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Con l’inizio della scuola, cominciarono i veri conflitti interiori. Ogni mattina, il momento dell’appello rappresentava un’offesa al suo piccolo orgoglio africano. Quel cognome straniero, l’unico d’altronde in tutto l’elenco, era proprio difficile da pronunciare e la maestra lo sbagliava puntualmente. A lei non sembrava così difficile, però quella k nel mezzo costituiva un ostacolo concettuale insormontabile.*

S

e il nome è il nostro biglietto da visita per presentarci al mondo, allora la mia vita sociale è cominciata già in salita. Sì, perché sin dal mio ingresso in società, ai tempi della scuola, sono stata costretta a dover rivendicare la mia identità.

Eppure, il mio cognome non mi sembrava così difficile! Ciononostante, pur ripetendolo infinite volte, quella k rappresentava per il mio interlocutore un muro inconsciamente invalicabile.

Da allora ho preso l’abitudine di compilare personalmente qualsiasi documento richiedesse l’inserimento di dati anagrafici, sottraendo con rassegnazione la penna all’incaricato di turno che, divertito, si crogiolava nella sua ignorante chiusura mentale e “ortografica”.

Purtroppo, l’avvento delle nuove tecnologie ha riportato in voga il tanto odiato spelling che, da dietro il monitor, sono costretta a reiterare come una vecchia noiosa tiritera.

In alcuni casi però, anche lo scandire lentamente ogni singola lettera non basta ad evitare inversioni e scomparse. Ecco quindi che il mio corpo assume una posizione deformata nel tentativo di inquadrare la schermata e io mi tramuto in un correttore ortografico parlante. Busto in avanti, collo allungato e testa ricurva verso lo schermo. “No guadi, manca lo spazio!”, “Quella è una p, non una b“, “k di koala!”. Ma sai scrivere k-o-a-l-a?, penso innervosita. Avrai pure una laurea, magari in medicina, ma cavolo, non ti hanno nemmeno insegnato a scrivere sotto dettatura?

Ok! “Tenga, questa è la mia carta d’identità…”, forse se ricopi ce la fai! Ma che, bocciato nel dettato e pure nello scopiazzo. La k diventa ballerina: prima della i, dopo la p…Uffa, è semplicemente tra la i e la p!

È così che allo scritto, ma soprattutto all’orale, anche i nomi propri stimolano le fantasie più assurde e contorte. Kamohelo diventa Carmelo, ma no Samuelo, perché “Tanto è la sua traduzione giusto?”. No, non è giusto ed è pure fastidioso, anche perché non vorrei deluderti, ma Samuelo neanche esiste! Modalick si tramuta in Mobalick se gli va bene, ma pure in Moby Dick se incontra un lettore nostalgico di Melville! Sidikie, è sostituito da Sergio, perché secondo l’insegnante i compagnucci hanno difficoltà a pronunciarlo. Signora maestra, che ne dice di consultare un bravo logopedista dopo la scuola?

E via così per tutti i nomi e cognomi che, ad eccezione degli ormai diffusi e altrettanto storpiati Gionatan, Chetrin e Sciantal, hanno una leggera parvenza straniera.

Basterebbe un piccolo sforzo di apertura per rendersi conto che, al di là delle eventuali difficoltà di pronuncia, si tratta di una semplice questione di impegno e attenzione. Stravolgere, cancellare, sostituire o schernire un nome a causa della propria pigrizia è una mancanza di rispetto per l’individuo e per la sua identità.

Pertanto, ascoltate, ripetete, osservate, perché se usate uno smartphone per accedere al vostro account e consultare i like dei follower ai vostri post su un social network senza nemmeno conoscere l’inglese, magari riuscirete a pronunciare anche Kamohelo, Modalick e Sidikie con la stessa facilità.

*Tratto da “OGM – Organismi Geneticamente Multiculturali” di Pamela Aikpa Gnaba. 

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