta. Perché non c’è niente da fare, pure se stride alle vostre orecchie, la verità è che continuiamo ad essere responsabili della miseria di questo Continente e allo stesso tempo siamo convinti del fatto che senza di noi esso non possa essere salvato. Sembriamo i serial killer di Criminal Minds che dopo aver strangolato la vittima fino quasi all’asfissia, la rianimano per continuare a torturarla e godere di quel senso di potere che deriva dal disporre della vita e della morte di un essere umano, ma in questo caso parliamo di milioni.

Se l’unica conseguenza negativa di questo nostro agire è dover accogliere qualche migliaio di profughi e migranti, non dovremmo neanche troppo lamentarci perché rispetto alle nostre colpe direi che alla fine ci è andata pure di gran lusso!