Coloschiavismo – Parte I: la tratta

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Pare che un numero sempre più alto di ivoriani si avventuri sui barconi per giungere in Europa ed io mi chiedo come sia possibile.

Com’è possibile che un paese come la Costa d’Avorio che è stato per decenni il fiore all’occhiello dell’Africa occidentale sia diventato un luogo da cui migliaia di persone vogliono fuggire.

Com’è possibile che un paese in pieno sviluppo economico, con una crescita del PIL dell’8,5% negli ultimi tre anni non sia in grado di migliorare le condizioni di vita della propria gente.

Com’è possibile che un paese letteralmente gremito di europei, cinesi e arabi che investono, costruiscono, si arricchiscono a vista d’occhio non riesca a garantire un lavoro decoroso e ben pagato ai suoi giovani.

Com’è possibile?

Qualcuno sostiene che sia colpa della crisi post-elettorale (eufemismo per definire la guerra civile) che ha colpito il paese nel recente passato, riportando l’orologio indietro di almeno vent’anni, ma proprio dopo che l’Italia ha firmato accordi anti-immigrazione con la Libia, ho avuto un’illuminazione. Non che non avessi già da tempo considerato alcune delle riflessioni che condividerò con voi in questo e nei prossimi due post, ma solamente ora tutto appare ai miei occhi molto più nitido e strutturato.

Mi piacerebbe accompagnarvi in un viaggio lungo qualche secolo solo per mostrarvi come, secondo me, siamo giunti oggi a ciò che definisco Coloschiavismo, ossia un sistema socio-politico che unisce spinte economiche neocolonialiste a una struttura schiavista 2.0.

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State tranquilli, non ho intenzione di annoiarvi con sommari riassunti storici che potreste trovare nel bignami di successo “La storia del mondo in 10 secondi” ispirato alle analisi lampo di Donald “comelafacciosemplice” Trump; né con strampalate speculazioni finanziarie che farebbero impallidire i broker della Borsetta di nonna a Piazza Affari; o teorie complottiste degne dei migliori spioni dell’agenzia super segreta CIAone Italy; ma vorrei piuttosto spingervi, attraverso alcune considerazioni, a osservare da un’altra prospettiva ciò che accade oggi in questa parte del sud del mondo e, di conseguenza, nella vostra lassù più a nord.

Quando si parla di schiavitù le prime immagini che appaiono nella mente della maggior parte delle persone sono l’Africa, le navi negriere, le catene e le piantagioni. Qualcuno arriva fino al punto di immaginare le razzie nei villaggi; le famiglie smembrate e trucidate tra le urla di terrore dei bambini e i pianti di disperazione delle madri; le persone incatenate e stipate come bestiame nei grandi vascelli, molte delle quali morte di stenti e malattie ancor prima di raggiungere le coste del vecchio e del nuovo mondo per lavorare la terra e servire i loro padroni dietro atroci violenze. Solo in pochi invece riescono a immedesimarsi nelle sofferenze fisiche e psichiche di cui sono stati vittime quegli esseri umani e a sentire il peso morale delle umiliazioni disumanizzanti che hanno dovuto patire per secoli loro e i loro discendenti.

Sembra un ricordo sbiadito che resta vivo solo nell’animo di chi si sente successore di quel triste passato. Un passato di cui difficilmente si riesce a parlare onestamente in Occidente e di cui nessuno sembra voler ammettere le colpe. Nessun revisionismo storico e nessuna commemorazione ufficiale alla presenza dei grandi capi di Stato nel giorno della memoria (che sì, esiste pure per la schiavitù!), come se i responsabili materiali e morali dovessero pian piano scomparire da questa triste pagina offuscata della storia. Tuttavia, mentre negli Stati Uniti la realtà attuale impone una riflessione continua, seppure nebulosa, sulle conseguenze socioculturali derivanti dalla schiavitù e dalle successive discriminazioni razziali, l’Europa e in particolare l’Italia, hanno tendenza a dissociarsi completamente da quegli eventi e rifiutano anche solo l’idea di una qualsiasi responsabilità, per quanto marginale, in secoli di barbarie.

Oggi gli schiavi non esistono più, o meglio, gli unici rimasti sembrerebbero essere coloro che senza troppo clamore né indignazione vengono tuttora sfruttati in posti come la Mauritania e i paesi del Golfo (tra l’altro amici dell’Occidente!), ma in tutti gli altri casi di sfruttamento preferiamo utilizzare termini meno rievocativi come migranti o rifugiati.

Quando si parla d’immigrazione massiccia le immagini che subito balzano agli occhi dei più sono l’Africa, i barconi, gli ingressi illegali e le piantagioni. I vascelli si trasformano in pescherecci e gommoni che affondano al largo delle nostre acque lasciando uno stuolo di corpi rigonfi sulle coste della penisola; le catene sono sostituite dall’assenza di documenti o titoli di permanenza temporanea senza i quali si finisce rinchiusi in centri di riconoscimento e detenzione dove il rispetto dei diritti umani è un concetto privo di qualsiasi senso; il sudore che un tempo colava sulle piante di tabacco e cotone ora gocciola nelle casse piene di agrumi e pomodori che finiranno sulle nostre tavole imbandite.

Ma nessuno li obbliga a partire, direte voi. In un certo senso è vero, ognuno di loro decide di mettere a repentaglio la propria vita senza una costrizione apparente, ma guerra e miseria dalle quali fuggono non posso certo essere considerate come alternative di vita. Chi sceglierebbe mai di rassegnarsi a un destino simile? La libertà di scelta entra in gioco quando le opzioni disponibili sono tutte più o meno praticabili, ma se ti dicessero di scegliere tra una morte sicura a causa di una bomba o dell’assenza di risorse per il tuo sostentamento e una possibilità, anche minima, di sopravvivenza credo che la risposta sarebbe obbligata.

Ed è proprio questa scelta obbligata che mi porta ad accomunare le migrazioni di massa a una sorta di deportazione forzata. È qui che si trova la vera insidia, il nodo cruciale che andrebbe sgrovigliato per comprendere e analizzare tale fenomeno con onestà intellettuale.

Un tempo gli avventurieri, sotto l’effige di sovrani e ricchi signori, organizzavano spedizioni di conquista nelle terre africane, ottenevano con l’astuzia o con la forza il sostegno dei capi e degli anziani dei villaggi, compravano la lealtà dei doppiogiochisti autoctoni e ripartivano carichi di beni preziosi ed esseri umani da rivendere al miglior offerente, guadagnandosi persino il titolo di eroi e uno spazio nei nostri libri di storia.

Oggi esiste la comunità internazionale, dietro la quale si celano i nostri potenti governi, che s’insinua nelle scelte politiche ed economiche dei paesi africani, crea le condizioni per intervenire militarmente a sostegno di favorevoli capi di governo corrotti e sempre riconoscenti, approfitta della propria influenza per sfruttare le risorse naturali e umane locali con enormi introiti economici facendosi persino baluardo di democrazia e sviluppo dei quali tutti dovremmo essere grati.

Ora come allora, ci introduciamo con forza e prepotenza nella vita di migliaia di persone, stuzzicando l’ingordigia nei nostri burattini al potere, senza renderci conto che siamo andati troppo lontano e stiamo perdendo il controllo. Mentre la nostra visione degli africani è rimasta la stessa di quando li consideravamo dei selvaggi da sfruttare prima e da educare poi, loro, gli africani, hanno capito bene le regole del gioco e finalmente rivendicano la loro manche nella partita.

Nonostante sia ancora difficile per loro influenzare le decisioni prese nelle grandi stanze del potere, cacciare governanti illegittimi con amici internazionali troppo potenti, rivendicare apertamente diritti e ribellarsi esplicitamente ai soprusi, le nuove generazioni non hanno più paura del dominio assoluto dell’uomo bianco, hanno smesso di guardarlo con gli occhi di sudditi obbedienti e mansueti disposti a vivere nell’intestino dell’occidente, dove quello che resta sono solo le feci maleodoranti di una ricca abbuffata che si consuma altrove.

Questa è la differenza rispetto al passato. In tutti questi secoli, nonostante i tanti tentativi di sottomissione psicologica e culturale, che sotto alcuni aspetti hanno anche dato i loro frutti, gli africani hanno tenuto in vita la loro dignità e, allo stesso tempo, si sono armati di nuovo coraggio per rivendicare ciò che appartiene loro, come a ogni altro essere umano, ossia il diritto di vivere dignitosamente. E se questo non è possibile nelle loro terre arpionate da predatori senza scrupoli manipolati a distanza dal primo mondo, l’unica alternativa rimane raggiungere la culla del benessere.

Detto questo, è troppo facile dire che non li vogliamo senza voler però rinunciare ai benefici che da loro traiamo. Se intendiamo veramente sostenere questa a gente a casa loro, liberiamo la loro casa che ancora occupiamo abusivamente, restituiamone loro le chiavi e lasciamoli liberi di ricostruire una nuova dimora fatta a loro immagine. Cancelliamo dalla nostra testa l’idea di doverli aiutare o salvare, loro sono già pronti per il cambiamento, hanno solo bisogno che, almeno per una volta dopo tutti questi secoli, li consideriamo nostri pari, in grado di essere padroni del proprio destino, anche se questo vorrà dire mettere da parte i nostri lucrosi interessi.

 

P.S. È fresca di qualche giorno la notizia di un nuovo fenomeno che va diffondendosi in Libia (il paese verso il quale abbiamo deciso di rispedire tutti i migranti illegali intercettati lungo le nostre coste) che consiste nella vendita al miglior offerente di schiavi africani in piazze e mercati. E la storia continua….

