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O figlia di mio padre, il figlio del figlio di tuo figlio sarà sempre della seconda generazione, e i suoi figli dopo di lui, e i bambini generati dalle loro figlie saranno della seconda generazione, di qua e di là dal mare, sempre…*

Accendendo ultimamente la tv è impossibile non incappare nella miriade di talk show che cavalcano l’onda delle rivolte nelle periferie romane contro rifugiati, migranti e rom. Un vero mare magnum di banalità e disinformazione dove chiunque, grazie alla libertà di parola, può esprimere bestialità e scemenze senza filtro.

Quando il tema scotta, per spirito fondamentalmente masochista e solo quando la mia flora batterica è abbastanza equilibrata da evitarmi il vomito, mi diverte curiosare nelle pagine facebook delle trasmissioni e leggere i commenti a caldo dei telespettatori, così, giusto per farmi un’idea dell’aria che tira…Ma di questi tempi altro che aria, è una valanga inarrestabile di insulti, principalmente verso tutti gli ospiti neri che prendono parola, che in casi estremi arrivano persino ad inneggiare le camere a gas. 😯
La cosa buffa, per usare un eufemismo, è che spesso si tratta di afroitaliani che vengono invece considerati africani migranti, invitati a tornare nel loro paese e a non dare lezioni di vita agli autoctoni. 😕

A tale proposito, la battuta di un amico afroitaliano mi ha fatto molto riflettere. Rincontrandoci dopo tempo mi saluta dicendomi: “ohi, sorella di Mare Nostrum, come stai?”. Notando il mio sguardo perplesso ha aggiunto “Dai, negli ultimi tempi, soprattutto dopo i casini di Tor Sapienza, ci trattano tutti come se fossimo appena sbarcati. Per loro siamo tutti fratelli e sorelle salvati da Mare Nostrum, ma se te la devo dire tutta io so’ quasi orgoglioso!”.

Orgoglio? Probabilmente perché essere associati a migranti che potrebbero essere persino membri della nostra famiglia distante e, in alcuni casi neanche mai conosciuta, crea con loro un legame invisibile che ci porta a sostenere le loro battaglie e a posizionarci in prima fila affinché sia loro concesso il dovuto rispetto. Purtroppo, però, nella mente di chi ci mescola a realtà di migrazione, di cui molti di noi hanno solo sentito parlare, il nostro ruolo all’interno della società è altrettanto marginale e destabilizzante.

Ma noi non siamo migranti, siamo semplicemente AFROITALIANI.

Cosa ci differenzia da loro? Perché molti italiani si sentono ancora minacciati dalla nostra presenza?

  • Non abbiamo vissuto esperienze di migrazione o, eventualmente, abbiamo subito uno sradicamento forzato in tenera età. Siamo quindi nati e/o cresciuti in questo paese che percepiamo come la nostra casa. Condividiamo con i nostri coetanei abitudini, interessi, desideri e stile di vita, ma siamo più agguerriti,perché essendo costretti a conquistarci opportunità e riconoscimenti con maggiore sforzo rispetto agli altri, siamo tipi che non mollano facilmente. Essere visto come il diverso ti spinge a fare meglio degli altri, a voler sfatare il mito del perdente che ti ritrovi appiccicato addosso senza volerlo. Lotti ogni giorno per veder riconosciuti i tuoi diritti di ITALIANO, sulla carta e non solo, perché questo è quello che sei. Alzi la voce per ribadire il fatto che non sei uno straniero, non sei disposto ad abbassare la testa, a restare in disparte.
  • L’Italia è il nostro paese e l’italiano la nostra lingua madre, abbiamo rapporti sporadici o inesistenti con la terra di origine nella quale potremmo anche sentirci estranei non condividendone mentalità e tradizioni. Spesso, abbiamo capacità espressive e conoscenze che l’italiano medio ignorante e provinciale non riesce a gestire. Riusciamo a metterlo in difficoltà, perché lui preferisce prendersela con chi è appena arrivato e, non conoscendo bene la lingua e l’ambiente, non è in grado di difendersi ad armi pari. Non può zittirci, non riesce a controbattere e spesso resta senza parole per le nostre risposte secche e decise che smontano le sue mediocri certezze.
  • Siamo integrati ed inseriti in un contesto sociale di amicizie, conoscenze e interessi come qualsiasi coetaneo italiano, ma siamo anche attivi e combattenti, abbiamo qualità e talenti nei quali molto spesso ci siamo rifugiati: musica, arti visive, scrittura, ballo, recitazione sono solo alcuni degli strumenti che ci hanno aiutato ad esternare la rabbia che avevamo dentro e attraverso i quali cerchiamo ora di veicolare messaggi che cambino l’immaginario di questa società atrofizzata. Singolarmente o in gruppo, sentiamo l’esigenza di farci sentire, di conquistarci a pieno titolo un posto nella storia di questo paese. Siamo presenti, tanti, incazzati, indipendenti e pure creativi.
  • Non siamo ospiti che bussano alla porta, ma i padroni di casa. Se i nostri genitori sono entrati in punta di piedi, accettando un’integrazione subalterna, noi rivendichiamo i nostri diritti e la nostra italianità. Non siamo più bambinetti indifesi che accettano di restare in castigo nell’angolo, ma uomini e donne che hanno fatto i conti con la propria identità, si sono posti domande in cerca di risposte e, con consapevolezza, partecipano alle sorti di questo paese.
  • Non cerchiamo un futuro migliore, siamo noi il futuro. Rappresentiamo la nuova generazione, l’unica speranza per questo paese retrogrado nella mentalità e fossilizzato sulle ceneri del passato di aprirsi al mondo, alla diversità e al pluralismo delle esperienze. Portatori di un cambiamento che, se valorizzato, potrà dare nuova spinta culturale e nuove energie a una società ormai avvizzita dall’autoreferenzialità.

Quindi, perché facciamo così paura? La risposta è nella frustrazione che generiamo nei mediocri: ai loro occhi la nostra pelle nera è una mostruosità che intacca la “purezza” idealizzata di questo paese, ma al tempo stesso il simbolo di una trasformazione sociale in atto che non sono in grado di comprendere. D’altronde, la mediocrità è distante dal coraggio che serve per investire nel cambiamento!

*Daniel Pennac, Signori bambini, Milano, Feltrineli, 1998.

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