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Capita molte volte di sentirsi domandare: “Di dove sei?”. La risposta potrebbe sembrare banale, se la domanda in realtà non nascondesse numerose insidie. Se venisse posta a un italiano “tradizionale”, egli risponderebbe tranquillamente: “Di Roma, Milano, Napoli” o di qualsiasi altro posto più o meno remoto della penisola. Non avrebbe incertezze e prenderebbe in considerazione il suo luogo di provenienza che, in linea di massima, corrisponderebbe al luogo della propria identità. Quando sei un meticcio, le cose si complicano e le considerazioni che emergono da una domanda apparentemente semplice possono essere molteplici.

Innanzitutto il piano referenziale passa da una situazione di prossimità geografica, legata al nome della città o del paesino, a una dimensione globale in cui i punti di riferimento si allargano, fino a comprendere quasi interi continenti: da romano diventi italiano e ti tramuti improvvisamente in generico africano, perché il paese specifico spesso non rientra nel mappamondo mentale della maggioranza.

Quindi, “Di dove sei?”. Romana di nascita, italiana per cittadinanza e africana nei geni. Per non deludere le attese, dovrei fare un excursus delle mie origini che soddisfi adeguatamente la curiosità del mio interlocutore. Purtroppo, potrei non aver voglia di ripercorrere in maniera sintetica le tappe del mio albero genealogico con uno sconosciuto o, semplicemente, potrei sentirmi talmente italiana da spiazzare le sue aspettative. Tuttavia, il colore della mia pelle non mi consente di sviare il problema nascondendomi semplicemente dietro la mia italianità.

A prescindere da quale sia la percezione che ogni meticcio ha di se stesso, il nostro interlocutore curioso ha già ben chiaro in mente quello che siamo: un italo-qualcosa. Perché in questa società non può esistere nulla di indefinito, soprattutto nella diversità.

La necessità di riempire quel “qualcosa” non serve tanto a comprendere chi tu sia veramente, quanto piuttosto a creare un’etichetta che possa rassicurare il mondo sulla tua reale identità. Penso sia un modo rispettosamente esplicito per mantenere le distanze da una realtà ancora troppo difficile da accettare; il tentativo di celare, con la scusa di un approccio multiculturale, le paure di coloro che ancora temono un’Italia diversa, fatta di italiani meticci dalla pelle scura con varie sfumature di colore.

Il fatto di identificare questi nuovi cittadini quasi alla stregua di esseri mitologici, mezzi italiani e mezzi qualcos’altro, pone una sorta di invisibile linea grigia tra i “veri” cittadini e quelli che lo sono, idealmente, solo in parte. Una demarcazione che rischia di ostacolare l’individuo nel suo percorso di crescita e di affermazione sociale e che non credo serva a mantenere in vita la sua identità multiculturale, per questo basta la personale consapevolezza. Si creano così diversi livelli di cittadinanza che distinguono le persone in base alle loro diversità.

Un romano di origini calabresi diventa forse un romano-calabro? Un milanese siciliano un milano-siculo? Credo che l’identità sia una questione di appartenenza. E se fossimo italiani tout court? Questo è quello che auspico per le nuove generazioni, sarebbe il semplice riconoscimento di una visione del mondo che faccia proprie le differenze e non si limiti ad accettarle in quanto inevitabili conseguenze di un paese che cambia senza il nostro consenso. Pur restando fedeli alle origini, ciò significherebbe non dover rivendicare la propria italianità, né giustificare la propria diversità, in una nuova prospettiva di reale integrazione.

Poiché non ritengo che la questione identitaria possa essere rinchiusa entro stretti limiti e categorizzazioni, tali considerazioni varranno certamente per alcuni, ma indubbiamente non per chiunque. Tutto dipende dalla cognizione che ognuno ha di se stesso e, in quanto individui, le sfaccettature possono essere infinite.

Se fossi cresciuta in Africa probabilmente sarebbe tutto capovolto, ma non è così, quindi, se mi chiedi: “Di dove sei?”, vorrei avere la serenità di poterti rispondere naturalmente: “Di qui!”

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