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Ammetto di non essere un’amante del calcio e di non aver seguito molto questi mondiali, ma confesso anche che è stata l’unica cosa dopo un bel po’ di tempo ad avermi spinto a condividere qualche riflessione, perché negli ultimi mesi il mio interesse per il dibattito italiano, decisamente rabbioso e violento, è proprio caduto ai suoi minimi storici.

Innanzitutto rimpiango che l’Italia non si sia qualificata perché una sua partecipazione ai Mondiali ci avrebbe risparmiato un sacco di uscite mediocri e di reazioni scomposte da parte di ampie fasce della popolazione italiana in questa bella estate calcistica. Mi riferisco al fatto che molti di coloro che passano buona parte del loro tempo a seguire la squadra del cuore, in questo caso gli Azzurri, a sfogare le proprie frustrazioni contro le tifoserie avversarie, a litigare al baretto sulla legittimità di un fallo o di un fuorigioco, o a inveire contro l’arbitro venduto di turno, quest’estate non hanno avuto una ceppa da fare e si sono riconvertiti in urlatori da tastiera.

Gente che normalmente non s’interessa né di politica, né di attualità; che preferisce andare allo stadio piuttosto che a votare quando le elezioni si svolgono di domenica; che non legge né un libro né un quotidiano ma compra solo la Gazzetta dello Sport; che conosce a memoria tutte le formazioni ma se gli chiedi chi è il Presidente della Repubblica resta con un gran punto interrogativo sulla fronte corrucciata; ha pensato bene di colmare questo vuoto trovando un nuovo passatempo altrettanto infervorante: il campionato dell’odio. Ed è così che il tifo da stadio è sceso in campo per sostenere la fazione più becera e populista, che la frustrazione si è sfogata contro chiunque avesse opinioni leggermente diverse e l’invettiva ha toccato tutte le minoranze presenti sul territorio, in particolare i neri e gli immigrati.

Non avrei mai immaginato di dire un giorno una cosa simile ma il calcio potrebbe essere la nostra salvezza! O perlomeno ci consentirebbe di evitare gastriti e ingrossamenti del fegato dovuti a incazzature quotidiane provocate da confronti sterili e privi di dialettica, quasi monologhi propagandistici, con chi affronta delicate e complesse questioni politiche e sociali con la stessa profondità e animosità con la quale discuterebbe di una partita di pallone. Quindi vi prego, facciamo in modo che gli Azzurri ritornino alla gloria di un tempo, ne gioveremmo tutti! 😉

In un certo senso, mi è sembrato quasi che questo campionato abbia costituito una metafora beffarda dei tempi moderni, una sorta di rappresentazione calcistica delle dinamiche attuali, in cui l’Italia risulta evidentemente non classificata per la sua incapacità di essere al passo con la modernità, di rinnovarsi e di essere competitiva, ma sempre brava però a criticare le scelte altrui; gli altri paesi europei che si fanno fuori l’uno con l’altro, tutti un po’ presuntuosi in nome dei rispettivi passati gloriosi, ma poi si fanno spazzar via dalla squadra considerata la “meno europea” di tutte; i paesi africani speranzosi e spinti da un forte spirito di rivalsa che non riescono tuttavia a fare il salto di qualità, ma che poi alla fine si accontentano comunque di gioire per la vittoria portata avanti dai figli della Diaspora.

Lo so, è un’interpretazione personale alquanto limitata e un po’ fantasiosa, ma che forse nasconde un fondo di verità, soprattutto perché ho notato che questo campionato ha assunto per molti una valenza quasi politica.

Da un lato, è come se le nazionali dei paesi marginalizzati sullo scacchiere politico internazionale, e di conseguenza i loro tifosi, percepissero questo evento come un’opportunità per emergere e riprendersi la propria rivincita sui paesi dominanti, i quali invece strumentalizzano la propria vittoria per dimostrare a loro stessi e agli altri il proprio ruolo di potenza mondiale. Penso ad esempio al coinvolgimento emotivo e transnazionale dei tifosi africani per la partecipazione, purtroppo breve, di squadre come Senegal e Nigeria; o i toni pomposi in cui è stata trattata la finale sulle reti francesi, in concomitanza, tra l’altro, della festa nazionale del 14 luglio: le speranze di exploit di un Continente in contrapposizione all’orgoglio nazionale da potenza imperiale a gogò!

Dall’altro, alcune formazioni calcistiche sono state prese come simbolo di posizioni ideologiche e, in un certo senso, strumentalizzate per esprimere rivendicazioni socio-politiche in maniera altrettanto conflittuale rispetto a quanto avviene in altri ambiti di dibattito.

