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C’è una nuova moda che spopola sul web: promuovere la propria immagine sui social condividendo foto in cui si posa sorridendo accanto a bambini africani visibilmente sorpresi o in villaggi poveri e bidonville per testimoniare il proprio impegno sociale in attività di volontariato.

L’inadeguatezza e il cattivo gusto nel pubblicare questo tipo di foto, per le quali è stato coniato addirittura il termine “slumfies” (contrapposizione di slum, bidonville, a selfies), ha attirato l’attenzione su un fenomeno molto diffuso ma poco discusso: il volonturismo, neologismo creato dalla contrazione dei termini volontariato e turismo.

Ma chi sono i volonturisti? Giovani e adulti che decidono di tramutare qualche settimana di vacanza in un’opera di bene. Partono alla scoperta di un luogo ignoto per partecipare alla realizzazione di un progetto con il desiderio di dare una mano ai meno fortunati. Che si tratti di costruire una scuola, scavare un pozzo, dare corsi di matematica, creare un’area protetta per le tartarughe giganti o semplicemente donare latte in polvere, loro sono pronti ad assolvere la missione!

Non che il fatto di volersi rendere utili sia di per sé una cosa negativa, ma l’ingenuità di questi volontari, che s’inseriscono per un periodo lampo in dinamiche complesse delle quali non sono consapevoli né all’arrivo, né tantomeno alla partenza, rischia di provocare conseguenze inaspettate sulle comunità che vorrebbero invece aiutare.

Faccio un esempio: costruire una scuola in Africa può sembrare una buona idea per ridurre i livelli di analfabetismo di una comunità, ma…

Quando iniziano i lavori ed entrano in gioco i volonturisti che si prodigano gratis (e anzi spendono almeno un migliaio di euro ciascuno per realizzare questo sogno altruistico), i manovali locali restano senza lavoro per settimane e perdono il loro stipendio. La ONG risparmia e i volontari diventano un elemento che provoca una concorrenza sleale (tralasciamo per ora il fatto che chi dirige il progetto guadagna invece un lauto stipendio!).

Quando la scuola è completata, sbarcano a turno altri gruppi di volonturisti che si dedicano questa volta ad impartire corsi in varie materie dando per scontato che qualcuno, pur non avendo mai insegnato in vita sua, solo perché occidentale, possa avere una scienza infusa e rimpiazzare un educatore locale che, a priori, non è adeguatamente preparato. Gli insegnati locali perdono temporaneamente il loro lavoro e, nel caso in cui realmente abbiano carenze pedagogiche, spesso non si ipotizza neanche l’idea di proporre loro una formazione adeguata per potersela cavare quando il progetto sarà finito.

Quando il lavoro è davvero finito, capi progetto e volonturisti tornano nei loro paesi, si arrestano i finanziamenti, gli insegnanti non hanno appreso nulla, gli alunni forse, tutto torna come prima senza che qualcosa di sostanziale sia cambiato. Migliaia di euro (tra i finanziamenti alla ONG e le spese dei volontari) che avrebbero potuto essere utilizzati in altro modo dalle comunità locali per fare veramente la differenza sono stati spesi per ottenere risultati trascurabili.

Una volta giunti a casa i volonturisti iniziano a pubblicare slumfies su Facebook, Twitter, Instagram e altri social, sono soddisfatti del loro lavoro, ma principalmente ci tengono a gridare attraverso le immagini: “io c’ero e ho salvato …(aggiungere a piacere: il bambino che porto sulla schiena, i ragazzini della scuola dove ho insegnato, le donne del villaggio a cui ho portato viveri, la squadra di calcio che ho allenato e così via)”.

Questa nuova tendenza ha fatto scatenare la rete con parodie e prese in giro divertentissime.  La pagina “I filantropi di Tinder (Humanitarians of Tinder) raccoglie molte di queste foto. Per chi non lo sapesse, Tinder è un social utilizzato principalmente per incontri amorosi e rimorchi online, quindi l’idea che molte persone si autopromuovano con messe in scena “umanitarie” rende bene l’idea di quale sia il livello di consapevolezza ed empatia di alcuni cooperanti improvvisati.

Anche su Instagram è stato creato l’account “White Savior Barbie (Barbie la salvatrice bianca) in cui vengono pubblicate ironiche fotografie della nota bambola Barbie alle prese con l’ambiziosa missione di salvare l’Africa. Portavoce dell’associazione di beneficienza “Harness the Tears!” (sfruttiamo le lacrime!), impegnata nella raccolta di lacrime per abbeverare i bambini africani assetati; insegnante improvvisata in una scuola decrepita che si sente comunque all’altezza in quanto occidentale e quindi presumibilmente competente; mamma adottiva di un leone che non ha nessuno che si prenda cura di lui, sono solo alcune delle vesti ricoperte dalla cooperante di plastica per ironizzare su questo fenomeno.

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L’obiettivo di questa ironia feroce non è solamente mostrare l’ingenuità di questi volontari “romantici”, ma mettere in luce l’atteggiamento da “salvatore” di molti occidentali che si dedicano alla cooperazione, spesso presuntuoso, sempre riduttivo e talvolta neocolonialista.

Alcune persone mi hanno informato che l’Africa è un continente e non un paese. Spero possiate perdonarmi per l’errore. Ho molto da imparare, ma so una cosa per certo, che il mio amore per questo posto è più grande di qualsiasi paese. Anche più grande del paese Africa! [cit. barbiesavior]

Questo quadretto non si discosta molto dalla realtà e potrei raccontarvi una lunga serie di aneddoti che lo confermerebbero, ma preferisco che vi facciate due amare risate guardando questo video, soprattutto se state valutando l’idea di partire per fare del volontariato in Africa  😉

 

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