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IMG_0986Ci eravamo lasciati prima della partenza con uno stato d’animo carico di ansie e agitazione, con il timore di dover fronteggiare aspettative infrante e disillusioni. Sono passati oltre due mesi e un’infinità di cose sono successe.

Un cielo stellato fa’ da cornice alla mia scrittura solitaria, qui, dove la notte s’impone oscurando la vista, poiché gli scarsi e intermittenti lampioni lasciano case e concessioni nella penombra. Solamente la luna aiuta lo sguardo a intravedere le sagome dei compagni rimasti ancora svegli nel bel mezzo della notte: cani e capretti che furtivamente s’introducono nel cortile in cerca di cibo.

Eccomi qui, nella terra delle origini, dove solo l’oralità aiuta a ricostruire ciò che il tempo si è lasciato alle spalle. Trent’anni di attesa non sono poi molti se paragonati alla storia dell’etnia che si cela dietro il mio nome. Un popolo fiero, orgoglioso, integro e culturalmente ricco, che fu un tempo schiavo, ma mai realmente sottomesso: gli Avikam.

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Al mio arrivo, trovo una famiglia che sognava da troppo tempo di incontrarmi: padri, madri, zii, cugini, fratelli e sorelle di cui perdo letteralmente il conto, perché qui la parentela non è necessariamente connessa ai legami di sangue. La famiglia è composta da tutti coloro che contribuiscono al gigantesco nucleo familiare, emotivamente o materialmente, diventandone a tutti gli effetti membri. In un certo senso è la stessa comunità a divenire una sorta di famiglia allargata, in cui io assumo il ruolo di maman, tantie, cousine, grande o petite soeur a seconda dell’età del mio interlocutore e dell’intimità del nostro rapporto. Solo l’espressione “même mère, même père” (stessa madre, stesso padre), rivela i veri legami sanguigni che, d’altronde, influiscono esclusivamente in termini di discendenza ed eredità.

In questa dimensione, anche la casa diventa uno spazio sociale in cui parenti, amici e vicini compaiono a turno o in concomitanza per un saluto, una chiacchiera, una commissione, un aiuto nelle faccende domestiche o un pasto.

Questa comunità mi ha accolto come se ne avessi da sempre fatto parte, nonostante in qualche modo io sia anche qui: diversa. Una diversità che però, almeno qui, non incide sulla legittimità delle mie origini o della mia appartenenza, poiché già il mio cognome è una prova sufficiente del mio sangue avikam. Infatti, la mia tinta chiara passa in secondo piano e nessuna ulteriore giustificazione è necessaria per essere accettata.

In effetti, a Roma come a Lahou, amici e familiari mi considerano “una di loro”: italiana di origini ivoriane nel primo caso, ivoriana di origini italiane nel secondo. Tuttavia, è la percezione degli altri, degli estranei che, nei due luoghi, fa’ emergere la diversità: nera in Italia e bianca in Costa d’Avorio, quindi sempre in minoranza. Bella ironia questa vita meticcia!

Dal momento in cui, agli occhi della massa, nessun posto sembra appartenerci fino in fondo, mi chiedo se sia realmente possibile trovare un equilibrio tra culture e identità. La risposta che mi do è: “Sì”, ma si tratterà sempre di un equilibrio mutevole, trasformista, in movimento.

Fortunatamente la cultura non è associata al colore della pelle, quindi, che ci vedano bianchi o neri poco importa. Ciò che conta è riuscire a sfruttare il nostro privilegio bi-culturale per trovare un posto legittimo in entrambi gli ambienti e, per fare ciò, dobbiamo essere in grado di riappropriarci di ogni spazio.

Due lingue e due realtà per un unico individuo: una sfida avvincente che ognuno di noi, misto, meticcio o semplicemente bi-culturale, può decidere di cogliere o rigettare.

Parlo di lingua perché essa rappresenta lo strumento immediato e indispensabile per immergersi completamente nel circuito di relazioni che animano l’ambiente in cui ci si inserisce.  Nel mio caso, tante persone sarebbero transitate sul mio percorso senza lasciar traccia, un’infinità di risate sarebbero sfumate nell’incomprensione, molte storie sarebbero rimaste inascoltate e i necessari momenti di solitudine sarebbero stati riempiti dall’indispensabile presenza di qualcuno in grado di comunicare al mio posto.

Ma c’è dell’altro: la lingua, in quanto espressione della cultura di un popolo, ci apre le porte su un mondo di abitudini, percezioni e rapporti tipici di una specifica realtà. Passando da un universo culturale all’altro, non muta solamente il linguaggio, ma anche tutto ciò che attraverso di esso si esprime. Cambia il modo di comunicare e, quindi, anche la prospettiva con la quale si osserva la realtà che si vive: nuovi concetti, nuove sensazioni, nuovi ruoli e relazioni si definiscono pian piano e, in quest’ottica, si colloca la mia idea di equilibrio “ballerino”: la capacità di adeguarci, ridefinirci e ricollocarci di volta in volta in base ai contesti mantenendo invariata la nostra specificità.

Nonostante la natura profonda di ognuno sia inalterabile, ciascuno di noi convive con molteplici “io”, i quali rievocano un relativismo di pirandelliana memoria. Uno, nessuno e cinquanta percento, ecco quello che siamo e che determina la nostra identità.

A questo punto, concorderete con me che, in fondo, una preparazione di trent’anni potrebbe non essere tanto eccessiva quanto sembri. Le vicissitudini, i viaggi, le riflessioni, i conflitti di questi anni assumono un senso in questa dimensione africana. Essi mi concedono una maturità che dilata lo spirito di adattamento fino ai confini del mimetismo, che porta la socialità quasi a confondersi con la fratellanza, che padroneggia le emozioni rendendole lucidamente intense.

Un ritorno alle radici senza filtri o intermediari, privo di condizionamenti e pregiudizi, attraverso il quale riscopro un rapporto intimo e personale con l’altra metà di me stessa accettando di diventare, nel relativismo di ogni realtà, qualcosa di difficilmente classificabile che rompe tutti i presunti schemi: afroitaliana romanavikam docg!

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