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Mi ero ripromessa di non scrivere nulla che avesse a che fare con gli attentati di Parigi e, in un certo senso, vorrei mantenere questa linea evitando di parlare dei fatti accaduti. Mi piacerebbe solamente rivendicare un po’ di silenzio meditativo, quello che manca in queste ore di scompiglio generale.

Pare che tutti abbiano qualcosa da dire su ciò che è avvenuto: professionisti della politica, dei media e del nonsonullamacomunqueparlo. Milioni di parole spese per dire ovvietà, manipolare la realtà e, in molti casi le coscienze, sviscerare odio gratuito o semplicemente mostrarsi solidali.

Un calderone in cui volutamente si mischiano guerra e religione, profughi e Schengen, G20 e resto del mondo, periferie cittadine e frontiere nazionali, facce losche barbute e volti angelici innocenti. Scenario apocalittico di livello 1, quindi, che fai non la lanci qualche altra bombetta per ripicca? Tanto nessuno s’indignerà più di tanto poiché oramai tutti sventolano bandiera francese.

facebookOgnuno si sente in dovere di dare la propria opinione e non ci sarebbe nulla di sbagliato se non fosse che in queste situazioni forse sarebbe meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere e magari, giusto per scrupolo, informarsi su quello che sta realmente succedendo nel mondo reale. E invece no! Se fino a ieri il mondo finiva dopo il raccordo anulare, il paese era in lutto nazionale per lo sgambetto di Valentino al Moto GP e il culmine delle relazioni internazionali consisteva nella trasferta di Champions’ League, oggi sono tutti politologi improvvisati dell’ultima ora, forti della profonda cultura acquisita tramite Facebook che, ovviamente, è la primaria fonte d’informazione.

Gente che non sa neanche dove stia di casa la Siria (quindi figuriamoci se sa dirti chi è Assad, da dove saltano fuori questi psicopatici dell’ISIS e qual è il paese con capitale Beirut), che si lancia comunque in elementari analisi di politica estera, principalmente condividendo i post dei propri contatti, perché pure mettere due parole in riga risulta tanto difficile quanto aprire un libro (per essere chiara: quelli di Moccia e Fabio Volo non fanno testo!).

Ma non importa, è comunque bello e toccante vedere tutte queste persone emotivamente coinvolte che tentano maldestramente di far parte della Storia. Ci sentiamo tutti vicini alle vittime, giustamente, perché in loro ci riconosciamo, nei loro panni ci stiamo a pennello e le sofferenze come le preoccupazioni di coloro che l’hanno scampata potrebbero essere le nostre. Anzi, sono le nostre e la paura di questa guerra ci attanaglia. È così che riscopriamo la nostra umanità, assopita da lungo tempo nel fondo del Mediterraneo, tra le dune del deserto libico, sulle vette del Sinai, dietro un muro palestinese, fra le macerie di una chiesa nigeriana o i detriti di un suq turco, dove gli aromi delle spezie finiscono per scomparire tra l’odore acre della morte.

Diventiamo umani perché abbiamo paura: paura di morire, di finire come carne da macello, di perdere i nostri cari, di vivere un incubo che non ci lascerà più dormire la notte. Umani dietro uno schermo tv su cui si susseguono immagini di morte e di cordoglio, tante voci tremule, molte scritte allarmistiche, troppi commenti inappropriati. Umani dietro un pc su cui si alternano vignette, fotomontaggi, scene di guerra, articoli seri e cazzate colossali che sfilano come merci sul tapis roulant di una cassa del supermercato, per poi essere riposti sbadatamente alla rinfusa nel nostro cervello/carrello.

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Un’umanità paradossale! È questa la cosa che mi ha colpito più di ogni altra in questi giorni. Seconda forse solamente all’ipocrisia generale che è esplosa in maniera persino più clamorosa delle bombe.

La mia in primis, perché pur considerandomi una persona informata e attenta a ciò che accade nel mondo e profondamente convinta che le morti e le barbarie siano tutte uguali, ho provato una sensazione di ghiaccio al cuore alla sola idea che i miei cari o amici potessero essere stati coinvolti, come per nessun’altra atrocità in passato; ancora la mia  perché pur avendo un certo ribrezzo per i pietosi spettacoli di propaganda politica e mala informazione sui social e nei media, comunque non posso fare a meno di seguirli provando rabbia e disgusto; poi quella di tutte le persone che fino a ieri auspicavano indiscriminatamente la morte di profughi e migranti per evitare “l’invasione” e oggi si nascondono dietro un profilo tricolore in solidarietà alle vittime francesi; quella di chi invece si commuove sempre quando muoiono persone innocenti, ma non riesce a provare empatia per le sofferenze di chi, tra le mille difficoltà, cerca una vita migliore in una terra inizialmente straniera, rifiutando l’idea di un’Italia che cambia volto e diventa meticcia; quella dei cooperanti buonisti che vogliono salvare il mondo e aiutare i poveri dei paesi in via di sviluppo reiterando stereotipi culturali e modelli di presunto progresso figli della stessa visione etnocentrica che ha creato e crea ancora il malessere e le disuguaglianze che vorrebbero combattere; infine quella delle organizzazioni internazionali che, mentre vogliono farci credere di esistere per creare stabilità e benessere, riducono alla miseria interi popoli con politiche finanziarie ed economiche inique e dannose; senza dimenticare quella dei governanti, da un lato i potenti, dall’altro i fantocci, tutti raccolti in un minuto di silenzio per le vittime pensando,  rispettivamente, a chi bombarderanno nei minuti seguenti e a chi svenderanno la propria gente o le proprie terre nei minuti che verranno.

Visione troppo cinica? Può darsi, ma se ci siamo resi conto solamente venerdì che il mondo sta collassando davanti ai nostri occhi, forse è perché fino a giovedì non li avevamo ancora aperti, quindi, se proprio non riusciamo a tacere, sforziamoci perlomeno anche di osservare e comprendere.

 

Ogni guerra si combatte con il sangue delle vittime innocenti

*Cit. Karl Kraus

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