È così che la squadra vincitrice di questo mondiale, composta principalmente da titolari di origine straniera, in particolare africana, fa prudere le manine a tanti sulle solite tastiere di cui sopra e, come quasi sempre accade, la nostra identità di afrodiscendenti diventa un terreno di gioco sul quale ciascuno (tranne generalmente i diretti interessati) pretende di apporre la propria etichettatura.

originiCi sono gli africani, sia nel Continente sia altrove, gli stessi che quando ritorniamo nei paesi di origine (senza una coppa ovviamente!) ci considerano come bianchi o africani mancati, ma che in quest’occasione hanno rivendicato l’appartenenza africana dei giocatori. Li hanno considerati quali soli rappresentanti dei loro paesi di origine e, per estensione, dell’Africa, escludendo al contempo la compresenza di una componente francese nel loro bagaglio culturale e personale, in quanto espressione del mostro coloniale cui rimanda il tricolore transalpino.

Poi troviamo gli antirazzisti o i sostenitori del multiculturalismo (in chiave assimilazionista secondo me), generalmente bianchi, ma non solo, che esaltano invece l’appartenenza europea, nello specifico francese, dei giocatori, considerandoli come i rappresentanti di un métissage culturale ben riuscito al quale ispirarsi. In questo caso, non conta più il colore o l’origine, diventiamo tutti figli di una stessa patria grazie a quella benedetta cittadinanza (e alla coppa ovviamente!) e la componente straniera scompare, diventa irrilevante, quasi come ad eliminare il problema alla radice. Sono poi quelli che magari, pensando di essere politicamente corretti, ti chiamano “di colore” (proprio lo stesso che invece oggi sembra diventato temporaneamente invisibile!).

Abbiamo infine i fasci destrorsi, sostenitori della potenza ariana e nazionalista degli avversari croati, che negano la possibilità di far coincidere la nazionalità di un individuo con la sua identità multipla e fluida. Coloro per i quali un nero non potrà mai essere considerato un cittadino alla pari e negano la legittimità della nazionale francese sostenendo che sia l’Africa ad aver vinto il mondiale. Sono quelli vinti moralmente dalla squadra meticcia di Francia, ma anche dalla storia perché, se un gruppo di neri africani ha conquistato prima la Francia e poi battuto tutto il mondo nella campagna di Russia, vuol dire che il Komplotto per realizzare il piano Kalergi è quasi riuscito! francia

Tutte queste posizioni hanno un elemento comune: la strumentalizzazione della nostra identità e del nostro corpo nero. Per i più estremi, essi rappresentano due componenti estranee e intollerabili rispetto alla loro ideale società xenofoba e nazionalista, che dovrebbe restare fissa, immutabile ed esclusiva. Nei primi due casi, invece, diventiamo africani o europei accettati e accettabili solo sulla base dei risultati meritevoli che riusciamo ad ottenere o al contributo positivo (in questo caso una Coppa del mondo) che possiamo dare al paese, lo stesso in cui siamo normalmente considerati, e trattati, come cittadini di secondo ordine.

In nessuna di esse si prende minimamente in considerazione l’idea che l’identità possa essere inclusiva, ossia il risultato di diversi bagagli culturali ed esperienze di vita che si fondono in un unico individuo senza necessariamente escludersi. Infatti, nonostante molti afroeuropei definiscano la loro appartenenza come un’entità mista dai contorni irregolari e molteplici, dando vita a un’idea di métissage molto più sofisticata e complessa, la maggior parte delle persone continua a fornire un’interpretazione della loro identità ricorrendo a semplificazioni che escludono, di fatto, la compresenza di più elementi. In questo senso, ad esempio, si sottovaluta e si sminuisce il fatto che un giovane come Adil Rami possa dichiarare di considerarsi al contempo francese e marocchino, quindi sia l’uno sia l’altro, e che possa riconoscere in questo modo il contributo offerto da entrambe le componenti alla propria idea d’individuo.

Il problema non è tanto che se ne parli, ma del modo in cui se ne parla. Spesso ho quasi l’impressione che la gente ci prenda come materiale di studio, senza rendersi conto dell’aspetto intimo e personale dell’argomento, il quale lascia evidentemente emergere infinite sensibilità e percezioni. Ci saranno sicuramente afroeuropei (alcuni dei quali criticheranno ad esempio anche quest’appellativo) che non condivideranno questa mia analisi e s’identificheranno magari con una delle posizioni sopraesposte oppure bilanceranno, rifiuteranno, riformuleranno a proprio piacimento il contributo che ogni componente ha dato alla propria personale esperienza e credo che andrebbero in qualsiasi caso ascoltati e rispettati.

Tuttavia, ritengo anche che nessuno di noi, guardandosi allo specchio possa negare la realtà dei fatti, ossia che la propria storia personale abbia origini che vengono da lontano, da un Continente magari sconosciuto e ignoto, con il quale non si ha talvolta nulla a che fare, ma che, volenti o nolenti, è parte di ciò che siamo, e che, in nessun caso, ci rende e ci renderà mai meno europei degli altri.

 

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