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Mappa delle aggressioni fasciste in Italia dal 2014 al 2018, consultabile e interattiva su google maps

Sono giorni che prendo un gran respiro prima di esternare la mia opinione su ciò che vedo accadere in Italia, ma poi i miei pensieri restano bloccati in gola e invece di uscire scendono fino allo stomaco, dove esplodono in una sorta di nausea che, alla fine, m’impone un silenzio terapeutico. Sì, perché i bersagli in questo caso non sono solo sei e le ferite non si limitano a quelle fisiche.

Ho bisogno di silenzio per leccare anche le mie di ferite, quelle che provengono dall’amara consapevolezza che chiunque di noi, detentore di un tasso di melanina troppo elevato perché possa passare inosservato, avrebbe potuto trovarsi al posto di una di quelle vittime. Ma la paura che ti ghiaccia il sangue e ti fa sudare freddo, per te e i tuoi cari, quando senti una notizia del genere, è qualcosa che in pochi riescono a capire. È una sensazione che va ben oltre lo choc iniziale per una notizia di cronaca così agghiacciante. È un’angoscia che resta incastonata nel cervello e della quale non riesci a liberarti durante la giornata, né la notte quando cerchi di chiudere gli occhi girandoti nel letto e realizzi che i timori maturati da qualche tempo si sono alla fine materializzati.

Come se questo non fosse già abbastanza, la nausea rimonta come un reflusso gastrointestinale quando vedo le reazioni e sento o leggo le esternazioni che questa situazione ha generato da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico. Una valanga d’indignazioni sterili, opinioni da salotto e analisi socio-politiche da campagna elettorale, il tutto condito da giustificazioni al gesto e offese alle vittime che diventano colpevoli di un eccesso di melanina apparentemente inaccettabile.

Sento parlare d’immigrazione, di stranieri, di problemi sociali, di colpe, di responsabilità e di giustizia, ma solo in pochi colgono la gravità allarmante della situazione e affrontano chiaramente l’elemento centrale di questo dibattito: una violenza razziale basata sul colore della pelle.

Questo è il punto: il colore! Non che si tratti di africani, non che si tratti di migranti legali o clandestini, non che la causa sia una rappresaglia in risposta a un altro crimine, non la frustrazione delle fasce deboli della popolazione, non che la politica continui come ha sempre fatto a soffiare sul fuoco. Tutto questo è il contorno. Il nocciolo sul quale si gira sempre intorno, senza peraltro mai coglierlo, è che l’Italia è diventato un paese pericoloso per i neri, italiani o stranieri che siano poco importa, perché quando ti sparano addosso o ti aggrediscono in gruppo potete stare sicuri che parlare con un accento puro brianzolo o conoscere solo due parole d’italiano non farà di certo la differenza.

Questa reticenza tutta italiana nel voler ammettere che sussistano discriminazioni basate sul colore della pelle, delle quali siamo diretti testimoni e denunciatori da anni, e di conseguenza il rifiuto, spesso anche inconsapevole, a voler affrontare questa problematica pubblicamente emergono in tutta la loro forza dirompente in queste ore.

Il nostro paese ha un lungo passato di razzismo e intolleranza con il quale non siamo mai riusciti a fare i conti, abbiamo tentato per decenni di superarlo stendendo un velo di silenzio che ci desse l’impressione di avanzare su nuove basi ideologiche, ma in realtà non siamo mai stati in grado di analizzarlo oggettivamente, comprenderlo nelle sue forme più subdole e interromperne quindi l’evoluzione. Oggi quel passato è ridiventato il nostro presente non perché sia rinato, ma perché, non avendoci mai abbandonato, ha avuto il tempo di ridefinirsi e riemergere con nuova forza e vigore in un continuum che non abbiamo saputo interrompere.

È facile attribuire le responsabilità di questa situazione a chi sbraita senza vergogna propinando idee razziste con la stessa leggerezza con cui piscia sui valori della nostra Repubblica, ma la triste verità è che siamo arrivati a questo punto anche grazie a quelli che per anni si sono dichiarati contro il razzismo (la maggioranza degli italiani probabilmente), ma allo stesso tempo si sono nascosti dietro il confort dei loro privilegi sostenendo ad oltranza che “il colore non fa differenza”,  che “dobbiamo superare queste distinzioni puramente fisiche”, che “in Italia la situazione è diversa”, che “esagerate a vedere il razzismo ovunque”, che “in Italia non esiste un razzismo endemico e istituzionale”, che “con questa storia del privilegio bianco fate del razzismo al contrario”, che “non c’è bisogno di creare spazi safe per gli afro, perché l’Italia non è un paese razzista e voi rischiate di ghettizzarvi”, che “io tutto questo razzismo non lo vedo”, che “sono solo casi isolati”, che “tanto sono solo una minoranza”,  che alla fine “non sono razzista, ma…”.

Affermazioni che ho sempre contrastato con fermezza, cercando di proporre una dialettica che tenesse conto anche della nostra prospettiva di neri italiani e sostenendo la pericolosità di queste posizioni, spesso motivate da una certa permalosità che emerge quando si parla di sistema razzista in Italia, in quanto sintomo di una profonda incapacità nel saper riconoscere i segnali di una società endemicamente razzista e nel riuscire ad ammettere una responsabilità collettiva nella perpetuazione di idee e comportamenti discriminatori, con la tendenza a voler tutelare la propria convinzione di non essere parte del problema piuttosto che ammetterlo e contrastarlo.

