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albero-forte-africaUna delle domande ricorrenti che mi sono state fatte in questi anni parlando delle mie origini è stata: “Ma sei mai/già andata/ritornata in Costa D’Avorio?“, che suona un po’ come un quesito retorico quando, al mio “No!”, la faccia stupita delle persone mi fa capire che non era la risposta scontata che si aspettavano. Segue a ruota: “Ma non hai voglia di andare?“, e anche in questo caso resto stupita dalla profondissima empatia del mio interlocutore che, con molta probabilità, non ha avuto modo di rendersi conto che dietro un mio “!” si nascondono infiniti dubbi, fratture, pensieri ed emozioni.

Un “” e un “no” che celano una vita, una famiglia, un’identità e che riassumono in una sillaba ciò che di più intimo e personale esiste in chi, come me, è alle prese con il duro conflitto del ritorno alle proprie origini.

Il dato è tratto, il biglietto è fatto e non si torna indietro. Da accanita viaggiatrice quale sono, non ho mai avuto nessuna esitazione a cliccare sul pulsante “paga ora”, dopo aver selezionato le date, gli itinerari e scelto la tariffa migliore, possibilmente low cost. Questa volta no, ci ho pensato e ripensato, ho titubato, ho atteso e, alla fine, con un macigno sul cuore, ho pigiato il tasto sinistro del mouse tirando un respiro affannato carico di adrenalina.

Dopo settimane, la sensazione di euforia mista ad agitazione è ancora immutata. Tra burocrazia, vaccini, telefonate intercontinentali e ricerche, ogni giorno passa come se questa interminabile attesa, iniziata oltre trent’anni fa, si sgretolasse con il trascorrere delle ore. A volte penso che essa sia ormai diventata una parte di me e mi chiedo se io sia realmente pronta ad abbandonarla. Ha assunto le sembianze di un’amica rassicurante che mi protegge dai silenziosi fantasmi del mio io africano, ma nonostante i leciti dubbi, giungo sempre alla stessa conclusione: prenderò quell’aereo senza alcun ripensamento!

Attendere non è sempre una perdita di tempo, in questo caso serve a far maturare, a cogliere ed infine assaporare il gusto di un frutto in parte sconosciuto, del quale ci hanno descritto a lungo il sapore, raccontato il profumo e illustrato la forma, ma che non abbiamo mai potuto toccare né gustare.

Un frutto che proviamo ad immaginare, ma che le nostre papille gustative potrebbero non apprezzare, che il nostro olfatto potrebbe non tollerare, che il nostro sguardo potrebbe non avere la forza di ammirare. Sì, un ritorno alle origini come alla scoperta di un frutto proibito.

Molte persone dimenticano che essere afro-italiani non implica necessariamente un contatto diretto con la propria terra di origine e che, per alcuni di noi, lanciarsi alla scoperta di una parte così intima e allo stesso tempo così lontana della nostra identità e della nostra esistenza può rappresentare un muro difficilmente valicabile, costruito con pesantissimi mattoni fatti di legami e abbandoni, affetti e rotture, urla e silenzi, vecchie perdite e nuove conquiste.

I più fortunati hanno avuto l’opportunità di mantenere un legame a distanza con il proprio paese attraverso i racconti, i suoni, i sapori e le tradizioni che amici e familiari hanno tenuto in vita con amore e nostalgia; molti altri invece, sono cresciuti sperimentando l’assenza di ogni punto di riferimento in grado di mantenere un contatto emotivo e culturale con le proprie radici.

Alcuni di noi sono giunti qui in tenera età, lasciando gli affetti e i luoghi dell’infanzia, portando con sé ricordi che sembrano quasi risalire ad un’altra esistenza. Combattere contro il timore che le nostre memorie di bambino si infrangano nello scontro con una realtà mutata, evoluta, che i nostri occhi adulti non sono più in grado di filtrare con la lente dell’ingenuità e della spensieratezza.

Altri, nati qui, hanno solamente vissuto a distanza, e per il tramite di altri, quella terra lontana, finendo per ricreare nella propria mente un mondo ideale, quasi immaginario, spesso idilliaco, che potrebbe dissolversi e frantumarsi nel momento del ritorno. Affrontare la paura di veder infrangere le proprie aspettative e dover riconsiderare ogni fragile certezza, mentre si tenta di riempire il vuoto lasciato dalla disillusione con un nuovo ingombrante carico di realismo.

In ogni caso, ciò che lega il qui ed ora all’altrove di quando sarà il momento è un filo sottilissimo, talvolta quasi impercettibile. In alcune fasi della nostra vita potremmo desiderare di allentarlo, tenderlo o persino rimuoverlo, ma non importa quanto si sia logorato nel tempo, magari a causa di rapporti familiari o esperienze personali difficili, quello che conta è riuscire a trovare la forza per non spezzarlo mai, perché un giorno, prima o poi, ci condurrà verso l’altra parte di noi stessi.

Un pensiero per i genitori: alimentate nei vostri figli la curiosità per le loro radici e trasmettete loro il rispetto per le loro origini, anche se non dovessero essere le vostre, perché credo che solamente in questo modo fornirete loro gli strumenti necessari per affrontare, quando ne sentiranno il bisogno, questo solitario ed intimo percorso di riscoperta.

Un pensiero per tutti gli altri: se la prossima volta vorrete riuscire a interpretare e comprendere il vero significato di quel “sì” e di quel “no”, chiedetevi come vi sentireste a saltare nel buio delle vostre paure più recondite e quantificate il tempo di cui avreste bisogno prima di trovare il coraggio per farlo, vi renderete conto che, a volte, anche una vita potrebbero non essere abbastanza!

P.S. Dedico questo post a tutti gli amici e le amiche mist* e afro-italian* con cui ho condiviso pensieri e sensazioni su tale argomento, perché grazie al sostegno e alla comprensione reciproca credo che ognuno di noi abbia aggiunto un importante tassello nell’immenso puzzle della propria esperienza.

To be continued…

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