 

Benvenuti su MeticciaMente!

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Museo Egizio_Fiore di Loto (4)L’idea di questo blog nasce in maniera imprevista, in una serata insonne in cui i miei pensieri, aggrovigliati e indefiniti come i miei ricci, erano giunti a un punto morto. Accade spesso che aspirazioni e desideri, che sembrano infrangersi contro l’alienante frenesia della quotidianità, riemergano prepotentemente nel serale incontro con me stessa. Cerco di dormire ma la mia mente macina potenziali progetti in maniera autonoma, fino al momento in cui credo di avere trovato l’illuminazione. A quel punto, posso addormentarmi. Il risveglio ridimensiona inevitabilmente l’idea geniale che sembra diventare, tutto a un tratto, tristemente banale. Non questa volta, però!

Il mio cervello è iperattivo, e spesso neanche io riesco a stargli dietro, è invaso da riflessioni che mi piacerebbe condividere con persone consapevolmente o casualmente interessate, quindi l’idea del blog potrebbe essere un’ottima soluzione, anche se non sono una grande esperta di  comunicazione ma, si sa, la rete rende tutti più interessanti!

Ora, senza dilungarmi troppo, provo a illustrarvi la mia idea: ho voluto creare uno spazio virtuale in cui poter discutere, commentare, conoscere una parte dell’Italia meticcia, attraverso lo sguardo di chi, come me, vive la propria esistenza rimanendo in bilico (o in equilibrio?) su una linea in bianco e nero.

Un luogo in cui rendere tangibile la fusione tra mondi diversi e lontani, attraverso la condivisione di luoghi, libri, iniziative che ritengo possano rappresentare la mistione tra la mia vita nel Bel paese e le mie radici da (ri)scoprire.

Non ho pretese, è solo il mio punto di vista, ma se pensate che la mia idea, seppure non illuminante, possa incuriosirvi, ci rincontreremo presto su queste pagine, altrimenti, possiamo solo sperare di incontrarci per caso!

Siamo italiani, IUS SOLI punto e basta!

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ius soli

Quando penso alla mia città vedo Roma, nonostante abbia deciso di vivere altrove e mi piaccia considerarmi una cittadina del mondo. Ho avuto la fortuna di poter vivere all’estero in diversi paesi, di viaggiare parecchio in Europa e in altri continenti, ma quando mi chiedono di dove sei, rispondo di Monteverde.

Ho frequentato le elementari, le medie e le superiori nel mio quartiere, a cinque minuti a piedi da casa, e quando rientro per le vacanze mi sembra di non essere mai partita. Maurizio della pizza al taglio, la vecchietta del tabacchi, la signora della farmacia, quella della cartoleria, la ragazza dell’erboristeria, il gestore della ristorante e i vicini nel palazzo di mamma che mi chiedono come va la vita, non mi vedono da tanto tempo, ma sono una figlia del quartiere. Tutti i monteverdini sanno che non  c’è un posto più verde di questo: a due passi da Villa Pamphili dove portavo a spasso il cane, a cinque da Villa Sciarra dove ricordo le passeggiate con mia nonna, a dieci dal Gianicolo dove passavo le serate con gli amici seduta a cazzeggiare guardando la magnificenza della mia città.

Ripenso ai viaggi sul 44 per raggiungere il centro o Trastevere, dove mia mamma insegnava tutte le mattine e mi portava talvolta con sé a fare la spesa al mercatino di Piazza San Cosimato, tanti ricordi in questo quartiere che mi ha visto crescere da bambina ed accolto qualche anno dopo nelle serate di festa, tra le piazze quando mancavano i soldi e condividevamo una bella Peroni sulle scalette di Piazza Trilussa o al San Calisto, nei pub quando le tasche erano un po’ più piene.

Penso agli anni delle tag e dei graffiti con gli amici di Montagnola, quelli della musica tecno al centro sociale Pirateria di Ostiense, degli studi all’Univerità di Roma 3 e dei pomeriggi al parchetto degli aranci. Il Circo, i Fori, il Forte, la Strada, questi ed altri luoghi che hanno segnato la mia adolescenza, il mio percorso di giovane donna, tra amici e conoscenti, crisi esistenziali e successi personali, lotte e manifestazioni, pianti e risate, abbandoni e conquiste, dubbi e certezze. La vita insomma…

Senza dimenticare il Trullo, cornice popolare dei successi e delle delusioni sportive che mi hanno portato ad indossare la maglia n. 5 della Nazionale giovanile di basket, accompagnata da quella sensazione di orgoglio che si prova nel dare il 100% per la propria squadra e il proprio paese, nonostante già a 15 anni non mancassero le offese di genitori e tifosi per il colore della pelle.

Questa pelle scura, forse un po’ troppo per alcuni, che rivela un’origine straniera, talvolta estranea, a chi vuole trovare il pelo nell’uovo. Fortunatamente, grazie alla mia mamma italiana, ho avuto il privilegio di essere legalmente considerata una cittadina italiana, con tutti i doveri e diritti che questo comporta.

Certo, sono sempre stata un po’ diversa dagli altri: quando andava di moda Eins, Zwei, Polizei e tutti ballavano facendo il saluto fascista non mi divertivo alle feste, quando passavano “vorrei la pelle nera” di Nino Ferrer e tutti mi guardavano con quel sorrisetto che lasciava intendere “questa è per te!” li avrei sbattuti tutti al muro con un’onda sismica, o quando mi dicevano che i miei risultati sportivi erano merito del mio colore (e non delle decine di ore passate ad allenarmi 7 giorni su 7, 12 mesi su 12) li avrei gettati in una miniera di carbone, ma a parte questo chi avrebbe il coraggio di dire che non sono romana de Roma, anzi Monteverdina doc?

italia-sono-anchioNon sono certo qui a tessere le lodi della mia vita, ma vorrei portare una testimonianza in favore di tutti coloro che ancora oggi sono considerati cittadini di serie B. Tutti i fratelli e le sorelle che, pur essendo nati e cresciuti in Italia, avendo vissuto esperienze magari simili alla mia, sentendosi italiani per il loro vissuto in questo paese, devono ancora battersi per veder riconosciuto loro un diritto fondamentale come quello della cittadinanza. Non potranno mai giocare in Nazionale pure fossero dei talenti stratosferici e non potranno mai viaggiare liberamente alla ricerca dei propri sogni come ho fatto io.

L’identità si crea giorno dopo giorno sulla base delle nostre esperienze e non solo delle nostre origini, vivere e crescere in Italia ci fa sentire italiani. Con la testa e con il cuore apparteniamo a questo paese che vi piaccia o no!

 

Coloschiavismo – Parte II: il profitto

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Qualche anno fa avrei attribuito gli atteggiamenti di alcuni all’ignoranza, mi sarei detta che in fondo certe persone parlano di cose che non conoscono e le avrei invitate a seguirmi qui, in Costa d’Avorio, per qualche mese, giusto per mostrare loro come vivono le persone che fuggono alla ricerca di una vita migliore.

Oggi, dopo anni che vivo in questo paese penso che l’ignoranza sia una bella scusa e che la spiegazione risieda in un’assenza completa di empatia, in un’avarizia senza scrupoli e in un’abbondante senso di superiorità, gli unici veri elementi che accomunano la cultura dei nostri paesi europei, molto più delle radici cattoliche, dell’euro e del trattato di Schengen.

Mi riferisco a tutte quelle persone che, in maniera sempre più diretta, negano la libertà di alcuni a fuggire da violenze e miserie, sminuendo il peso delle loro sofferenze, e giudicano quelle vite indegne di condividere con loro luoghi e momenti, come se il tempo e lo spazio fossero un privilegio esclusivo nelle mani di chi vive nel benessere.

Recentemente ho sentito persone dire di voler essere trattate da privilegiati come i profughi o i migranti. Wooow, dei privilegiati? Questa è da guinness dei primati per la frase più ottusa del secolo. Ma veramente una persona sana di mente può ritenersi più sfigata di un profugo o di un migrante? Cioè, ripigliamoci gente!

L’ignoranza non c’entra un fico secco. Conosco tanti italiani qui ad Abidjan che hanno la fortuna, se così posso definirla, di vivere a contatto con la realtà dalla quale fuggono molti migranti. Nonostante osservino tutto attraverso i filtri di protezione dovuti al loro status sociale, quindi al fatto di essere dei bianchi occidentali benestanti, non serve un grande spirito di osservazione per rendersi conto delle disuguaglianze sociali e delle condizioni di vita impossibili per alcune categorie di persone.

Sono sotto gli occhi di tutti le baracche con i tetti in lamiera accanto alle discariche a cielo aperto annidate alle spalle dei bei quartieri residenziali dove loro vivono in grandi e moderni palazzi – costruiti da manovali sottopagati, che lavorano per 12 ore al giorno senza alcuna protezione di sicurezza, con un caldo umido che non ti fa nemmeno respirare – e sapendo che è da lì che provengono i loro domestici con le scarpe bucate e i vestiti consunti a cui danno un salario da miseria.

Tutti loro, almeno una volta, sono passati barricati nei loro SUV superinquinanti per le strade periferiche cosparse di fango durante il periodo delle piogge, osservando giovani che combattono contro la melma per spingere a mani nude dei carretti carichi di tonnellate di merci da consegnare; donne sedute a terra nel lerciume accanto a mucchi di pesce e verdure maleodoranti da vendere; bambini che giocano a calcio, tra un rivolo contaminato e un canale di scolo puzzolente, con le scarpette di gomma con le quali noi camminavamo da bambini sugli scogli per proteggere i nostri piedini delicati.

