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Pare che un numero sempre più alto di ivoriani si avventuri sui barconi per giungere in Europa ed io mi chiedo come sia possibile.

Com’è possibile che un paese come la Costa d’Avorio che è stato per decenni il fiore all’occhiello dell’Africa occidentale sia diventato un luogo da cui migliaia di persone vogliono fuggire.

Com’è possibile che un paese in pieno sviluppo economico, con una crescita del PIL dell’8,5% negli ultimi tre anni non sia in grado di migliorare le condizioni di vita della propria gente.

Com’è possibile che un paese letteralmente gremito di europei, cinesi e arabi che investono, costruiscono, si arricchiscono a vista d’occhio non riesca a garantire un lavoro decoroso e ben pagato ai suoi giovani.

Com’è possibile?

Qualcuno sostiene che sia colpa della crisi post-elettorale (eufemismo per definire la guerra civile) che ha colpito il paese nel recente passato, riportando l’orologio indietro di almeno vent’anni, ma proprio dopo che l’Italia ha firmato accordi anti-immigrazione con la Libia, ho avuto un’illuminazione. Non che non avessi già da tempo considerato alcune delle riflessioni che condividerò con voi in questo e nei prossimi due post, ma solamente ora tutto appare ai miei occhi molto più nitido e strutturato.

Mi piacerebbe accompagnarvi in un viaggio lungo qualche secolo solo per mostrarvi come, secondo me, siamo giunti oggi a ciò che definisco Coloschiavismo, ossia un sistema socio-politico che unisce spinte economiche neocolonialiste a una struttura schiavista 2.0.

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State tranquilli, non ho intenzione di annoiarvi con sommari riassunti storici che potreste trovare nel bignami di successo “La storia del mondo in 10 secondi” ispirato alle analisi lampo di Donald “comelafacciosemplice” Trump; né con strampalate speculazioni finanziarie che farebbero impallidire i broker della Borsetta di nonna a Piazza Affari; o teorie complottiste degne dei migliori spioni dell’agenzia super segreta CIAone Italy; ma vorrei piuttosto spingervi, attraverso alcune considerazioni, a osservare da un’altra prospettiva ciò che accade oggi in questa parte del sud del mondo e, di conseguenza, nella vostra lassù più a nord.

Quando si parla di schiavitù le prime immagini che appaiono nella mente della maggior parte delle persone sono l’Africa, le navi negriere, le catene e le piantagioni. Qualcuno arriva fino al punto di immaginare le razzie nei villaggi; le famiglie smembrate e trucidate tra le urla di terrore dei bambini e i pianti di disperazione delle madri; le persone incatenate e stipate come bestiame nei grandi vascelli, molte delle quali morte di stenti e malattie ancor prima di raggiungere le coste del vecchio e del nuovo mondo per lavorare la terra e servire i loro padroni dietro atroci violenze. Solo in pochi invece riescono a immedesimarsi nelle sofferenze fisiche e psichiche di cui sono stati vittime quegli esseri umani e a sentire il peso morale delle umiliazioni disumanizzanti che hanno dovuto patire per secoli loro e i loro discendenti.

Sembra un ricordo sbiadito che resta vivo solo nell’animo di chi si sente successore di quel triste passato. Un passato di cui difficilmente si riesce a parlare onestamente in Occidente e di cui nessuno sembra voler ammettere le colpe. Nessun revisionismo storico e nessuna commemorazione ufficiale alla presenza dei grandi capi di Stato nel giorno della memoria (che sì, esiste pure per la schiavitù!), come se i responsabili materiali e morali dovessero pian piano scomparire da questa triste pagina offuscata della storia. Tuttavia, mentre negli Stati Uniti la realtà attuale impone una riflessione continua, seppure nebulosa, sulle conseguenze socioculturali derivanti dalla schiavitù e dalle successive discriminazioni razziali, l’Europa e in particolare l’Italia, hanno tendenza a dissociarsi completamente da quegli eventi e rifiutano anche solo l’idea di una qualsiasi responsabilità, per quanto marginale, in secoli di barbarie.

Oggi gli schiavi non esistono più, o meglio, gli unici rimasti sembrerebbero essere coloro che senza troppo clamore né indignazione vengono tuttora sfruttati in posti come la Mauritania e i paesi del Golfo (tra l’altro amici dell’Occidente!), ma in tutti gli altri casi di sfruttamento preferiamo utilizzare termini meno rievocativi come migranti o rifugiati.

Quando si parla d’immigrazione massiccia le immagini che subito balzano agli occhi dei più sono l’Africa, i barconi, gli ingressi illegali e le piantagioni. I vascelli si trasformano in pescherecci e gommoni che affondano al largo delle nostre acque lasciando uno stuolo di corpi rigonfi sulle coste della penisola; le catene sono sostituite dall’assenza di documenti o titoli di permanenza temporanea senza i quali si finisce rinchiusi in centri di riconoscimento e detenzione dove il rispetto dei diritti umani è un concetto privo di qualsiasi senso; il sudore che un tempo colava sulle piante di tabacco e cotone ora gocciola nelle casse piene di agrumi e pomodori che finiranno sulle nostre tavole imbandite.

