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Don't touch my hair

Immaginate una bella bambina, nera e con tanti riccioli. Quale pensate possa essere la prima domanda che, solitamente, un estraneo potrebbe rivolgerle? “Come ti chiami?” No. “Quanti anni hai?” Nemmeno. “Vuoi una caramella?” Neanche, perché nessuno me l’ha mai offerta (e a questo punto penso si tratti di una leggenda metropolitana!).

Beh, la fatidica domanda che assillerà la piccola esistenza di quella bimba sarà: “Posso toccarti i capelli?”.

Se la reazione alle prime tre domande potrebbe risultare per lei spontanea, essendo stata ben educata dalle convenzioni sociali a rispondere “Maria”, “sette” e “No grazie!”, l’ultimo quesito, quello più frequente e detestato, potrebbe crearle qualche problemino.

Si tratta innanzitutto di una domanda retorica, poiché nel momento in cui viene proferita, senza attendere nemmeno un accenno di risposta, la mano dell’interlocutore è già in procinto di inabissarsi tra i folti e fitti ricci.

Pensate al valore simbolico che è stato attribuito ai capelli nel corso dei secoli: biblica forza e virilità per Sansone, religiosa rinuncia e dedito sacrificio per suore e monaci buddisti, bellezza e sensualità da celare o da esibire a seconda delle culture. La loro presenza è importante quanto la loro assenza. La scelta di un colore, di un taglio più o meno netto, di un’acconciatura fantasiosa o tradizionale, comunicano al mondo esterno uno stato d’animo, una scelta di cambiamento o di continuità, un desiderio di omologazione o di ribellione. Esprimono, in sostanza, la percezione di noi stessi in un dato momento della vita e l’immagine che decidiamo di mostrare agli altri.

Per quella bambina che valore potrebbero avere i suoi capelli? Essi rappresentano il marchio della sua diversità, che viene sottolineato ogni qualvolta l’attenzione morbosa di passanti e conoscenti li spinge a considerarli come un fenomeno da testare mediante prove tattili e commentare con frasi di eccitato stupore che esprimono, da parte del divertito seccatore di turno, associazioni mentali con bestie di vario genere che vanno dai leoni africani alle pecore nostrane, giusto per non fare torto alla sua afroitalianità.

Ovviamente, la fatidica domanda arriva solo nell’età in cui si manifesta la parola perché, fino a quel momento, la bambina non è percepita come un esserino dotato di un’intima fisicità che sarebbe opportuno rispettare, quindi è costretta ad accettare in silenzio palpate incuriosite, stritolamenti senza preavviso e accarezzamenti non richiesti da parte di maestre, compagni e chiunque si senta attratto dalla stranezza della sua chioma e in diritto di varcare la soglia della sua intimità corporale.

Crescendo la bimba potrebbe non apprezzare il fatto che mani sporche, sudate, impertinenti, o semplicemente sconosciute, debbano toccarla, ma avrà la forza e la prontezza di ribellarsi a ciò che percepisce come una violazione della sua persona, contrastando l’autorità e l’invadenza di un adulto? Forse a volte, ma sono più frequenti i casi in cui prevale la sensazione d’impotenza ed imbarazzo che spinge la nostra bambina ad acconsentire, rassegnata, al palpeggiamento dei suoi capelli.

Quindi, se non volete che da adulta vi prenda a calci, fate un favore a lei e a voi: tenetevi la vostra curiosità o, se proprio non riuscite a resistere, compratevi una bella parrucca “afro”, indossatela, posizionatevi di fronte allo specchio e, con grande appagamento, palpate quella!

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