Le mie posizioni mi sono valse numerose critiche e accuse di vittimismo o di estremismo, a seconda dei casi, ma poco m’importa, il problema è che alla fine sembriamo di nuovo caduti dal pero. Sparano su sei neri per strada e compaiono scritte che recitano “Macerata è solo l’inizio”, si creano gruppi di difesa e ronde cittadine, sfilano fascisti liberamente per le strade e ci si chiede come si sia arrivati a questo punto, cosa stia succedendo nel nostro bel paese. Ebbene, vediamo semplicemente i frutti della nostra miopia. Decine di neri sono stati massacrati o uccisi negli ultimi anni, a molti è stato rifiutato un lavoro, una casa, un mezzo pubblico, un medico e tanto altro ancora solo per il colore della loro pelle, ma cosa è stato fatto per invertire questa tendenza? Nulla, perché si trattava appunto di casi “non rappresentativi della realtà del paese”.

Nel silenzio, lecco le mie ferite interiori, quelle che nascono dal dover ammettere un fallimento personale e collettivo perché dopo anni di battaglie reali, virtuali, sociali, intellettuali e culturali la verità è che gli eventi drammatici di questi ultimi tempi hanno rivelato tutta l’inconsistenza del dibattito sul tema del razzismo in Italia e delle nostre strategie per fronteggiarlo. Non siamo stati in grado di invertirla questa tendenza, noi attivisti, voi cittadini, tutti complici e responsabili. Perché poi i politici dicono in fondo ciò che vogliamo sentirci dire, quindi dovremmo renderci conto del fatto che siamo noi elettori il grande problema!

Ora però è già troppo tardi! Cerchiamo di limitare i danni, di prendere una posizione netta contro il razzismo, di mobilitarci affinché le cose non peggiorino, ma dove eravamo fino a qualche giorno fa?

I tentativi di cambiare la percezione nei nostri confronti, di aprire un dibattito serio su tematiche considerate ancora tabù, di stuzzicare la coscienza dei nostri concittadini, di prenderci lo spazio che ci meritiamo nel nostro paese, facendo sentire in modi diversi la nostra voce e la nostra presenza, sono miseramente falliti e l’obiettivo di rendere l’Italia un posto più tollerante e accogliente per tutti i “non bianchi”, non solo non è stato raggiunto, ma si è allontanato anni luce, fino quasi a diventare un abbaglio fioco e sfocato. Stiamo lottando da anni contro un muro di gomma che non solo non si riesce a scalfire, ma rinvia al mittente tutti i colpi inferti. Restare in questo contesto diventa un martirio consapevole, in cui le vittime, tranne qualche rara eccezione, invece di ribellarsi a un sistema che le strumentalizza identificandole come capro espiatorio di ogni male, incassano colpi mansuetamente nella speranza di essere accettate ed entrare a farne parte.

È così che diventiamo le pedine di un gioco diabolico che si consuma sulla nostra pelle nera, in cui la riconoscenza ha la meglio sulla dignità. In uno slancio di assimilazione estrema diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, confortati dall’illusione di essere singolarmente migliori dei nostri fratelli. Siamo arrivati al punto in cui i neri con la cittadinanza italiana, ottenuta alla nascita o acquisita, si nascondono dietro le certezze offerte dai loro documenti per contrastare le battaglie di chi, tra di noi, vive le diatribe dovute a un permesso di soggiorno; i misti e gli adottivi si lasciano pigramente avvolgere dai vantaggi derivanti dalla loro appartenenza a famiglie e ambienti che li elevano indirettamente a un gradino più alto rispetto a quello di un qualsiasi nero di origini straniere; gli africani con situazioni economiche e familiari stabili si costruiscono un piedistallo dal quale osservano, con superiorità e disgusto, i fratelli dei loro stessi paesi costretti a vivere in condizioni di clandestinità e marginalità.

Ma sapete che c’è di nuovo? Che oggi le lancette dell’orologio ripartono da zero e siamo tutti uguali di fronte al muso di una pistola puntata contro di noi da gente che ritiene il colore della nostra pelle una ragione sufficiente per imporci punizioni psicologiche e corporali.

Oggi, noi neri non siamo pronti a contrastare questa ondata di violenza ideologica e i bianchi che perorano la nostra causa nemmeno. Tutti noi, neri e bianchi, siamo magari individualmente più o meno attivi e ben motivati, ma collettivamente disgregati e incapaci di combattere insieme il fascismo razzista e xenofobo che dilaga. Non siamo in grado di metterci in discussione, né di essere onesti con noi stessi, abbiamo sicuramente sbagliato molte cose in questi anni, ma preferiamo convivere con le nostre piccole certezze e le nostre singole vittorie.

Apprezzo le manifestazioni, alle quali avrei sicuramente partecipato se fossi stata in Italia, concordo sulla necessità di continuare a dare risalto alle iniziative che esaltano la diversità, stimo le persone che continuano a investirsi in progetti volti al cambiamento, ma più di tutto credo sia diventata impellente la necessità di fermarci a riflettere su cosa sia andato storto e su quali siano le nostre responsabilità, individuali e collettive, in questo fallimento. Abbiamo bisogno di cambiare prospettiva e di individuare nuove strategie di resistenza, saremo in grado di farlo? Non lo so, personalmente nutro forti dubbi, intanto però iniziamo tutti con l’andare a votare il 4 marzo, capiremo forse allora se ci saranno veramente i margini per far spostare l’ago della bilancia dalla nostra parte o se sarà necessario ripartire da zero con un ritardo storico di circa settant’anni!

Io, nell’attesa, mi preparo psicologicamente ad un prossimo temporaneo rientro in Italia in vista delle votazioni, con il cuore gonfio e lo stomaco in subbuglio, e mi ritiro nuovamente nel mio silenzio terapeutico perché ho veramente bisogno di ridefinire la mia strada per il futuro, per il resto, chi vivrà, vedrà…

 

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