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Qualche giorno fa’ ero seduta ad una tavolata familiare letteralmente multicolore che partendo dalle tinte chiare del nord Europa raggiungeva le scure tonalità dell’Africa sub sahariana. Nel mezzo la fusione. Un insieme di volti dalle carnagioni  variegate, incorniciati da capigliature più o meno ricce, animavano questo pasto in famiglia ritmato da un sottofondo di vivaci accenti, cadenzati su una melodia francese che consentiva una comunicazione altrimenti impossibile.

Parenti congolesi, ivoriani, francesi, belgi e italiani DOC seduti l’uno accanto all’altro a mangiare cucina indiana a Parigi (e vi sfido a dire che il vero multiculturalismo non esiste!), tra di loro, tanti figli e nipoti meticci che, in alcuni casi, arrivavano persino a fondere insieme tre o quattro nazionalità.

I più piccoli, bambinetti di uno o due anni, vivono circondati dall’affetto e dalle risate che attraversano due continenti e sembrano non notare le differenze. Immersi in un naturale multilinguismo, nascono e crescono circondati da nonni bianchi e neri, babysitter arabe e compagni di giochi asiatici senza mostrare la minima perplessità. Non perché non siano in grado di percepire la diversità, ma perché la diversità non è percepita come una discriminante.

Forse si tratta di un caso eccezionale, di una famiglia fuori dal comune, soprattutto pensando ai ristretti canoni italiani, ma mi piace pensare che rappresenti un piccolo quadro di come potrebbe essere un giorno la nostra società. Come in ogni famiglia che si rispetti non mancano ovviamente contrasti e incomprensioni, eh sì, anche culturali, ma la vera ricchezza risiede negli sguardi di quei bambini: i loro occhi distinguono il bianco dal nero, ma da essi traspare un amore che valica i confini di ogni colore e cultura.

Sono proprio loro, i bambini, a farmi credere ancora nel sogno di una società realmente  multietnica, non solamente perché essi rappresentano il nostro futuro, le nostre speranze e annesse considerazioni sentimentaliste sull’infanzia, ma soprattutto perché quelli che crescono in contesti multirazziali penso siano destinati a sviluppare un solido e naturale spirito antirazzista, in grado di limitare e respingere le posizioni pregiudiziose degli adulti e della società.

Non è ovviamente necessario che tutte le famiglie italiane siano multiculturali, ma basterebbe che i nostri figli fossero liberi di crescere in un ambiente eterogeneo e ricco di diversità, per evitare casi frequenti come questo: avete presente lo sguardo del bambino in passeggino che vi guarda con occhi sgranati come se avesse visto l’incarnazione in formato gigante di uno dei suoi giocattoli e quando gli sorridi ricambia perplesso senza mai staccare lo sguardo? Probabilmente si chiede: “Ok, mi hanno insegnato a riconoscere il BAU, il MIAO, la MELA, la PERA, la BIMBA e il BIMBO, la MAMMA e il PAPÀ, pure la PAPPA e la PUPÙ, ma TU, coso nero con i capelli a cespuglio, non rientri in nessuna categoria conosciuta… Chi cazzo sei? Mi hanno nascosto qualcosa?”.

Forse sì, perché nei libri per l’infanzia non ci sono protagonisti neri, perché mamma e papà non frequentano persone di altri colori, perché le bambole sono tutte bianche e perché pure i cartoni sono invasi da odiosi maialetti parlanti e spaventosi Teletubbies, ma pochi neri all’orizzonte!

I bambini imparano a scoprire e riconoscere la realtà che li circonda anche sulla base degli stimoli che provengono dall’esterno, quindi sarebbe il caso di offrire loro un ventaglio più ampio di conoscenze, affinché possano sentirsi parte di un mondo a colori che potrà influenzare positivamente il loro sguardo su sé stessi e sugli altri.

Certo, le reazioni di tanti genitori ai cambiamenti interculturali della scuola non sono affatto confortanti, ma spesso sono proprio i bambini a darci delle vere lezioni di vita!

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