Ma nessuno li obbliga a partire, direte voi. In un certo senso è vero, ognuno di loro decide di mettere a repentaglio la propria vita senza una costrizione apparente, ma guerra e miseria dalle quali fuggono non posso certo essere considerate come alternative di vita. Chi sceglierebbe mai di rassegnarsi a un destino simile? La libertà di scelta entra in gioco quando le opzioni disponibili sono tutte più o meno praticabili, ma se ti dicessero di scegliere tra una morte sicura a causa di una bomba o dell’assenza di risorse per il tuo sostentamento e una possibilità, anche minima, di sopravvivenza credo che la risposta sarebbe obbligata.

Ed è proprio questa scelta obbligata che mi porta ad accomunare le migrazioni di massa a una sorta di deportazione forzata. È qui che si trova la vera insidia, il nodo cruciale che andrebbe sgrovigliato per comprendere e analizzare tale fenomeno con onestà intellettuale.

Un tempo gli avventurieri, sotto l’effige di sovrani e ricchi signori, organizzavano spedizioni di conquista nelle terre africane, ottenevano con l’astuzia o con la forza il sostegno dei capi e degli anziani dei villaggi, compravano la lealtà dei doppiogiochisti autoctoni e ripartivano carichi di beni preziosi ed esseri umani da rivendere al miglior offerente, guadagnandosi persino il titolo di eroi e uno spazio nei nostri libri di storia.

Oggi esiste la comunità internazionale, dietro la quale si celano i nostri potenti governi, che s’insinua nelle scelte politiche ed economiche dei paesi africani, crea le condizioni per intervenire militarmente a sostegno di favorevoli capi di governo corrotti e sempre riconoscenti, approfitta della propria influenza per sfruttare le risorse naturali e umane locali con enormi introiti economici facendosi persino baluardo di democrazia e sviluppo dei quali tutti dovremmo essere grati.

Ora come allora, ci introduciamo con forza e prepotenza nella vita di migliaia di persone, stuzzicando l’ingordigia nei nostri burattini al potere, senza renderci conto che siamo andati troppo lontano e stiamo perdendo il controllo. Mentre la nostra visione degli africani è rimasta la stessa di quando li consideravamo dei selvaggi da sfruttare prima e da educare poi, loro, gli africani, hanno capito bene le regole del gioco e finalmente rivendicano la loro manche nella partita.

Nonostante sia ancora difficile per loro influenzare le decisioni prese nelle grandi stanze del potere, cacciare governanti illegittimi con amici internazionali troppo potenti, rivendicare apertamente diritti e ribellarsi esplicitamente ai soprusi, le nuove generazioni non hanno più paura del dominio assoluto dell’uomo bianco, hanno smesso di guardarlo con gli occhi di sudditi obbedienti e mansueti disposti a vivere nell’intestino dell’occidente, dove quello che resta sono solo le feci maleodoranti di una ricca abbuffata che si consuma altrove.

Questa è la differenza rispetto al passato. In tutti questi secoli, nonostante i tanti tentativi di sottomissione psicologica e culturale, che sotto alcuni aspetti hanno anche dato i loro frutti, gli africani hanno tenuto in vita la loro dignità e, allo stesso tempo, si sono armati di nuovo coraggio per rivendicare ciò che appartiene loro, come a ogni altro essere umano, ossia il diritto di vivere dignitosamente. E se questo non è possibile nelle loro terre arpionate da predatori senza scrupoli manipolati a distanza dal primo mondo, l’unica alternativa rimane raggiungere la culla del benessere.

Detto questo, è troppo facile dire che non li vogliamo senza voler però rinunciare ai benefici che da loro traiamo. Se intendiamo veramente sostenere questa a gente a casa loro, liberiamo la loro casa che ancora occupiamo abusivamente, restituiamone loro le chiavi e lasciamoli liberi di ricostruire una nuova dimora fatta a loro immagine. Cancelliamo dalla nostra testa l’idea di doverli aiutare o salvare, loro sono già pronti per il cambiamento, hanno solo bisogno che, almeno per una volta dopo tutti questi secoli, li consideriamo nostri pari, in grado di essere padroni del proprio destino, anche se questo vorrà dire mettere da parte i nostri lucrosi interessi.

 

P.S. È fresca di qualche giorno la notizia di un nuovo fenomeno che va diffondendosi in Libia (il paese verso il quale abbiamo deciso di rispedire tutti i migranti illegali intercettati lungo le nostre coste) che consiste nella vendita al miglior offerente di schiavi africani in piazze e mercati. E la storia continua….

 

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