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 Ci vuole il colore della pelle giusto persino per essere razzisti. Nelle vie periferiche della capitale possono nascere paradossi, come quello di Luca, un “black italian” fascista, che a dispetto delle sue origini si è dato allo squadrismo più ottuso e bigotto. Un paradosso destinato a scontrarsi, però, con quanto di bello e di vero possa esistere nello sguardo di un bambino, la sola speranza di futuro.

Questa è la presentazione del corto Ambaradan, vincitore del progetto MigrArti 2017 e presente al festival di Venezia, diretto da Paolo Negro e Amin Nour, con sceneggiatura di Mauro Cataleta e Alessio Partenopeo; una storia apparentemente surreale, ma che rispecchia invece una realtà ben più diffusa di quanto si possa immaginare.

Il corto è il risultato di un interessante lavoro di ricerca, fatto d’interviste e confronti con numerosi afrodiscendenti. Le loro scelte di vita ed esperienze sono state oggetto di lunghe riflessioni anche tra me e Amin nella fase embrionale del progetto. Quello che ne è emerso, e che viene splendidamente rappresentato nel corto, è la grande confusione identitaria di cui sono frequentemente vittime le persone di discendenza africana all’interno della società italiana, le quali hanno spesso grande difficoltà a trovare la loro collocazione in un ambiente che oscilla tra l’accettazione dell’individuo nella sfera intima e privata e il suo rifiuto nel panorama collettivo.

Tutta la storia ruota attorno a questo corto circuito nella rappresentazione dell’io del protagonista, Luca (interpretato da Germano Gentile), che non riesce a far coincidere il ruolo ricoperto all’interno della comunità ristretta, composta dalle persone con cui vive quotidianamente e dai luoghi che frequenta abitualmente, con il modo in cui è rappresentato e percepito dal mondo esterno alla sua area di confort.

In diverse scene, all’inizio e alla fine del corto, emerge l’impossibilità di combinare la sua nerezza con la sua italianità e questo rifiuto ideologico proviene non soltanto dalla comunità di “accoglienza”, quella italiana, ma anche da quella di “origine”, quella africana. L’africano che riemerge nei suoi ricordi in una delle scene iniziali e grida: “Sei nero e sei africano”, si sovrappone e si confonde con i suoi compagni di oggi che, verso la fine del corto, urlano al bambino in mare: “Non vogliamo neri italiani”.

Combattere quest’assunto diventa quindi una lotta interna a se stessi e, spesso, non si ha la forza o la capacità di vincerla. La soluzione che sembra più facile, ma che nasconde le più grandi insidie, è operare un distacco emotivo e percettivo dagli elementi problematici, ossia il colore della pelle e le proprie origini; creare una linea di demarcazione tra l’io e gli altri, ossia tutti coloro nei quali non ci si riconosce ma con i quali, al tempo stesso, si viene accomunati (immigrati, africani, stranieri, neri, etc.), in una sorta di rifiuto che allontani qualsiasi tipo di accostamento o immedesimazione.

Una dissociazione che sfocia nel risentimento e nell’intolleranza verso la parte di noi stessi che detestiamo e può prendere forme estreme, come nel caso di Luca, per il quale il demone si materializza nelle sembianze dei migranti, come all’inizio del corto, o del “kebbabaro maomettano”, contro i quali si accanisce verbalmente e fisicamente come in uno specchio riflesso. Quando si trova di fronte al giovane nero beneficiario di una casa popolare gli spunta in faccia e gli dice: “Fai schifo!”, ma è come se sputasse e parlasse a se stesso. Questo però lui non lo sa o, nel migliore dei casi, non vuole ancora ammetterlo.

Molto significativo in questo senso è il flash back di Luca bambino (Terry Okojie) che tenta di lavar via il suo colore e quando la mamma gli chiede: “Luca ti sei sporcato? Che stai facendo, mi spieghi?”, risponde: “Sto cercando di rimediare all’errore! Perché è sbagliato! È tutto sbagliato! Il nero è sbagliato! Io sono sbagliato! Perché? Perché?”.

È estremamente complicato riuscire a delineare un’immagine equilibrata di se stessi se si vive un profondo conflitto tra la propria apparenza, alla quale vengono quotidianamente associati stereotipi negativi e pregiudizi, e il proprio senso di appartenenza alla società che ti ha visto nascere e crescere, ma che in un certo qual modo ti rifiuta, non tanto rigettando te come singolo individuo, quanto piuttosto la diversità che ti porti dietro e che quindi cerchi di annullare.

Non è un caso infatti che questo razzismo interiorizzato, in grado persino di spingere un giovane ragazzo nero ad abbracciare gruppi e ideologie della destra estremista e xenofoba, sia molto più frequente tra gli afrodiscendenti che hanno vissuto un’esperienza di adozione interraziale come Luca, poiché negli ambienti in cui essi spesso si ritrovano a vivere, dove tra l’altro mancano punti di riferimento in cui riconoscersi e a cui ispirarsi, si tende a sottovalutare il peso delle conflittualità che possono emergere nel soggetto adottato rispetto alle proprie origini e alle differenze somatiche con la propria famiglia adottiva. È un po’ come se attorno a te tutti facessero finta che tu sia qualcuno che non sei, incolore agli occhi di chi ti vuole bene, fino al punto che anche tu inizi a crederci, privandoti di conseguenza degli strumenti e della consapevolezza necessari ad un confronto sano ed onesto con il mondo esterno che ti ricorda invece ogni giorno che sei nero e pertanto diverso.

Anche nel corto difatti, gli amici di una vita, i familiari, la gente del quartiere non rifiutano Luca in quanto tale, ma ciò che rappresenta ai loro occhi la sua nerezza, per questo motivo essa diventa un elemento secondario, trascurabile, quasi inesistente di cui nessuno parla o s’interessa. Il suo colore scompare e lui stesso lo rimuove, fino a quando Sabrina (Luisa Casasanta), la sorella del suo amico, lo mette di fronte alla dura realtà chiamandolo provocatoriamente “negro”, termine nel quale stenta a riconoscersi e al quale non riesce a controbattere.

A questo punto qualcosa sembra iniziare a smuoversi dentro di lui, ma sarà solamente il guardarsi attraverso gli occhi di un bambino a determinare, in una conclusione che esprime tutta la capacità romana di sdrammatizzare attraverso l’ironia, uno slancio finale di autodeterminazione: “Mbe’ ’o so’ io chi so’, il mio posto è tra voi e loro”, “Io so’ io, io so’ Luca!”.

 

 

 

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