Ogni giorno vedono gente che farebbe di tutto per uscire da quella povertà e loro sanno benissimo di rappresentare il miraggio di una vita fortunata che probabilmente agli altri non apparterrà mai. Non sto parlando di italiani ricchi, ma degli italiani in Africa, ossia di quelle persone appartenenti alla classe media che, nella maggior parte dei casi, sono venute a lavorare qui esclusivamente per questioni economiche perché, in linea di massima, un espatriato nei paesi del terzo mondo guadagna almeno il triplo che in Italia.

Sono loro i coloni del nuovo millennio. E infatti, da bravi burini arricchiti quali sono, loro che non contavano un cazzo da dove sono venuti, si ritrovano catapultati in un ruolo che non gli appartiene, circondati da una servitù proletaria che fa scattare quel senso di frustrazione sociale covato per anni. Con le dovute eccezioni del caso, questi personaggi, come i vecchi padroni bianchi di un tempo, lasciano dietro di sé una scia di umiliazioni verbali, sottomissioni psicologiche, denigrazioni personali e offese di stampo razziale.

Quando poi tornano in patria, sono i primi a lamentarsi dell’invasione e a notare come tutto sia cambiato in loro assenza. Non sono più padroni a casa loro, sostengono, e il loro senso di frustrazione, per qualche tempo appagato nel soggiorno in Expatryland, riemerge ancora più violento. Per un breve istante hanno assaporato l’ebbrezza del loro comando e della sudditanza altrui e ora ritornano ad essere insignificanti. Fortunatamente per loro il capro espiatorio è nell’ovile e la pecora si camuffa in leone con l’agnello.

Nel frattempo, e in ritardo cronico come sempre, gli imprenditori italiani stanno scoprendo le opportunità offerte da un mercato in piena espansione con 1 miliardo di potenziali consumatori come quello africano. Il Pil di alcuni paesi è esploso, la mano d’opera non costa nulla, i governi stendono tappeti rossi agli investitori stranieri e con la corruzione non esistono praticamente regole che non possano essere infrante.

È il paradiso per quegli imprenditori taccagni che ben conosciamo, quelli che in Italia assumono i lavoratori in nero, evadono le tasse, se ne sbattono dei diritti e tirano avanti con la concorrenza sleale. L’isola felice per chi si dedica ai traffici illeciti ed è pieno di soldi sporchi da ripulire. Il paese dei balocchi per le grandi aziende che delocalizzano risparmiando risorse e incrementando i loro benefici, perché tanto il salario minimo garantito è di circa 90 euro/mese (60.000 FCFA) e chi se ne frega se è ben al disotto del costo effettivo della vita, tanto c’è una fame di lavoro tale che la gente da sfruttare abbonda!

diamantiPer non parlare delle aziende agricole che, giocando sulle difficoltà dei coltivatori locali, sottraggono le terre coltivabili per produrre caffè, cacao, olio di palma e caucciù in quantità industriali, rubando spazi utili all’agricoltura locale, distruggendo le capacità produttive dei suoli e costringendo i villaggi a fronteggiare la penuria dei beni di prima necessità. O le compagnie energetiche e minerarie che, se da un lato offrono il loro sostegno economico per fronteggiare i danni ecologici provocati dai cambiamenti climatici, dall’altro, chiedono in cambio di poter trivellare le acque e i suoli alla ricerca di risorse naturali, come se la sopravvivenza delle persone che vi abitano fosse una merce di scambio per i loro profitti. coltan

Fortunatamente però poi arrivano le ONG, che hanno l’obiettivo di salvare l’Africa. Organizzano programmi di formazione per offrire alle aziende gente sottopagata, ma perlomeno specializzata; sensibilizzano le persone alla sostenibilità ambientale, tanto poi ci pensano le aziende straniere ad inquinare le falde acquifere; realizzano un progetto qua e uno  là per tamponare i danni strutturali di un sistema da cui loro stesse traggono la loro ragion d’essere; ma comunque fanno del bene, quindi ben vengano!

In questo scenario, è come se l’Africa fosse una terra liberatoria, dove ci si può permettere, e ci si sente liberi di farlo, tutto ciò che in Occidente sarebbe inconcepibile. Se questo in passato era possibile grazie al controllo diretto delle potenze straniere sui territori e sui cittadini locali, oggi, grazie alla globalizzazione, il furto delle terre, il saccheggio delle risorse e lo sfruttamento delle popolazioni vengono fatti passare per sviluppo economico perché un paese africano con tanti investitori stranieri come la Costa d’Avorio offre un’immagine di successo e di stabilità a livello internazionale. Tuttavia, come ai tempi coloniali, pare che gli enormi guadagni e i numerosi vantaggi siano ad esclusivo beneficio degli stranieri e dei locali corrotti, ma non diciamolo alla gente, perché qualcuno magari un giorno potrebbe pure sentirsi in colpa.

Mi piacerebbe che tutte le persone che non si stancano mai di dire: “aiutiamoli a casa loro”, tenessero conto di tutto questo prima di aprire bocca la prossima volta. Perché non c’è niente da fare, pure se stride alle vostre orecchie, la verità è che continuiamo ad essere responsabili della miseria di questo Continente e allo stesso tempo siamo convinti del fatto che senza di noi esso non possa essere salvato. Sembriamo i serial killer di Criminal Minds che dopo aver strangolato la vittima fino quasi all’asfissia, la rianimano per continuare a torturarla e godere di quel senso di potere che deriva dal disporre della vita e della morte di un essere umano, ma in questo caso parliamo di milioni.

Se l’unica conseguenza negativa di questo nostro agire è dover accogliere qualche migliaio di profughi e migranti, non dovremmo neanche troppo lamentarci perché rispetto alle nostre colpe direi che alla fine ci è andata pure di gran lusso!

La TOP 10 delle cose da non dire mai ad un antirazzista soprattutto se nero

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antiracLe 10 cose da non dire mai, ripeto mai, a un antirazzista nero perché sa che le dirai ancor prima che tu stesso te ne renda conto e dopo averlo fatto ti guarderà senza proferire parola per qualche secondo perché ti starà già immaginando legato a una sedia, con gli occhi forzatamente spalancati tipo Arancia Meccanica, costretto a sorbirti per ore i discorsi di Salvini su un mega schermo in dolby surround e se questa tortura non ti spaventa abbastanza, vuol dire che per te ormai non c’è più nulla da fare! Sospirerà e cercherà di farti capire il motivo per il quale ciò che dici non va e se insisterai vedrai i suoi occhi rivolti al cielo, in segno di quasi rassegnazione, perché no, neanche tu apparentemente ce la puoi fare, ma resterà sempre con un briciolo di speranza perché con un piccolo sforzo magari…

  1. Il razzismo non esiste 

Vivdenialere in una società in cui l’essere bianco è considerato la normalità e tutto il resto un’eccezione fa sì che molte persone non si rendano nemmeno conto dei numerosi privilegi di cui godono e che consentono loro persino di negare un’evidenza talmente lampante da accecarne il buon senso.

Infatti chi rientrando nei canoni di quella bianca normalità costruita ad hoc per rassicuralo e proteggerlo non subisce il razzismo, lo percepisce come qualcosa di irreale.

Il fatto che esso non ci riguardi non vuol dire che non esista, significa soltanto che sono altri a pagarne le conseguenze. Negare l’evidenza solo perché non è il nostro orgoglio ad essere ferito o la nostra dignità ad essere calpestata ci rende complici di questo sistema razzista.

Quindi fidatevi, il razzismo esiste eccome!

  1. Non sono razzista, ma…

RazzismoSe c’è un “ma” vuol dire che un po’ lo sei. Dichiari di non esserlo perché sai che non è una bella etichetta, tu sei borghese, istruito, cattolico, tollerante e ci tieni a sottolineare il fatto che non vuoi essere associato a quei brutti ceffi di Casa Pound. Ciononostante, bisognerà pur difendersi dal clandestino illegale, dall’uomo nero che porta le malattie, dal mussulmano terrorista, dal rom ladro innato, dall’albanese violento nel DNA, cioè da tutti quelli che si avvicinano troppo al tuo spazio vitale.

Non pensi di essere razzista, ma ti stanno sul cazzo un po’ tutti quelli che non ti assomigliano, diciamolo!

  1. Non sono razzista, ho anche un amico di colore

black-friend È la classica frase di chi cerca di giustificarsi quando gli fai notare che sta esprimendo concetti profondamente razzisti, ma non vuole ammetterlo. Sia chiaro, avere un amico nero (e non di colore ti prego!) non è la prova provata del tuo antirazzismo e non stempera in alcun modo le tue uscite razziste. Probabilmente apostroferai il tuo amico con epiteti spiritosi come negretto, anzi penserai pure di poter utilizzare il termine negro, perché “Siamo amici no? Mica ti offendi?”. Di fronte a lui parlerai di quello sporco immigrato che proprio ti intossica la vita e cercherai la sua complicità mentre con orgoglio gli dirai: “Ma tu non sei come loro”, pensando pure di fargli un complimento. E lui sorriderà mestamente e non ti manderà a cagare perché tanto è stato abituato a non farci troppo caso alle teste di cazzo che offendono tutti i neri indiscriminatamente tranne te che sei un amico!

