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IMG_1002Per spiegare in maniera concreta la vera complessità del meticciato vorrei parlarvi di qualcosa che ha seriamente messo in conflitto le mie scelte di vita occidentali rispetto alle origini africane: il cibo.

Non si tratta di una mera questione di gusti, ma di un argomento che s’inserisce all’interno di una visione più ampia che coinvolge scelte di vita e principi etici.

Per capirci meglio: vegetariana da quasi 15 anni in Italia, mi ritrovo a pescare in Costa d’Avorio!

Beh, al primo impatto potrei essere semplicemente tacciata di incoerenza, ma vi chiedo di seguire il mio ragionamento prima di giudicare.

Come ho già sostenuto altre volte, la vera difficoltà di noi che ci collochiamo a cavallo tra due culture consiste nel riuscire ad essere in grado di adeguarci ad entrambi i contesti e ridefinirci in base alle esperienze con una certa naturalezza. Essere come sulla linea dell’orizzonte, che separa impercettibilmente il cielo dal mare, e indossare le piume di un cormorano che plana in aria per poi piombare in acqua quando necessario.

Tenendo conto di tale similitudine, considero la mia vita in Italia come uno svolazzare poco leggiadro e a bassa quota, dove molte scelte rispecchiano in un certo senso il desiderio di trovarmi altrove o di modificare la realtà esistente. Ecco che il mio vegetarianismo diventa una protesta nei confronti di una società vittima dell’artificiosità alimentare e dello spreco di risorse naturali ed animali che sembrano incontrollati e incontrollabili.

Infatti, nella vita frenetica che conduciamo in Occidente, siamo talmente lontani dallo spirito della natura che ci vediamo costretti ad inventarci eco-etichette e bio-definizioni per non dimenticarci che siamo figli di questa terra, convincendoci, tra l’altro, di essere per questo all’avanguardia rispetto ad altre culture.

Oltrepassata la linea dell’orizzonte, però, mi lascio il cielo alle spalle e mi immergo nel mare, dove la realtà appare capovolta. La mia esperienza in Africa è come un tuffo rigenerante che interrompe temporaneamente il volo.

Mi ritrovo catapultata in un mondo in cui la natura è ancora protagonista del destino degli uomini. Infatti, le mie origini provengono da un villaggio di pescatori circondato dal fiume Bandama, dalla laguna Tiagba e dall’oceano Atlantico ed immerso in un paesaggio verde e rigoglioso.

L’acqua è l’elemento vitale e tutto ciò che è pescabile costituisce la fonte primaria di sussistenza.Attieké-poisson” è il piatto tipico di queste parti, ossia cous-cous di manioca con pesce in tutte le salse. Nei momenti di relax o quando i soldi scarseggiano, non serve cercare la quiete troppo lontano o arrivare al mercato per fare acquisti, ma si organizza una giornata al fiume o in laguna.

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È così che sono entrata pian piano in contatto con l’attività primaria della mia etnia: la pesca. Ore passate in ottima compagnia nel silenzio della natura, navigando in piroga per recuperare granchi, intrufolandosi tra le mangrovie per trovare carpe e mâchoiron, passeggiando dentro l’acqua per raccogliere paguri e addormentandosi ovviamente con un libro in mano sotto l’ombra di una palma.

In questo contesto, dove il cibo non sempre è una certezza e tutto ciò che ti viene offerto è già una ricchezza, ritengo impossibile collocare e motivare adeguatamente il mio vegetarianismo senza cadere in un paradosso culturale che rasenta quasi il ridicolo: qui c’è chi passa intere giornate senza mettere nulla nello stomaco e tu rifiuti il cibo che ti offrono perché non mangi gli animali?

Non esiste! Mi mangio pure le ranocchie e le lumacone se capita (e credetemi, è capitato 😕 )…

Ma a questo punto, come riescono a conciliarsi queste due esistenze? È possibile mantenere una coerenza senza rinnegare 15 anni di principi e convinzioni?

Trovo la risposta pensando a ciò che sta avvenendo al villaggio originario della mia famiglia, Lahou-Kpanda: nonostante non ci sia l’elettricità e neanche l’ombra di una macchina o di un elettrodomestico, il villaggio sta velocemente scomparendo a causa del surriscaldamento climatico e dell’erosione costiera. Il livello del mare s’innalza fino a sommergere le case in bambù, il cimitero dei nostri avi e i palazzi coloniali che un tempo si ergevano imponenti lungo la costa.

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Per sfuggire all’avanzata vorace e funesta dell’oceano, molti abitanti hanno deciso di trasferirsi dall’altra parte della laguna, a Lahou Ville, nella nuova cittadina dove mi trovo anch’io.

In un certo senso, sembra che la linea dell’orizzonte sia sempre lì a congiungere le due realtà e le scelte di vita che prendiamo da una parte, hanno spesso ripercussioni, anche devastanti, sull’altra.

Per questo motivo credo che le due esperienze, vegetarianismo e pesca, si compensino a vicenda e si giustifichino nei rispettivi contesti. Rivedere il nostro stile di vita occidentale, basato sul consumo sfrenato, attraverso scelte etiche e consapevoli, contribuisce a riequilibrare in maniera indiretta le violenze che facciamo subire alla natura e che hanno conseguenze incontrollate anche dall’altra parte del pianeta. Allo stesso tempo, conservare e rispettare stili di vita tradizionali che mantengono inalterata la vera catena alimentare e gli equilibri naturali spero consentano agli altri di non incappare nei nostri stessi errori, facendo scelte diverse che consentano loro di godere ancora della genuinità delle cose che noi, con tanta fatica, stiamo adesso cercando di ritrovare.

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