  1. Siamo tutti uguali, non noto il colore

equalGrrrr, questa è l’espressione tipica del finto buonismo cattolico che mi fa venire gli emboli al cervello. Trascurando il fatto che se non vedi i colori sei daltonico e che siamo speciali proprio perché diversi gli uni dagli altri, questa frase ha il potere di sminuire in poche parole tutte le ingiustizie subite dalle minoranze, in questo caso dai neri. Dire che siamo tutti uguali riduce il razzismo a un fantasma che si manifesta solo nelle paranoie di chi si ritiene una vittima e non voler vedere la diversa attitudine con cui la società percepisce le persone in base al colore vuol dire essere concentrati esclusivamente sulla percezione della propria bianchezza.

Spesso questa frase va a braccetto con la prima, perché manifesta lo stesso atteggiamento di chi, da privilegiato, non si rende conto di ciò che vivono gli altri sulla loro pelle.

Certo, siamo tutti figli di Dio, ma alcuni devono sbattersi ogni giorno più degli altri per raggiungere gli stessi obiettivi, per avere gli stessi diritti e per guadagnarsi lo stesso rispetto.

Quindi, fai uno sforzo, perché se guardi bene noterai anche tu qualche differenza e forse a quel punto sarai pronto per batterti al nostro fianco per una vera uguaglianza!

  1. È solo ignoranza

ignoranzaConsiderando che non posso veramente immaginare che in Italia, nel 2016, un bianco di intelligenza nella norma, senza gravi patologie cerebrali e con un’educazione minima di terza media non sia in grado di distinguere il bene dal male e rendersi conto che considerare un altro essere umano come una scimmia è offensivo, che aggredire qualcuno verbalmente e fisicamente è sbagliato, che considerarsi superiore a qualcuno solo per il colore della propria pelle è presuntuoso e considerare l’altro inferiore per lo stesso motivo è discriminatorio. Il razzista è un razzista, punto. Smettiamola di ridimensionare il problema e di attenuare le sue colpe, perché così facendo legittimiamo le sue azioni e ce ne rendiamo implicitamente complici.

  1. Questo è razzismo al contrario

reverse-racismSuccede quando parli del privilegio bianco o critichi atteggiamenti chiaramente discriminatori e il tuo interlocutore si sente stizzito mettendosi sulla difensiva, perché l’idea di generalizzare sui neri ci può stare, ma il fatto di avere solo la percezione di sentirsi considerato come un membro della cultura dominante che gioca un ruolo di forza sulle minoranze questo proprio no. Quando sente che stai mettendo in discussione la sua immagine sociale parlando di privilegi, i suoi, e di discriminazioni, degli altri, lui non può essere d’accordo perché non è lui ad avere un privilegio, sono gli altri, i neri, ad essere sfigati. Cioè, mica lo ha deciso lui di che colore doveva nascere, no? Quindi perché dovrebbe sentirsi in colpa?

E proprio qui ti volevo, nessuno vuole farti sentire in colpa perché sei bianco o perché i neri sono discriminati per il loro colore. Se tu non lo sei, discriminato intendo, è solo perché vivi in una società in cui hai una posizione di favore grazie alla quale non subirai mai un razzismo al contrario, poiché la  minoranza non sarà mai in grado di imporsi culturalmente e socialmente per farti sentire un emarginato.

  1. Vedi il razzismo dappertutto.

blmEh sì, una volta riconosciuto, il razzismo lo vedi ovunque, perché c’è ed è frequente! L’errore più comune è credere che esso si esprima solamente nelle offese dirette e nei pugni sferrati, ma non è così. Queste sono le manifestazioni più dure ed evidenti, la cosa più difficile è riconoscere il suo lato subdolo ed insidioso, quello che si annida nelle frasi, nelle occhiate, nei ghigni e nei gesti della gente, talmente radicati nella nostra normale visione bianca del mondo da non rendercene neanche conto fino al giorno in cui qualcuno ce lo fa notare.

  1. Sei troppo suscettibile/vittimista

vittimDover difendere le proprie posizioni antirazziste con chi sminuisce il peso sociale e personale del razzismo è irritante e frustrante, perché quando ti dicono che sei troppo permaloso o vittimista intendono dire che dai troppa importanza a qualcosa che non la merita. Non facciamo le vittime, siamo vittime del razzismo ed è bene che vi entri in testa una volta per tutte. Mi è capitato di venire offesa, insultata, ridicolizzata, spintonata, cacciata, umiliata, derisa, rifiutata per il fatto di essere nera e non posso accettare che qualcuno, dall’alto della sua confortevole bianchezza, si permetta di sminuire il peso del mio vissuto, di giudicare la veridicità delle mie emozioni, di criticare la forza delle mie reazioni. Perché nessuno dovrebbe mai permettersi, in fondo, di screditare una vittima per giustificare il suo carnefice.

  1. Siete voi che vi ghettizzate

weQuando si creano gruppi o comunità che hanno come carattere fondante l’idea di riunire persone nere scattano subito le accuse di ghettizzazione, come se i componenti avessero l’intenzione di autoescludersi dalla società bianca che li circonda. La verità è un’altra, viviamo in una società che considera i neri come un’entità altra, eccezionale. Siamo visti come una costola del mondo in bianco. Singolarmente riusciamo magari ad intrufolarci in alcuni spazi di questa normalità, ma sappiamo bene che uscendo dalla nostra zona di confort ci ritroviamo ad essere percepiti come marginali.

Non è una forma di ghettizzazione, ma un modo per relazionarsi e confrontarsi con persone diverse che però hanno un elemento in comune: il fatto di essere nere e vivere in una società a maggioranza bianca, con tutte le complessità che questo comporta. Talvolta può fare bene frequentare persone che non hanno bisogno di troppe parole per capire come ti senti, che non sminuiscono le tue preoccupazioni e comprendono le difficoltà che devi affrontare.

Infatti, credo che gli elementi collanti di ogni comunità nera siano l’empatia e l’immedesimazione. Succede spesso infatti che un nero si identifichi con la vittima di un pestaggio, di un’offesa, di un’ingiustizia di stampo razziale, perché è consapevole del fatto che sarebbe potuto benissimo trattarsi di lui e probabilmente gli è già capitato di trovarsi nella medesima situazione. Quando questi fatti accadono e tutti ne sottovalutano addirittura il peso personale e collettivo, ci sentiamo personalmente toccati perché il responsabile non esprime solo intolleranza individuale verso la sua vittima diretta, ma manifesta una posizione razzista basata su caratteristiche fisiche che sono anche le nostre e lo fa con l’avallo di tutti gli altri che osservano e tacciono. È come se la tua stessa società ti tradisse ed è bello talvolta sapere di non essere soli ad affrontare tutto questo.

Al contrario, non mi sembra di aver mai sentito parlare in Europa di un bianco aggredito fisicamente o verbalmente solo per il fatto di essere tale, questa è la differenza e anche il motivo per il quale i bianchi non si percepiscono come un gruppo sociale e non ne hanno neanche bisogno!

  1. Per noi è una cosa nuova

italia-sono-anchioPoteva valere forse 40 anni fa quando i nostri genitori iniziavano ad arrivare uno ad uno in Italia, ma oggi che siamo arrivati alla terza/quarta generazione di neri italiani pare alquanto anacronistico. Sono 35 anni che convivete con me e non ve ne siete mai resi conto? Cioè ve ne accorgete solo ora? Questo dimostra quanto tempo ci sia voluto per avere la consapevolezza che ci siamo anche noi, con le nostre sensibilità e le nostre esperienze, ed è giunto il momento che ci trattiate con il dovuto rispetto perché siamo a casa nostra, che vi piaccia o no!

 

Ci sarebbero tante altre cose di cui parlare, ma per ora limitiamoci a quelle elementari perché se veramente volete aiutarci a combattere il razzismo dovrete innanzitutto imparare ad ascoltarci e a mettervi nei nostri panni, solo così sarete in grado di essere obiettivi e marciare al nostro fianco con dovuto rispetto e piena consapevolezza.

 

Non uccide l’ignoranza, ma il razzismo che non esiste

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MadonnaSapete che c’è di nuovo? Niente, proprio niente. È sempre la solita vecchia storia del razzismo all’italiana, siamo brava gente in fondo! Talmente bravi da oscurare, con le tante giustificazioni, persino l’ultimo barlume di discernimento tra i comportamenti degni di un essere umano e le azioni di uomini involuti allo stadio di bestie.

Colpevoli sono coloro che si sporcano le mani di sangue, ma lo sono anche coloro che difendono un atto così vile e trovano attenuanti. L’hashtag iostoconamedeo (l’assasino di Emmanuel) è una frase che resterà a vita nelle trame della rete e una macchia indelebile sulla coscienza di questo paese.

Non sono soli purtroppo questi colpevoli, sono affiancati e sostenuti da una massa di conniventi che sminuiscono i segnali di una società sempre più razzista e che chiudono gli occhi su quanto sta accadendo oggi in Europa, dove l’odio e la xenofobia stanno raggiungendo livelli allarmanti. Moralmente, i responsabili sono milioni.

Milioni di italiani che non sono razzisti, ma…

È vero, in tanti hanno gridato all’ingiustizia e alla barbarie, in molti si sono indignati per l’accaduto, numerosi sono quelli che hanno espresso solidarietà alla vedova, ma sono anche gli stessi che, fino a ieri, mi dicevano: “Ma esageri con il razzismo, è solo ignoranza!”, “Ma perché parli sempre di colore, di bianchi e di neri, siamo tutti uguali, siamo tutti esseri umani”, “Voi neri siete troppo suscettibili, vittimisti, smettetela di piangervi addosso!”.

Piangevo forse tanti anni fa, quando ero ancora una bambina e mi dicevano: “negra di merda”, oggi è qualcun altro a versare lacrime amare e questo perché, negli ultimi 30 anni, quel negro di merda è diventato un passepartout. Ma si sa, il ne(g)ro sta bene su tutto: primati, blackface, selvaggi, gangsta.

Riflettendoci bene mi chiedo quale reale importanza abbia il terribile passato di Emmanuel e della sua compagna, quando l’unica ragione per la quale sono stati insultati e aggrediti è il fatto di essere neri.

Vorrei sapere come influisce la loro nazionalità sul fatto di essere massacrati perché neri.

Mi piacerebbe comprendere quale sia il valore aggiunto delle sofferenze personali quando seppelliscono un uomo morto per il colore della sua pelle.Razzismo

La verità è che sono stanca di ascoltare storie strappalacrime sulle peripezie di queste persone perché non fanno alcuna differenza. Non è il loro vissuto ad essere in causa, ma il fatto che due neri non possano camminare assieme, mano nella mano, senza ricevere offese e provocazioni che, purtroppo, in questo caso hanno avuto dei risvolti tragici. Migranti appena sbarcati, rifugiati in attesa di protezione, i nostri genitori arrivati da 40 anni, noi nati e cresciuti in Italia, i nostri figli che ormai vanno a scuola, siamo tutti nello stesso barcone di merda putrida che affonda. Sarebbe potuto capitare a uno qualsiasi di noi, questo è il punto.

E la cosa più agghiacciante risiede nel fatto che, in realtà, sia la storia triste a commuoverci. È l’immagine di quella povera donna in lutto, dopo tutto quello che ha dovuto passare, che far emergere un po’ di compassione, perché altrimenti sarebbe finita come in altri casi: sarebbero riusciti a screditare la vittima a tal punto da rendere l’omicidio quasi plausibile.

Ci hanno provato anche in questo caso, ma la loro storia è una bomba e i distributori pubblici di odio lo sanno bene. Allora che fanno? Provano a sminuire le intenzioni razziste dell’omicida. È un ultras agricoltore con una vita difficile, traduzione: non è uno come noi, lui è un animale da stadio gretto e ignorante, mica una persona perbene come noi brava gente.

Il fratello lo difende persino sostenendo che sia un “allegrone”, “uno che se vede un negro gli tira le noccioline, ma lo fa per scherzare”, ha pure “un amico del cuore maghrebino” figuratevi un po’, e voi benpensanti che gli date del razzista!

Ecco, non poteva fare un esempio migliore del razzismo all’italiana: c’è chi da un lato lancia noccioline, banane, insulti e talvolta cazzotti e dall’altro chi lo difende sostenendo si tratti di un gioco, di una simpatica ragazzata, al massimo di una gaffe, perché il solo fatto di avere un amico nero, arabo o cinese è la prova inconfutabile di quanto si sia tolleranti!

Mi sembra di ascoltare un cd rigato che s’impalla sempre allo stesso punto. In troppi però lo hanno già masterizzato e lo riascoltano ad oltranza con lo stesso grippaggio. Si inceppa, si inceppa e si inceppa di nuovo sempre sul solito non sono razzista, ma…

…Ma domani una bambinetta piangerà ancora perché le daranno della scimmietta (in senso buono però!); perché vedrà suo fratello maggiore uscire dal campo al grido di Huuhuuhuu (ma è solo un coro da stadio!); perché sentirà chiamare suo padre sporco immigrato (immigrato mica è una parolaccia!); perché daranno della puttana a sua madre invitandola a tornare nel suo paese (stava di sera sul ciglio della strada!). Gli indignati di oggi le diranno di non farci caso e vorranno insegnarle a tollerare le offese di qualche semplice ignorante, perché in fondo le sue lacrime non saranno reali, saranno solo frutto di un vittimismo nero che si trasmette di generazione in generazione ormai da secoli.

Certo, siamo tutti uguali, ma tu bambina dovrai imparare che è giusto, anzi doveroso, mandare a cagare tutti quelli che oltre a non combattere il razzismo vorranno convincerti che esso non esista, che sia frutto di una tua paranoia solo perché loro non lo capiscono, non lo percepiscono, non lo subiscono. Un giorno, cara bambina, farai comprendere a questa gente che Emmanuel e tutti gli altri non sono morti di semplice ignoranza, ma di puro RAZZISMO e ci riuscirai perché fino a quel giorno noi non smetteremo di gridarlo!

I volonturisti alla conquista dell’Africa

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C’è una nuova moda che spopola sul web: promuovere la propria immagine sui social condividendo foto in cui si posa sorridendo accanto a bambini africani visibilmente sorpresi o in villaggi poveri e bidonville per testimoniare il proprio impegno sociale in attività di volontariato.

L’inadeguatezza e il cattivo gusto nel pubblicare questo tipo di foto, per le quali è stato coniato addirittura il termine “slumfies” (contrapposizione di slum, bidonville, a selfies), ha attirato l’attenzione su un fenomeno molto diffuso ma poco discusso: il volonturismo, neologismo creato dalla contrazione dei termini volontariato e turismo.

Ma chi sono i volonturisti? Giovani e adulti che decidono di tramutare qualche settimana di vacanza in un’opera di bene. Partono alla scoperta di un luogo ignoto per partecipare alla realizzazione di un progetto con il desiderio di dare una mano ai meno fortunati. Che si tratti di costruire una scuola, scavare un pozzo, dare corsi di matematica, creare un’area protetta per le tartarughe giganti o semplicemente donare latte in polvere, loro sono pronti ad assolvere la missione!

Non che il fatto di volersi rendere utili sia di per sé una cosa negativa, ma l’ingenuità di questi volontari, che s’inseriscono per un periodo lampo in dinamiche complesse delle quali non sono consapevoli né all’arrivo, né tantomeno alla partenza, rischia di provocare conseguenze inaspettate sulle comunità che vorrebbero invece aiutare.

Faccio un esempio: costruire una scuola in Africa può sembrare una buona idea per ridurre i livelli di analfabetismo di una comunità, ma…

Quando iniziano i lavori ed entrano in gioco i volonturisti che si prodigano gratis (e anzi spendono almeno un migliaio di euro ciascuno per realizzare questo sogno altruistico), i manovali locali restano senza lavoro per settimane e perdono il loro stipendio. La ONG risparmia e i volontari diventano un elemento che provoca una concorrenza sleale (tralasciamo per ora il fatto che chi dirige il progetto guadagna invece un lauto stipendio!).

Quando la scuola è completata, sbarcano a turno altri gruppi di volonturisti che si dedicano questa volta ad impartire corsi in varie materie dando per scontato che qualcuno, pur non avendo mai insegnato in vita sua, solo perché occidentale, possa avere una scienza infusa e rimpiazzare un educatore locale che, a priori, non è adeguatamente preparato. Gli insegnati locali perdono temporaneamente il loro lavoro e, nel caso in cui realmente abbiano carenze pedagogiche, spesso non si ipotizza neanche l’idea di proporre loro una formazione adeguata per potersela cavare quando il progetto sarà finito.

Quando il lavoro è davvero finito, capi progetto e volonturisti tornano nei loro paesi, si arrestano i finanziamenti, gli insegnanti non hanno appreso nulla, gli alunni forse, tutto torna come prima senza che qualcosa di sostanziale sia cambiato. Migliaia di euro (tra i finanziamenti alla ONG e le spese dei volontari) che avrebbero potuto essere utilizzati in altro modo dalle comunità locali per fare veramente la differenza sono stati spesi per ottenere risultati trascurabili.

Una volta giunti a casa i volonturisti iniziano a pubblicare slumfies su Facebook, Twitter, Instagram e altri social, sono soddisfatti del loro lavoro, ma principalmente ci tengono a gridare attraverso le immagini: “io c’ero e ho salvato …(aggiungere a piacere: il bambino che porto sulla schiena, i ragazzini della scuola dove ho insegnato, le donne del villaggio a cui ho portato viveri, la squadra di calcio che ho allenato e così via)”.

Questa nuova tendenza ha fatto scatenare la rete con parodie e prese in giro divertentissime.  La pagina “I filantropi di Tinder (Humanitarians of Tinder) raccoglie molte di queste foto. Per chi non lo sapesse, Tinder è un social utilizzato principalmente per incontri amorosi e rimorchi online, quindi l’idea che molte persone si autopromuovano con messe in scena “umanitarie” rende bene l’idea di quale sia il livello di consapevolezza ed empatia di alcuni cooperanti improvvisati.

Anche su Instagram è stato creato l’account “White Savior Barbie (Barbie la salvatrice bianca) in cui vengono pubblicate ironiche fotografie della nota bambola Barbie alle prese con l’ambiziosa missione di salvare l’Africa. Portavoce dell’associazione di beneficienza “Harness the Tears!” (sfruttiamo le lacrime!), impegnata nella raccolta di lacrime per abbeverare i bambini africani assetati; insegnante improvvisata in una scuola decrepita che si sente comunque all’altezza in quanto occidentale e quindi presumibilmente competente; mamma adottiva di un leone che non ha nessuno che si prenda cura di lui, sono solo alcune delle vesti ricoperte dalla cooperante di plastica per ironizzare su questo fenomeno.

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L’obiettivo di questa ironia feroce non è solamente mostrare l’ingenuità di questi volontari “romantici”, ma mettere in luce l’atteggiamento da “salvatore” di molti occidentali che si dedicano alla cooperazione, spesso presuntuoso, sempre riduttivo e talvolta neocolonialista.

Alcune persone mi hanno informato che l’Africa è un continente e non un paese. Spero possiate perdonarmi per l’errore. Ho molto da imparare, ma so una cosa per certo, che il mio amore per questo posto è più grande di qualsiasi paese. Anche più grande del paese Africa! [cit. barbiesavior]

Questo quadretto non si discosta molto dalla realtà e potrei raccontarvi una lunga serie di aneddoti che lo confermerebbero, ma preferisco che vi facciate due amare risate guardando questo video, soprattutto se state valutando l’idea di partire per fare del volontariato in Africa  😉

 

Gli invidiosi alla fine deperiranno!

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les jalouxAd Abidjan tantissime ragazze portano la maglietta con questo motto. Premetto che la gelosia è uno degli aspetti che odio di più dell’Africa, un cancro quotidiano che si annida in tutti i rapporti sociali e che comporta come conseguenza l’intento di nuocere, anche pesantemente, chi ha avuto maggiore fortuna. È vero che esiste la solidarietà, un forte spirito comunitario, una grande umanità, ma è ancora più vero che se da un lato si è tutti fratelli nella povertà, non appena qualcuno ha un po’ di successo è finita: parenti, amici e vicini di casa si tramutano in viscidi serpenti dalla lingua biforcuta.

Sono soprattutto le ragazze ad appropriarsi di questa frase perché si sa che le donne sono spesso delle vipere invidiose, soprattutto nei confronti di colei che potrebbe rappresentare un pericolo per la loro autostima: una donna bella, dalla pelle magari ambrata, con dei bei capelli e una siluette da schianto che tutti si girano a guardare anche quando cammina struccata, spettinata e vestita con due stracci.

Un esempio lampante riguarda la polemica esplosa in questi giorni che coinvolge la nuova “madre natura” del programma Ciao Darwin, una ragazza di origine capoverdiana bombardata da offese razziste motivate principalmente dall’invidia, soprattutto femminile, nei suoi confronti.

Questa è lei…madre natura.jpg

E questi sono alcuni dei commenti apparsi sui social che la riguardano:

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Considerando che de gustibus et coloribus non disputandum e che non condivido l’oggettificazione del corpo femminile proposta da questo tipo di programmi, la cosa che colpisce di più è che le offese più pesanti riguardano principalmente l’africanità che esprime la sua bellezza: i capelli afro tenuti al naturale, il colore scuro della sua pelle e la sua esoticità in contrapposizione al fascino della donna bianca italiana.

Tutto ruota attorno al mancato rispetto dei canoni di bellezza che già ledono l’autostima di molte donne, sia bianche sia nere, ma che in questo caso sfocia in un razzismo estetico aggravato da profonda invidia.

I canoni di bellezza prevedono che una donna sia: sempre giovane, in tiro, magra, senza peli, non troppo bassa, non troppo alta, dalla pelle chiara e con i capelli lisci, lineamenti caucasici, un bel seno e due chiappe sode. Chi di voi rispecchia tutti questi requisiti?

Ed è così che buona parte di noi passa metà della propria vita a fare diete, spendere centinaia di euro dall’estetista e andare in palestra per rassodare, risollevare, smaltire. Se ci scappa passi anche una pompatina qua e una tiratina là. Nel frattempo, le basse si impiccano su tacchi 12 pure per andare a fare la spesa e le alte sono vincolate alle oscene ballerine anti-sesso. Che stress!

Per le donne nere, scure e dal capello crespo, si aggiunge anche un elemento identitario che incide molto sul livello di autostima. Perché un conto è dire che per essere bella devi dimagrire, depilarti, sembrare più alta, portare calze snellenti e reggiseni push up; un’altro è avere la percezione che il colore della tua pelle, i tuoi capelli afro, i tuoi zigomi sporgenti e il tuo naso un po’ largo siano brutti, sbagliati. Non basteranno certo i corsi di zumba, l’amica estetista e i trucchi, questo è certo!

Allora potresti intravedere una soluzione nella costante stiratura chimica del capello, nell’utilizzo di extension e parrucche, nella correzione dei tuoi tratti somatici con piccole operazioni chirurgiche e, in casi estremi ma non così rari, nell’utilizzo delle creme schiarenti, perché se lo fanno anche i tuoi idoli tu non puoi essere da meno…

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Beyonce, Rihanna, Lil’ Kim e Halle Berry

Qui in Costa d’Avorio, nonostante i canoni fisici siano molto diversi (si prediligono le donne in carne con un bel fondoschiena vistoso e un seno prosperoso anche non visibilmente depilate), la questione dei capelli e della carnagione è una vera piaga. Una percentuale altissima di donne, ma anche di uomini, utilizza creme schiarenti nocive e cancerogene solo perché “chiaro è bello”. Infatti, diversamente da ciò che avviene in Italia, il mio colore ambrato genera invidia e ammirazione, come anche i miei capelli afro naturali che, seppure molti preferirebbero vedere ordinati con belle treccine, vengono comunque considerati “lisci”, quindi stupendi…eheh, ebbene sì lisciiii   😯 .

Non è un caso se da quando sono qui la mia percezione della bellezza sia molto cambiata. Riflettendo su me stessa e sulle reazioni degli altri mi sono resa conto di quanto tutto sia assolutamente relativo. Ho preso coscienza che, nonostante ci si consideri donne intelligenti ed emancipate, si rischia sempre di essere vittime dei canoni che ci vengono imposti.

Infatti, nonostante abbia superato ormai da molti anni la conflittualità con il mio colore e i miei capelli, la prima volta che un ivoriano mi ha detto con nonchalance: “ah, vedo che sei ingrassata, hai messo su un bel sederotto!”, ho fatto un sospiro di imbarazzo e mi sono sentita quasi offesa da quelle parole. Con un finto sorriso ho risposto: “eh sì, un po’” e la persona ha aggiunto: “sei ancora più bella!”. Vedendo la mia reazione imbarazzata e stizzita, una persona presente ha aggiunto: “Non si dice mai a una donna bianca che è grassa. Per loro è un’offesa!”.

Ecco, tralasciando l’ironia per il fatto di essermi tramutata da nera mezza italiana a bianca mezza africana, sarei voluta morire all’istante per aver confuso un complimento con un’offesa, per essermi sentita vittima di quel canone della magrezza che ho sempre criticato, per aver peccato di insicurezza ed essermi resa conto solo in quel momento di quanto fossero belle tutte quelle donne nere e paffutelle che mi passavano accanto ogni giorno. Oggi, quando qualcuno mi dice di essere ingrassata sorrido di cuore e mi sento lusingata.

Amiche, sembrerebbe il nostro paradiso: niente più diete, stop alla ceretta, basta con le creme anticellulite. Invece no cazzarola! Se sei magra come cavolo fai? E allora spopolano prodotti per ingrassare, creme per far crescere seni e sederi, rimedi tradizionali per aumentare l’appetito. Uno sfinimento! Come la metti la metti c’è sempre qualcuno che non si sentirà mai all’altezza!

Ma all’altezza di cosa? L’unica vetta che dovremmo raggiungere è stare bene con noi stesse, apprezzarci per quello che siamo, fregarcene degli altri perché in fondo tutti gli invidiosi, intenti a sprecare le loro energie per denigrare gli altri, alla fine deperiranno  😉

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Lupita Nyong’o

La bellezza non è qualcosa che puoi comprare o consumare, è solo una cosa che tu devi essere.

 

 

Il bignami del terrore

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Parigi, Bamako, Ouagadougou, Grand-Bassam, Bruxelles. 5 attentati in 4 mesi. A questi si aggiunge lo sventato attentato di lunedì scorso all’albergo Nord Sud di Bamako, in Mali, base di 600 militari dell’Eutm, missione di addestramento dell’Unione Europea per le forze di sicurezza locali. Mi soffermo su questi perché un elemento in particolare li accomuna tutti: il bersaglio sono gli europei. In Africa come in Europa.

Ma perché ce l’hanno tutti con noi? Sembra che questi terroristi ci detestino più di quanto odino gli americani, e cazzarola ce ne vuole… In ogni caso, ma che c’entra l’Africa? I terroristi islamici non stavano in Medio Oriente? Non erano tutti arabi e barbuti? Oggi sono anche neri, bianchi, giovani, europei, rasati e con i jeans. Cos’è cambiato?

Tutti dicono che siamo in guerra, ma a dire il vero ripetono questa solfa dal 2001. Da quando Mr Bush ha lanciata la famigerata guerra internazionale al terrorismo dopo l’attacco alle Torri gemelle.

Sono passati 15 anni da quella data e a me pare che stiamo messi peggio di prima! Per tentare di rispondere alle domande bisognerebbe capire cos’è successo in questo arco di tempo.

Riassumo brevemente:

2001 – inizia la guerra in Afganistan in seguito alla quale viene fatto fuori Osama, e olé!

2003 – inizia la guerra in Iraq grazie alla quale viene fatto fuori Saddam, e olé!

2010/2011 – Esplodono le primavere arabe, soprattutto:

  • in Tunisia, dove Ben Ali lascia il potere per poi rifuggiarsi in Arabia Saudita (dov’è tutt’ora), e olé!
  • in Egitto, dove Osni Moubarak lascia il potere (e non si sa bene che fine abbia fatto), e olé!
  • in Libia, dove è catturato e ucciso Mu’ammar Gheddafi, e olé!
  • in Siria, dove non va poi così bene e Bashar al-Assad resta al potere, ma vabbé ci riproveremo più in là!

Praticamente un decennio dedicato alla destituzione dei despoti, dall’interno e dall’esterno, con l’obiettivo di realizzare delle svolte democratiche in territori strategici del Nordafrica e del Medio Oriente. Sembrerebbe quasi un gratta e vinci: se stani un dittatore con la sua equipe vinci una democrazia! Ma saremo più fortunati in amore, evidentemente.

A seguito delle primavere il numero di attentati nella regione si è intensificato fino a raggiungere, ad oggi, parecchi territori africani e persino il cuore dell’Europa. Non dico certamente che in alcune di queste zone non ci fossero già in precedenza organizzazioni terroristiche attive e pronte a destabilizzare i deboli equilibri geopolitici, ma è come se con le rivolte e la morte di Gheddafi esse si fossero rafforzate e avessero iniziato un’avanzata apparentemente inarrestabile.

Sulla scia delle rivolte e negli spazi lasciati scoperti dai vecchi tiranni, l’integralismo ha iniziato a strisciare lungo le vie del deserto, da est a ovest. Quindi, dopo anni di guerra al terrorismo e rivolte pseudo popolari, le cose sono cambiate, ma sostanzialmente in peggio:

  • Al-Quaeda è ancora radicato in territorio afgano devastato da guerre e conflitti interni, ma opera direttamente o attraverso affiliazioni anche in Iraq, in Siria, nella Penisola araba, in Pakistan e in Nordafrica;
  • lo Stato Islamico avanza prepotentemente tra Iraq e Siria, ha raggiunto anche l’Egitto e la Libia che nel frattempo hanno perso il loro ruolo di mediatori nell’area, anche rispetto alla continuamente critica questione israelo-palestinese.

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Nel frattempo in Africa…

Il terrorismo si è mescolato ai conflitti etnici e alle sanguinose lotte di potere, favorito da governi deboli e corrotti. I gruppi si sono alleati e sostenuti, mentre le forze internazionali si sono insediate nei territori per contrastare la loro avanzata, a quanto pare, con scarsi risultati:

  • l’Aqmi, costola magrebina di al-Qaeda, dopo essersi insinuato in Tunisia, Algeria e Marocco ha iniziato la sua discesa verso sud attraverso il deserto del Sahel, una fascia arida all’estremità meridionale del deserto del Sahara che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso. Qui, grazie alle reti di contrabbando e ai sequestri ha accumulato immense ricchezze per finanziare la jihad e sfruttando situazioni di instabilità, come la guerra in Mali del 2012, ha intensificato i rapporti con i gruppi locali e stabilito nuove alleanze;
  • Al–Mourabitoun e Ansar Dine sono miliziani islamisti provenienti dalla Mauritania e dal Mali che collaborano con l’Aqmi per la destabilizzazione dell’Africa occidentale;
  • i Boko Haram della Nigeria, che sono ormai riusciti a consolidare le loro azioni anche in altri paesi come Benin, Niger, Camerun e Ciad, sono ufficialmente alleati dello Stato Islamico;
  • Al-Shabaab, cellula somala di al-Qaeda, accresce la sua influenza nella parte orientale del continente, si finanzia anche con assalti e traffici illeciti nel deserto e con la pirateria marittima e ha già raggiunto il Kenya, la Tanzania e l’Uganda.

In sostanza, i due principali gruppi del terrorismo jihadista, lo Stato Islamico e Al-Qaeda, dopo essersi imposti in medio Oriente anche grazie all’anarchia causata dalle nostre invasioni “antiterroristiche”, si contendono la fedeltà dei vari gruppi jihadisti africani che avanzano a grandi passi nel continente.

Ora ditemi come potevamo immaginare che sarebbe successo tutto questo, mica siamo degli strateghi noi, cioè noi aiutiamo i popoli a liberarsi dai dittatori e a diventare democratici, ma se poi loro si fanno invadere dai jihadisti mica è colpa nostra. Insomma, noi gli offriamo supporto logistico e di intelligence, li riforniamo di armi aiutandoli anche militarmente in caso di necessità, sorvegliamo le loro elezioni e partecipiamo alle fasi di transizione per mettere al governo qualcuno di simpatico, e loro che fanno, ci attaccano alle spalle e ci inviano pure migliaia di migranti e rifugiati che non sappiamo proprio dove mettere? Infami bastardi!

Noi però mica possiamo ritirarci dalla lotta, perché a Roma si sa di chi saremmo figli poi! E allora finisce che siamo talmente concentrati sul diversivo dei profughi che sigliamo pure un accordo miliardario con quell’altro pazzo esaltato turco che si trova, tra l’altro, alle porte del terrore… well done! Tanto poi facciamo sempre in tempo a cascare dal pero!

Nel frattempo ci installiamo in pianta stabile nei territori caldi, blindiamo le nostre città e dal solito pero ci chiediamo perché i jihadisti ci hanno presi di mira. Sarà che siamo un po’ invadenti per caso? Fooorse un pochino, ma purtroppo non solo. Secondo me la ragione è che sono ipocriti e opportunisti come noi, ossia, il nostro neocolonialismo mascherato da supporto strategico, mascherato da guerra al terrore è uguale alla loro ingordigia mascherata da guerra contro gli invasori, mascherata da giustizia divina. Tutti cercano una cosa sola: il fafiot, come dice il mio cinico amico ivoriano, la grana diremmo noi. Potere e controllo su tutti, senza distinguo di colore e credo, punto.

Se non fosse così vorrebbe dire che dopo 15 anni non abbiamo capito una ceppa del nostro nemico, di ciò che accade nel mondo e di quali siano le conseguenze delle nostre azioni, ma non posso credere che tutti questi cervelloni che ci governano, pagati con i miliardi che potrebbero sfamare tutti i profughi e le vittime che hanno creato con le loro scelte, siano così naif. Non è plausibile.

Allora qual è la soluzione? Creiamo il gruppo degli imperialisti anonimi? Sicuramente andrebbe deserto. In alternativa potremmo renderci conto che tutto nasce nei luoghi che abbiamo contribuito a destabilizzare, e questo vale anche quando si tratta di quei giovincelli che sembrano pure carini e normali, che hanno il passaporto UE e ci colpiscono dall’interno. Fanatici disadattati li definirei, ma reclutati sulla scia delle nostre scelte fallimentari di emarginazione sociale in casa e di bombardamenti altrove. Potremmo attivare la funzione dell’empatia a distanza, anche se gli specialisti dicono che non funziona, ossia riconoscerci anche nelle morti lontane, nelle vittime di Boko Haram, Al-Shabaab e Al-Aqmi, nei mussulmani trucidati dai loro nemici estremisti, nei sopravvissuti che scappano dall’orrore del sangue, non tanto per sentirci più umani (sarebbe pretendere troppo), ma per puro spirito di sopravvivenza. Capire che il terrore che loro vivono oggi è ciò che ci aspetta domani se non ci impegneremo a sconfiggerlo nella sua essenza, senza doppi fini che sanno di petrolio, coltan e diamanti.

Peace!

Arrivo in Italia con il barcone e ritorno in Costa d’Avorio con il mio taxi

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Qualche giorno fa mi è capitato di incontrare un tassista che parlava italiano perché aveva vissuto regolarmente per 15 anni in Italia. Chiacchierando mi spiega: “Sono rientrato da due anni perché amo l’Africa. L’Europa non fa per me, lavori come un mulo tutta la settimana e non ti resta il tempo da condividere con le persone che ami: la famiglia e gli amici. Ho lavorato per 12 anni in fabbrica con regolare contratto e permesso di soggiorno e i miei 4 figli sono nati lì. Al rientro qui, ho comprato 5 taxi e vivo di questo. Potrei far lavorare gli altri e starmene a casa, ma il capo deve dare il buon esempio, e poi un uomo non può sedersi senza fare nulla in attesa che altri fatichino per lui”.

Parla un buon italiano e questo mi fa pensare che nella sua esperienza italiana si sia ben integrato nel tessuto sociale locale. Mi racconta che nei primi anni ha vissuto in Calabria, a Napoli, poi a Perugia e immagino che queste siano state le sue tappe da irregolare prima di trovare una buona sistemazione nella città che lo ha accolto per oltre un decennio, Torino.

In mezz’ora di chiacchierata ho visto scorrere il suo percorso di migrante, che potrebbe essere lo stesso di tanti giovani che approdano lungo le nostre coste, definiti ipocritamente “migranti economici”, ossia coloro che dovremmo “respingere e aiutare a casa loro”.

Quando sento questa frase percepisco tutta la pericolosa superficialità e il meschino distacco di chi sa che non farà mai nulla per cambiare le cose, un po’ come quando incontri un vecchio conoscente e gli dici: “Mi raccomando eh, rimaniamo in contatto”, fai pure il gesto di riprendere il suo numero, ma sai nel profondo che non lo richiamerai mai, anzi, se dovesse trovarti su facebook potresti pure ignorare la sua richiesta di amicizia. Questo è il succo: una frase di circostanza!

help-moreEssa si fonda tra l’altro sull’idea, tutta occidentale, che la cooperazione internazionale sia l’unica soluzione per fronteggiare gli enormi problemi economici e sociali di cui soffre questo continente. In realtà, una simile visione presuppone che le persone da questa
parte del mondo siano immobili, in attesa di aiuti esterni che possano tirarli fuori da povertà e miseria e offrire loro un’opportunità di sviluppo che, da soli, non possono sperare di ottenere. In un certo senso, il concetto espresso da Salvini per motivare il suo  poi fallito viaggio in Nigeria di qualche mese fa.

Milioni di euro sparpagliati in piccoli progetti che durano il tempo di una stagione e che vorrebbero contrastare la desertificazione piantando un giardino di alberi, ridurre la fame coltivando un orticello, combattere la malnutrizione con il latte in polvere, ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici con azioni di sensibilizzazione a pratiche ecosostenibili, abbattere l’analfabetismo con penne e quaderni e via dicendo. Concluso il progetto, finiscono i finanziamenti, i volontari rientrano e le popolazioni ritornano alla loro realtà di sempre: gli alberi si seccano, gli orto muoiono, il latte finisce, l’inchiostro e la carta pure, e le pratiche eco si scontrano con le priorità di bisogni primari da soddisfare.

Certo, alleviare le sofferenze delle popolazioni per qualche mese o qualche anno è già qualcosa, ma non servirà sicuramente a risolvere macro questioni che andrebbero affrontate con progetti di vasta portata in una reale sinergia mondiale, ma soprattutto, tale sistema non tiene conto del fatto che queste persone non sono immobili. Si battono ogni giorno con quello che hanno per fronteggiare le mille difficoltà, con un ingegno e una tenacia che nessuno racconta.

Tutti i giovani che sognano l’Europa per cercare una vita migliore sono il segno del dinamismo, della voglia di lottare per loro stessi e per le loro famiglie, del coraggio di rischiare e della speranza di riuscire. Il fatto di considerarli a priori come dei parassiti sociali mantiene viva quell’immagine d’immobilismo utile a giustificare il nostro intervento invasivo nelle loro terre e il nostro rifiuto ad accoglierli nelle nostre.

Pretendiamo di esportare lo sviluppo attribuendo agli altri le nostre ambizioni, come un padre egoista che impone al figlio di seguire le proprie orme, nella cieca convinzione di possedere la formula esclusiva verso il successo. Quando il figlio busserà alla sua porta chiedendogli la libertà di scegliere, e anche di sbagliare, il padre, con la sua indiscutibile esperienza, lo caccerà privandolo per punizione del suo sostegno morale e soprattutto economico, perché non potrà sopportare di vederlo uscire fuori dai suoi schemi e dal suo controllo.

Il nostro amico tassista, con il suo lavoro onesto, ha pagato tasse e contributi nel nostro paese, ha contribuito al sostentamento dei familiari rimasti in patria con le rimesse inviate, è tornato nel suo paese per realizzare progetti di vita nel posto in cui è nato. Avrebbe anche potuto, come molti altri, decidere di restare scegliendo il nostro paese come la propria casa, forse in questo caso, soprattutto i suoi figli sarebbero rimasti invischiati in un limbo burocratico che li avrebbe resi stranieri nel loro paese fino almeno alla maggiore età, se non peggio, ma questo è altro lungo discorso.

capitalism-exploiting-africaEcco perché esperienze come la sua devono restare all’oscuro dai riflettori per lasciare spazio alle storie di riscatto fallito. Dimostrerebbero come la cooperazione sia una macchina mangia soldi e come i “bisognosi” che abbiamo sempre presunto di dover aiutare, in realtà, possano farcela benissimo da soli, con i loro grandi sacrifici, usufruendo temporaneamente delle nostre risorse che, in fondo, sono in parte anche loro, poiché la nostra ricchezza dipende in effetti da tutto ciò che preleviamo dalle loro terre per il nostro benessere, nascondendoci spesso dietro le bombe quando gli accordi con i dittatori che abbiamo piazzato per tenerli sotto controllo si sfaldano rischiando di farlo vacillare.

Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti, e taccia!*

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rue du blabla3
Mi ero ripromessa di non scrivere nulla che avesse a che fare con gli attentati di Parigi e, in un certo senso, vorrei mantenere questa linea evitando di parlare dei fatti accaduti. Mi piacerebbe solamente rivendicare un po’ di silenzio meditativo, quello che manca in queste ore di scompiglio generale.

Pare che tutti abbiano qualcosa da dire su ciò che è avvenuto: professionisti della politica, dei media e del nonsonullamacomunqueparlo. Milioni di parole spese per dire ovvietà, manipolare la realtà e, in molti casi le coscienze, sviscerare odio gratuito o semplicemente mostrarsi solidali.

Un calderone in cui volutamente si mischiano guerra e religione, profughi e Schengen, G20 e resto del mondo, periferie cittadine e frontiere nazionali, facce losche barbute e volti angelici innocenti. Scenario apocalittico di livello 1, quindi, che fai non la lanci qualche altra bombetta per ripicca? Tanto nessuno s’indignerà più di tanto poiché oramai tutti sventolano bandiera francese.

facebookOgnuno si sente in dovere di dare la propria opinione e non ci sarebbe nulla di sbagliato se non fosse che in queste situazioni forse sarebbe meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere e magari, giusto per scrupolo, informarsi su quello che sta realmente succedendo nel mondo reale. E invece no! Se fino a ieri il mondo finiva dopo il raccordo anulare, il paese era in lutto nazionale per lo sgambetto di Valentino al Moto GP e il culmine delle relazioni internazionali consisteva nella trasferta di Champions’ League, oggi sono tutti politologi improvvisati dell’ultima ora, forti della profonda cultura acquisita tramite Facebook che, ovviamente, è la primaria fonte d’informazione.

Gente che non sa neanche dove stia di casa la Siria (quindi figuriamoci se sa dirti chi è Assad, da dove saltano fuori questi psicopatici dell’ISIS e qual è il paese con capitale Beirut), che si lancia comunque in elementari analisi di politica estera, principalmente condividendo i post dei propri contatti, perché pure mettere due parole in riga risulta tanto difficile quanto aprire un libro (per essere chiara: quelli di Moccia e Fabio Volo non fanno testo!).

Ma non importa, è comunque bello e toccante vedere tutte queste persone emotivamente coinvolte che tentano maldestramente di far parte della Storia. Ci sentiamo tutti vicini alle vittime, giustamente, perché in loro ci riconosciamo, nei loro panni ci stiamo a pennello e le sofferenze come le preoccupazioni di coloro che l’hanno scampata potrebbero essere le nostre. Anzi, sono le nostre e la paura di questa guerra ci attanaglia. È così che riscopriamo la nostra umanità, assopita da lungo tempo nel fondo del Mediterraneo, tra le dune del deserto libico, sulle vette del Sinai, dietro un muro palestinese, fra le macerie di una chiesa nigeriana o i detriti di un suq turco, dove gli aromi delle spezie finiscono per scomparire tra l’odore acre della morte.

Diventiamo umani perché abbiamo paura: paura di morire, di finire come carne da macello, di perdere i nostri cari, di vivere un incubo che non ci lascerà più dormire la notte. Umani dietro uno schermo tv su cui si susseguono immagini di morte e di cordoglio, tante voci tremule, molte scritte allarmistiche, troppi commenti inappropriati. Umani dietro un pc su cui si alternano vignette, fotomontaggi, scene di guerra, articoli seri e cazzate colossali che sfilano come merci sul tapis roulant di una cassa del supermercato, per poi essere riposti sbadatamente alla rinfusa nel nostro cervello/carrello.

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Un’umanità paradossale! È questa la cosa che mi ha colpito più di ogni altra in questi giorni. Seconda forse solamente all’ipocrisia generale che è esplosa in maniera persino più clamorosa delle bombe.

La mia in primis, perché pur considerandomi una persona informata e attenta a ciò che accade nel mondo e profondamente convinta che le morti e le barbarie siano tutte uguali, ho provato una sensazione di ghiaccio al cuore alla sola idea che i miei cari o amici potessero essere stati coinvolti, come per nessun’altra atrocità in passato; ancora la mia  perché pur avendo un certo ribrezzo per i pietosi spettacoli di propaganda politica e mala informazione sui social e nei media, comunque non posso fare a meno di seguirli provando rabbia e disgusto; poi quella di tutte le persone che fino a ieri auspicavano indiscriminatamente la morte di profughi e migranti per evitare “l’invasione” e oggi si nascondono dietro un profilo tricolore in solidarietà alle vittime francesi; quella di chi invece si commuove sempre quando muoiono persone innocenti, ma non riesce a provare empatia per le sofferenze di chi, tra le mille difficoltà, cerca una vita migliore in una terra inizialmente straniera, rifiutando l’idea di un’Italia che cambia volto e diventa meticcia; quella dei cooperanti buonisti che vogliono salvare il mondo e aiutare i poveri dei paesi in via di sviluppo reiterando stereotipi culturali e modelli di presunto progresso figli della stessa visione etnocentrica che ha creato e crea ancora il malessere e le disuguaglianze che vorrebbero combattere; infine quella delle organizzazioni internazionali che, mentre vogliono farci credere di esistere per creare stabilità e benessere, riducono alla miseria interi popoli con politiche finanziarie ed economiche inique e dannose; senza dimenticare quella dei governanti, da un lato i potenti, dall’altro i fantocci, tutti raccolti in un minuto di silenzio per le vittime pensando,  rispettivamente, a chi bombarderanno nei minuti seguenti e a chi svenderanno la propria gente o le proprie terre nei minuti che verranno.

Visione troppo cinica? Può darsi, ma se ci siamo resi conto solamente venerdì che il mondo sta collassando davanti ai nostri occhi, forse è perché fino a giovedì non li avevamo ancora aperti, quindi, se proprio non riusciamo a tacere, sforziamoci perlomeno anche di osservare e comprendere.

 

Ogni guerra si combatte con il sangue delle vittime innocenti

*Cit. Karl Kraus